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Politica Europa

Cinico, abile, fortunato, “greco”: l’ennesima sfida di Tsipras

TOPSHOTS The leader of the leftist Syriza party, Alexis Tsipras, listens to a question during a televised press conference on January 23, 2015 at the Zappion Hall in Athens. Greeks vote on January 25 in a general election for the second time in three years, with radical leftists Syriza leading the polls with a promise to renegotiate the international bailout that has imposed five years of austerity on the country.   AFP PHOTO/LOUISA GOULIAMAKI

“Si possono ingannare tutte le persone una volta, si può ingannare una persona tutte le volte, ma non si potranno mai ingannare tutte le persone tutte le volte”: con l’annuncio di nuove elezioni per il 20 settembre Tsipras tenta di sfatare la regola politica enunciata per la prima volta da Lincoln.

Le nuove elezioni greche si prestano a due considerazioni immediate. La prima è che in Grecia apparentemente  ci si sta avvicinando all’ideale della democrazia diretta atteso che dal maggio 2012 si saranno avute 4 elezioni politiche, 1 europea ed un referendum di portata strategica come quello del 5 luglio. Questo ovviamente non è vero ed il parossismo elettorale è soltanto il segno della grave crisi in cui versano invece gli strumenti democratici in Europa. La seconda è che Tsipras rende particolarmente bene negli appuntamenti elettorali avendone vinti 3 (europee 2014, politiche 2015, referendum) ed avendo perso bene nei due appuntamenti del 2012 quando, da esordiente capo di Syriza, ebbe la possibilità di farsi conoscere al vasto pubblico europeo. Quindi è naturale che nei momenti difficili ricorra alla soluzione che gli viene meglio, un po’ come Berlusconi in Italia.

Dare un giudizio su Tsipras è abbastanza difficile per molti motivi: il personaggio è relativamente nuovo e poco si conosce del primo Alexis; è giovane ed inesperto nel governo per cui anche pochi mesi possono determinare una marcata evoluzione personale e politica; nei primi mesi di governo si è mosso di concerto con Varoufakis che, avendo spessore culturale e carisma superiori e (da non trascurare) parlando un inglese perfetto, lo ha a lungo oscurato; i cambiamenti repentini e contradditori della sua linea fra giugno e luglio hanno seminato dubbi sulla sua coerenza.

Il tratto comune di tutte le scelte tsipriote è stato quello della salvaguardia della sua carriera. In questo Tsipras si è dimostrato coerente e costante, a discapito della coerenza delle scelte politiche del momento, dal momento in cui ha avviato un progetto europeo di franchising politico con le famose Liste Tsipras fino a quando ha apparentemente buttato a mare il mandato elettorale ottenuto con le politiche 2015 e ancor di più con il famoso OXI al referendum  per stipulare accordi con la Trojka e perseguire obiettivi in primo luogo di salvaguardia della sua poltrona. In questo senso si è dimostrato un politico molto cinico e scafato, a dispetto di coloro che gli hanno creduto negli anni iniziali del progetto di una nuova Europa più solidale.

Questi sono state le prime vittime dei suoi giri di valzer, eletti al parlamento europeo sulla base di una proposta politica poi sconfessata da chi ci aveva messo il proprio nome. Lo sono a maggior ragione perché mai queste forze sono state realmente chiamate in causa per un progetto  di riforma dell’Europa e della sua governance, in questo confermandosi chiaramente come un politico intimamente “greco”

Chi, in Italia e nel resto d’Europa, lo vedeva come un passionario sarà stato deluso dal fatto che mai  ha detto una parola che proiettasse la tragedia greca in una visione più ampia delle difficoltà che altri gli Paesi del Sud ed anche alcune parti delle popolazioni dei paesi economicamente più dinamici  stanno vivendo. La battaglia sul taglio debito poteva essere inserita in un quadro più ampio di gestione e ristrutturazione ordinata dei debiti europei  che ormai sono poco sostenibili ovunque, ma non l’ha fatto continuando a chiedere un taglio solo per la Grecia come risarcimento di ipotetici danni da questa subiti per effetto delle scelte passate. Sempre ha rappresentato la crisi greca come se si trattasse della conseguenza di una sorta di occupazione straniera, tale da legittimare qualsiasi minaccia – dalla Grexit al default – e da giustificare qualsiasi danno inferto ai creditori-nemici, e sempre ha chiamato il popolo al voto con la promessa che la democrazia si sarebbe imposta sul rispetto degli impegni assunti. Dimenticando che i debiti derivano da scelte sbagliate di tutta la società greca (stato e privati) e che i soldi prestati, bene o male, sono frutto delle tasse di altri cittadini che pure hanno diritto ad esprimere democraticamente il proprio parere e che avrebbero potuto prendere posizioni diverse e più solidali se appena fosse stata loro fornita una storytelling diversa. In questo Tsipras si è dimostrato un politico profondamente “greco”, senza alcuna capacità di rappresentanza a livello continentale, e non è forse un caso che non siano arrivati sostegni nemmeno da Podemos.

I partiti europei orfani di Tsipras sono stati seguiti subito dopo da Syriza che ad oggi si può considerare retrospettivamente come il mero strumento utilizzato da un leader che si riteneva ben più grande del suo partito. Coerente con la storia dell’estrema sinistra europea, Syriza va adesso frantumandosi in partitini che nascono all’insegna della purezza e con sempre meno contatto con la realtà e con l’opinione pubblica greca. Analogamente all’estrema sinistra italiana, Syriza non è riuscita a gestire le contraddizioni fra programma elettorale (oggettivamente demagogico e basato su obiettivi irraggiungibili stando nell’Euro) e concreta prassi di governo della società. I reduci avranno un ruolo di testimonianza ma il loro destino è segnato.

Anche i greci sono stati vittima di Alexis? Qui a mio avviso il discorso diventa più complesso ed articolato. Apparentemente non c’è dubbio che Tsipras abbia violato due volte il mandato elettorale che era quello di rifiutare accordi che comportassero ulteriore austerità. Quando a fine giugno ha indetto il referendum ha di fatto violato il mandato elettorale che era più che chiaro, rifuggendo ad una responsabilità e scaricando la decisione sul popolo greco. A maggior ragione lo ha fatto dopo che il referendum aveva sancito il rifiuto di accordi “punitivi” con la Trojka. Un prima valutazione richiede che si analizzi in profondità il contenuto del mandato elettorale e dell’accordo ed il percorso attraverso cui vi si è giunti.

Dal primo punto di vista, Tsipras non ha mai proposto la Grexit e, prima e dopo il referendum, ha sempre dichiarato di non ritenere di avere un mandato per attuarla. Quindi, una volta che è emersa la ragionevole ed obiettiva impossibilità di rimanere nell’Euro ed al contempo imporre ai partner le condizioni del programma elettorale (taglio debito e fine austerità ma con nuovi prestiti) Tsipras ha dovuto scegliere fra le due opzioni e ha scelto per la permanenza nella moneta unica che lui e i greci sembravano considerare prioritaria.

Dal punto di vista dell’accordo, probabilmente alla fine questo si dimostrerà meno punitivo di quanto possa apparire in un primo momento, a maggior ragione se si valuta il percorso attraverso cui vi si è giunti. Tsipras è arrivato  a questo punto per un singolare gioco di coincidenze tutte favorevoli nonostante i suoi sbagli. Sbagli non da poco visto che ha passato oltre cinque mesi a girare l’Europa con proposte inattendibili, si è dimostrato spesso impreparato, non ha mai avuto un piano B. Prima la sinistra di Syriza (ergo Varoufakis) lo ha costretto a non fare un compromesso esiziale (7,6 mld di crediti contro altrettanti di sacrifici) nonostante le sue lettere in tal senso del 25 e 30 giugno. Si è giocato tutto al referendum (che ormai tutti avranno capito non essere “la parola data al popolo” ma un grande sondaggio su chi era il capo di Syriza, visto che ne ha disconosciuto i risultati ed i successivi accordi non li ha fatti votare), ha vinto, ha cacciato Varoufakis. ma poi si è trovato un problemino piccolo piccolo: paese in default, banche chiuse, liquidità inesistente, PIL in picchiata (da +0,5% a -3%). Qui ha recuperato le sue indubbie doti oratorie per infiocchettare a uso opinione pubblica greca ed europea quello che ha detto in privato ai capoccia europei: in quelle condizioni la Grexit  non era più una scelta ma una mera conseguenza dalla letterale mancanza di Euro in Grecia, atteso che le banche li avevano finiti e chi li aveva li teneva bene infrattati nei materassi.

In secondo luogo nei colloqui dell’11 e 12 luglio Tsipras si è oggettivamente avvantaggiato dell’apparente contrasto fra Schauble e la Merkel la cui natura solo il tempo potrà chiarire: effettiva contrapposizione di opinioni fra i due leader della CDU o mero gioco delle parti per far digerire all’elettorato tedesco un ulteriore piano di aiuti ad un paese sempre  rappresentato come inaffidabile e mascherare l’oggettivo fallimento di una strategia europea che ormai è costata ai loro contribuenti oltre 60 miliardi sui 300 di aiuti totali?

Come che sia, il fatto che la Grexit sia stata posta ufficialmente sul piatto da Schauble lo ha avvantaggiato in quanto apparente vittima della trattativa, attivando il sostegno di Draghi, di Hollande e forse di Renzi, e ha portato a casa  quello che manco aveva chiesto: 7 miliardi subito, 86 in totale.

In cambio cosa ha dato? Un po’ di concessioni soprattutto di forma:

  • La riforma dell’IVA: assurta al rango di atto di fede come la verginità della Madonna per il cattolicesimo, questa riforma era stata accordata da Alexis il 25 giugno, poi ritirata, poi riofferta il 30 giugno con qualche modifica marginale e riproposta nel piano presentato all’Eurogruppo. Oramai era data per scontata: costo politico marginale, zero;
  • La riforma delle pensioni: proposta per il 2022, penso che anche Tsipras pensasse ad un anticipo come merce di scambio al tavolo negoziale; costo politico marginale modesto
  • La riforma dell’Istat greco: interesse dell’opinione pubblica pressoché nullo;
  • Il consiglio per il fiscal compact che farà tagli lineari se necessari: a parte che in Italia questo metodo lo abbiamo da anni, un organo greco che taglia le spese dei greci non dà soverchie garanzie di efficacia in tal senso;
  • La riforma del codice di procedura civile, che non mi sembra un atto di guerra;
  • La normativa sul bail in delle banche che abbiamo introdotto in Italia gratis, senza che in cambio ci dessero 25 miliardi di bail out.
  • Il fondo da 50 miliardi a garanzia: premesso che in Grecia trovare 50 mld di beni è dura e quindi ci metteranno una caterva di asset sopravvalutati (tipo le caserme dismesse) e che questo fondo al massimo privatizzerà qualcosa come già previsto dai piani greci. La cosa più importante è che sta ad Atene e sarà guidato da greci: come dire che la casa che la banca mi pignora poi la dà a mia moglie che la deve vendere. Campa cavallo che l’erba cresce, ricorda la storia di Bertoldo che, condannato a morte, non trovava l’albero a cui essere impiccato, tesi confermata dal fatto che a cavallo di ferragosto si è deciso al massimo per le linee guida prodromi che alla creazione del fondo;
  • Si sono aperti spiragli per una ristrutturazione del debito.

Che l’accordo non sia così terribile è dimostrato anche dal singolare litigio fra Merke e Tsipras avvenuto poco prima di ferragosto, con il capo della potenza vincitrice che non voleva firmare l’accordo con cui, secondo la vulgata, si prendeva il bottino e Tsipras che insisteva per una firma immediata. L’accordo in effetti stabilizza la situazione finanziaria greca per 3 anni e dà il tempo per impostare una politica di medio termine che rimetta in piedi e, soprattutto, in moto il paese.

Nel complesso la Grecia, dopo 6 anni di crisi devastante, continua ad avere paradossalmente condizioni fiscali e previdenziali paragonabili o addirittura migliori di quelle dell’Italia. Il piano è spiacevole nei modi ma lascia ancora spazio a interpretazioni, correzioni in corso d’opera, aggiustamenti. Alla fine sarà molto meno duro di quanto sembri, è più che altro un modo di calmare gli elettori del nord che del resto votano anche loro. D’altro canto i greci andranno in pensione a 67 anni (come noi), la tassa sulle società sarà del 28% (in Italia 27,5 più l’Irap), l’IVA  sarà al 23% (in Italia al 22% ma forse al 25% nel 2016). Se si entra nei dettagli non è che la Grecia abbia condizioni molto peggiori delle nostre, però le danno tanti soldi.

Successivamente si è inserita la notizia della cessione di 14 piccoli aeroporti alla tedesca Fraport, notizia che ha risvolti da valutare (è un affare o un pacco?) ma che più che altro sembra anch’essa diretta all’opinione pubblica tedesca ormai stranita dall’apparire all’orizzonte di problemi finanziari e di immigrazione imprevisti e che la sua classe politica fatica ad affrontare.

Contemporaneamente Tsipras ha beneficiato del paradossale tracollo dei leader dei partiti avversari, sconfessati dall’esito del referendum successivamente ulteriormente sconfessato da Tsipras stesso. Anche se su livelli minori, l’elettorato pare disposto a dargli ancora fiducia. Un politico cinico ed abile, ma anche fortunato. Come mai?

Un’ipotesi è che la catarsi attraversata da Tsipras abbia avuto un parallelo riscontro anche nel popolo greco. Euristi oltre misura nel 2012, quando la vittoria di Syriza avrebbe dato il colpo di grazia alla moneta unica qualche mese prima del “Whatever it takes” di Draghi, e quindi disposti ad accettare i sacrifici per rimanerci, i greci stremati dall’austerity hanno lanciato un grido di disperazione elettorale nel 2014 e 2015 sperando che la loro democratica volontà potesse avere un peso nelle trattative sul debito col fine di salvaguardare un assetto economico e sociale molto squilibrato. Al contempo l’uscita dall’Euro è sempre stata vista come una iattura visto che li avrebbe confinati in un paese piccolo, periferico, quasi incastrato nel Medio Oriente, e ad un futuro fatto di controlli di capitali, di probabili limiti alla circolazione delle persone, di dracme svalutate e improponibili all’estero. Non ci sarà più un sogno europeo (gli “Stati Uniti d’Europa” di renziana memoria) ma probabilmente l’orizzonte europeo è stato alla fine introiettato dai popoli ed è diventato un requisito non negoziabile. Probabilmente il generoso ma vano sforzo di Tsipras li ha convinti che non ci sono alternative semplici e  che non esiste altra possibilità che un profondo rinnovamento della società che apra la strada al cambiamento economico e in prospettiva ad un atto di indulgenza dell’Europa. Al contempo ridare fiducia a Tsipras rappresenta probabilmente un’assicurazione sulla disponibilità ad una gestione soft del terzo programma di assistenza finanziaria rispetto a quanto potrebbe fare una Nea Demokratia tornata al potere.

E’ questa probabilmente la strada che Tsipras dovrà percorrere in campagna elettorale e successivamente al governo, che probabilmente sarà di coalizione: rassicurare i greci ma guidarli verso una strada di cambiamento che riduca lo spazio dello stato e rilanci l’economia privata, riduca il peso politico dei ceti che traggono reddito dallo stato per dare spazio ai giovani, ai disoccupati, in generale alle forze economiche represse. In effetti la Grecia ha perso la sfida dell’Euro: tolto turismo ed armatoria, è priva di una qualsivoglia struttura produttiva moderna. Ha sostituito la produzione con la spesa pubblica che deve essere in qualche modo finanziata e ciò è stato fatto a suon di trasferimenti mascherati da prestiti ma questo ovviamente non può continuare in eterno. In questo senso, in caso di ennesima vittoria elettorale, la singolare avventura politica di Tsipras potrebbe ancora ridare positività alla sua avventura politica.

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