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Immigrazione

Lo stavano portando in “Nord Europa”

L'eterno riposo donagli, o Signore, e splenda a lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen.

L’eterno riposo donagli, o Signore,
e splenda a lui la luce perpetua. Riposi in pace. Amen.

“Volevamo andare in Canada ma non ci siamo riusciti. Allora abbiamo cercato di raggiungere il Nord Europa”. In questa frase del padre del piccolo Aylan c’è tutto il fallimento della costruzione europea. Nella sua visione il Canada è uno stato, con un ordinamento giuridico, delle regole per l’immigrazione, dei controlli, dei visti. L’Europa è un’espressione geografica, un territorio, uno spazio omogeneo ed indistinto in cui i nomi degli stati hanno poca importanza. Non dice “volevo andare in Germania, Svezia, Danimarca”, così come  diceva di voler andare in Canada. L’unico problema che ha visto è stato quello di mettere piede sul continente europeo, poi avrebbe potuto spostarsi “verso Nord” con la stessa semplicità ed assenza di vincoli con cui nell’800 i cow boy andavano verso “il West” ed i coloni russi “a Oriente, oltre gli Urali”.
30 anni di costruzione europea hanno portato a questo: un ircocervo che ha depredato gli stati della loro sovranità, i popoli della democrazia, tutti della propria identità. Gli stati dell’Est, che negli anno 80 hanno fatto della loro identità cattolica una delle leve per liberarsi del comunismo fra le alte grida di lode occidentali, vengono ora criminalizzati perché quell’identità vogliono mantenere a scapito di un politicamente corretto che è cambiato e che vuole adesso l’invasione islamica e contemporaneamente la pacifica convivenza dei popoli con gli invasori. Un’entità che ha (soltanto) l’apparenza di un superstato che è legalmente irraggiungibile dagli stranieri perché privo di qualsiasi diramazione identificabile (ambasciate, emissari, uffici per la protezione dei rifugiati); che ha demandato ad organizzazioni criminali la gestione degli accessi; che ha una regolamentazione minuziosa e pedante delle modalità di richiesta di asilo e di spostamento che viene semplicemente dimenticata nel momento in cui qualcuno, in qualche modo avventuroso, riesce ad entrare; in cui la logica del “beggar thy neighbor” è diventata l’unica speranza di sopravvivenza politica per governi nazionali che, di fronte a regole europee che incentivano l’immigrazione illimitata ed esaurito il birignao umanitario che ha fatto presa nei primi tempi, non riescono più a spiegare razionalmente agli elettori per quali motivi dovrebbero senza alcuna resistenza accettare di stringersi per fare posto a stranieri che provengono da paesi con cui spesso non hanno mai avuto relazioni e che pretendono di scaricare su di loro i costi della loro sopravvivenza.
Il problema della gestione dei confini appare una questione esiziale per la sopravvivenza della stessa Unione Europea. Lo stato moderno, con i suoi elementi di sovranità, cittadinanza e territorio, è lo strumento con cui si è inteso assicurare ai cittadini protezione interna ed esterna. In epoca moderna è diventato l’unico contenitore della democrazia e la garanzia del welfare attraverso uno scambio costante fra individui e generazione mediato dai pubblici poteri. La distinzione di fondo fra lo status di “cittadino” e quello di “straniero”, per quanto stemperata dal riconoscimento dei diritti umani fondamentali, rappresenta ancora il presupposto ineludibile del senso di appartenenza e di sicurezza dell’individuo e del volontario rispetto dell’ordinamento giuridico. La violazione dei confini, ancorchè “pacifica” e non sanzionata, rappresenta sempre un vulnus, una sopraffazione che, nel senso comune, non può restare priva di conseguenze, perlomeno politiche. L’Unione Europea ha inteso superare le barriere statuali al proprio interno con l’obiettivo di creare un “Uomo Europeo” sostanzialmente privo di caratterizzazioni e pronto a diluirsi in una progressiva globalizzazione dell’umanità. Fa parte di questo progetto l’idea di trasporre di fatto il trattato di Schengen dai confini interni a quelli esterni dell’Unione, criminalizzando qualsiasi tentativo nazionale di limitare gli accessi e rinunciando d’altro canto a qualsiasi reale iniziativa europea di controllo dei confini, quando l’UE non si rende essa stessa complice dell’afflusso sempre più massiccio di stranieri in cerca di fortuna. Di più, continua ad imporre regolamentazioni che prescindono da una reale valutazione delle specifiche situazioni nazionali: quando la Merkel dice che la Germania ha un’economia sana che consente di far fronte alle richieste di asilo dei siriani, evidenzia al contempo che stati meno sani come l’Italia o la Grecia potrebbero non essere in grado di farlo, fatto che non rileva in alcun modo a Bruxelles: se il paese non può permettersi l’afflusso di stranieri da mantenere, si esproprino i cittadini dei loro beni e quindi si provveda!
L’immigrazione ci sarà. L’Africa ha 300 milioni di giovani contro i 65 milioni dell’Europa, non è ragionevole pensare che non ci sarà un’osmosi verso il nostro continente. Il problema è come ciò avverrà: se in maniera sregolata, inseguendo le emergenze contingenti, sulla base di un mero atto di volontà degli stranieri, giustificando tutto con un confuso buonismo qualunquista, o governando il fenomeno, stabilendo paesi di provenienza e requisiti personali, ponendo quote complessive all’ingresso e quote interne tagliate sulle caratteristiche economiche e demografiche ma anche storiche, culturali e religiose dei singoli stati. Prevedendo misure concrete di controllo degli accessi e di espulsione dei non aventi diritto che disincentivino i viaggi della speranza. Eliminando quelle forme di assistenzialismo economico che sono la principale attrattiva del “continente del bengodi”. Combattendo le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico dei migranti. Stabilendo accordi con i paesi di origine. Aiutando lo sviluppo economico, sociale e civile di quel continente per ridurre i flussi. Alla fine anche intervenendo con la diplomazia ma, se occorre, anche con la forza con i due principali focolai dell’immigrazione, la Siria e la Libia.
E’ impensabile che un’Unione Europea, guidata da un alcolizzato sodale di evasori fiscali, tormentata dalla crisi economica, sull’orlo dell’implosione con la Gran Bretagna tentata di uscirvi, i paesi dell’Est che fanno storia a sé, la Germania probabilmente ormai proiettata per motivi economici su uno scenario mondiale che trascende l’Europa, Francia ed Italia stordite dai cambiamenti, possa fare tutto questo. Un governo italiano che avesse realmente a cuore le ragioni ed il futuro dei propri cittadini dovrebbe farsi carico di queste iniziative. Probabilmente, non questo governo.

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