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M5S, Politica Italia

Beppe si è riposato

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Lo avevamo lasciato a dicembre 2014 con il famoso post in cui dichiarava di “essere stanchino” e di voler tirarsi un po’ indietro dalla guida del Movimento con la nomina del  “direttorio dei 5”. Addirittura a marzo sembrava pronto al ritorno in campo come uomo di spettacolo con i vividi auguri di Renzi, progetto poi abortito. Poi ne abbiamo perso un po’ le tracce, con lui che si dissimulava dietro poche interviste in cui faceva la parte del vecchietto prossimo al pensionamento spergiurando che il Movimento era nelle ottime mani dei portavoce. Tuttavia rimanendo elemento imprescindibile del Movimento non fosse altro che per il fatto di continuare ad essere il proprietario del logo e “Capo Politico”.

Invece questa estate ha visto il progressivo ritorno in campo del vecchio conducator. Certo, niente a che vedere con il passato: nessun “Tsunami Tour”, nessuna attraversata a nuoto di tratti di mare, nessun comizio in piazze affollate condito di “vaffa…”, neanche un’esternazione di pancia a favore di streaming. Macchè, solo delle ricomparse all’impronta del low profile, cose dette e fatte qua e là, apparentemente poco importanti ma alla fin fine ricche di sostanza. Oltretutto con una diversa strategia comunicativa, non affidandosi esclusivamente al blog ma facendole filtrare attraverso i famigerati quotidiani che avrebbero dovuto scomparire sommersi dalla rete, sia con interviste che attraverso notiziole veicolate agli stessi da qualche “manina”.

Un esordio amaro in Piazza Syntagma la notte del referendum greco, quindi un’intervista dal nuovo buen ritiro della Costa Smeralda, un po’ di cazzeggio sul suo ritorno artistico in TV. Poi ad agosto e settembre un’escalation mediatica su temi molto più sostanziosi: immigrazione, organizzazione del Movimento, leadership.

In primis ha rotto il silenzio ormai insostenibile del Movimento sul tema immigrazione, attraverso una serie di interventi sul blog che hanno dettato la linea: prima dando spazio all’intervento di un consigliere comunale di Torino che sposava tesi di chiusura; poi cazziando sempre sul blog la replica di Buccarella che invece era più aperturista; infine correggendo linea per riportarla al consueto refrain del benaltrismo e collegando il blocco dell’immigrazione allo sviluppo africano promosso da USA, Europa e Cina e controllato da una commissione mondiale.

Soprattutto rilevanti sono stati i suoi interventi sulla vita del Movimento, con il singolare resoconto giornalistico di spezzoni di un meetup bresciano a cui partecipavano sia lui che Di Maio (mica scherzi) da cui sono emerse novità importanti sull’evoluzione organizzativa e politica: ammissione che nel 2013 hanno imbarcato cani e porci senza un’adeguata selezione, ipotesi di cambiamento delle regole di reclutamento dei portavoce, ammissione che il Movimento sta cominciando a uscire dai suoi limiti per andare ad interessare nuovi ambiti sociali più qualificati, correzione della linea Di Battista – Fico sui meetup che non saranno delegittimati ma riformati. Immediata ulteriore precisazione per dire che le parlamentarie continueranno ad esserci.

Infine ieri conferenza stampa sul reddito di cittadinanza, ancora con Di Maio, interpretata come il lancio definitivo di Luigi alla leadership del Movimento.

Il tutto in un quadro che qualche movimento all’interno dei 5 stelle lo sta mostrando, vedasi anche la ricostruzione della Stampa sulla possibilità che vengano meno alcuni capisaldi come il no ai finanziamenti pubblici, il taglio stipendi dei parlamentari, il versamento delle quote di stipendio per finalità diverse dal microcredito, la possibilità di rinunciare ad un incarico per passare ad un altro (Di Battista Sindaco di Roma), la rinuncia al limite dei due mandati. Tutto quanto peraltro subito smentito in via ufficiale.

La vita del Movimento 5 Stelle, dopo le elezioni del 2013, è stata dominata dalle interazioni fra Grillo ed i parlamentari. Reduce da un successo imprevisto, si è trovato a gestire 160 persone quasi sconosciute che avevano in mente un obiettivo ben chiaro: affrancarsi dalla tutela del “capo politico del Movimento”, sfruttare l’occasione insperata capitata loro, predisporsi ad una carriera politica personale. Ovviamente non poteva andare tutto liscio, da lì la lunga stagione delle espulsioni e delle fuoriuscite culminata con l’espulsione di Artini e Penna del dicembre 2014, evento che ha portato il Movimento sull’orlo dell’implosione. La soluzione è stata il passo indietro di Beppe a la progressiva formazione di un gruppo selezionato che fosse ad un tempo garante di una tregua verso i peones (peraltro destinati evidentemente ad essere falcidiati in occasione delle prossime elezioni) e nucleo di una possibile classe dirigente. I nomi sono quelli noti: il direttorio con Di Maio, Di Battista, Fico, Ruocco, Sibilia; poi i referenti della Piattaforma Rousseau con Manlio Di Stefano,  Nunzia Catalfo,  Davide Bono, David Borrelli,  Alfonso Bonafede, Paola Taverna, Max Bugani, Marco Piazza, Nicola Morra, Danilo Toninelli, oltre a Crimi, Lombardi e Lezzi. Il tutto rispondeva anche alla necessità di una nuova strategia comunicativa, con più presenza in TV e convegni (Rimini, Cernobbio) ed una varietà di registri, stili, toni, tematiche, argomenti, vocabolario per andare ad intercettare un elettorato più ampio e meno fidelizzato e, cosa che non guasta, rassicurare i poteri forti.

Tutto a posto allora? Ni. La strategia comunicativa ha portato alla ribalta soggetti conosciuti (Di Maio,  Di Battista) e meno noti (Morra, Lezzi, Ruocco, in parte Fico) che, presentandosi con i rassicuranti canoni tipici del politico televisivo (sfido tutti ad audio spento a distinguerli dagli omologhi del PD renziano) hanno avuto la capacità di entrare in sintonia con fasce di elettorato meno sguaiate di quelle tradizionalmente grilline. Il look ed i toni hanno rassicurato gli elettori, il messaggio dell’onestà ha fatto breccia anche solo per disperazione in un’opinione pubblica sconcertata da un’illegalità politica ormai dilagante, il Movimento ha dato l’impressione di volersi impegnare in modo costruttivo ed in parte collaborativo rinunciando al no a priori su tutto. Complice anche un Renzi che ha perso il magic touch, sono arrivati i  sondaggi positivi che fanno pensare addirittura ad un sorpasso. E qui sono arrivati i problemi, attuali e di prospettiva. Proviamo ad elencarli:

  1. esiste un delta importante fra sondaggi e risultati elettorali veri: il M5S sembra avere il 25-28% a livello nazionale ma è sempre al di sotto di questa soglia nelle elezioni vere: 23% in Liguria, 20% nelle Marche, 18/19% in Campania e Puglia, 15% in Emilia, Toscana e Umbria, 11% in Veneto, 3% in Calabria. È vero, manca la Sicilia e forse Roma, ma la distanza fra voti e intenzioni di voto è abissale: come mai? Probabilmente per due motivi:
  • l’elettore vede in TV i parlamentari ma pensa ancora a Grillo. Alle elezioni Grillo non c’è e quindi non vota il Movimento; da qui la necessità di Beppe di farsi nuovamente vedere, anche se con modalità e toni ben diversi dal passato;
  • l’elettore può anche essere disilluso dai partiti tradizionali ma poi cerca soluzioni concrete a problemi concreti. I problemi concreti sono l’economia (lavoro per chi non ce l’ha e tasse per chi ce l’ha) ed ora immigrazione. Il M5S non ha assolutamente una proposta su questi temi, ha solo posizioni forti su questioni ambientali e costi corruzione della politica. L’elettore, che è interessato alla natura ma fino ad un certo punto e che essendo uomo di mondo sa che la frase “politico onesto” è quasi sempre un ossimoro, al momento decisivo perde motivazione e magari si astiene;
  1. Oltretutto, la distribuzione geografica dei voti ed in parte anche la composizione del gruppo dirigente sembra configurare il Movimento come una specie di “Lega Sud” che difficilmente riuscirà a governare se non trova argomenti utili anche per i ceti evoluti del nord Italia, in questo ricalcando le storiche difficoltà del PD;
  2. Il nuovo “nucleo dirigente” incontra una certa difficoltà di elaborazione politica. Sull’immigrazione ad agosto, prima dei post di Grillo, rimbombava un silenzio assordante di fronte al duello Salvini/Renzi ed anche oggi, volendo sintetizzare il problema con lo squallido motto renziano del derby “umani vs bestie” non è chiarissimo dove il Movimento vada a piazzarsi. Sull’economia l’unica proposta che pare venire da loro è quella del reddito di cittadinanza che è fortemente divisiva: va bene per il sud, dove tanto le opportunità di lavoro non esistono e non esisteranno, ma non per il centro nord, dove magari il target elettorale vorrebbe qualcosa di più orientato all’ingresso lavorativo ed al sostegno al lavoro autonomo; si scontra con una certa visione dell’etica del lavoro che nel paese è diffusa anche nella sinistra (vedasi le posizioni di Bagnai); lascia prospettare un aumento delle tasse che non è più accettato nemmeno dagli elettori del PD. Sul tema tasse, silenzio assordante coperto dalla consueta retorica della lotta all’evasione e corruzione. Sulle riforme costituzionali, nessuna proposta costruttiva su una legge fondamentale che avrebbe ben bisogno di essere rivista in molti aspetti dell’organizzazione dello Stato ma solo rifiuto delle modifiche chieste da Renzi.
  3. In generale tutti quanti sembrano essere vittime di una sindrome da cooptazione: una volta arrivati al posto attuale, sembrano essersi tranquillizzati circa il prosieguo della loro carriera politica e si limitano ad un gioco di sponda sui temi che conoscono bene (moralità delle politica, ambiente) e che piacciono agli attivisti dei meetup, senza uno sforzo di elaborazione propria ed innovazione che, ad esempio, caratterizza in questo momento, forse in modo anche eccessivo, gli esponenti del PD;
  4. Il Movimento non ha ancora un leader adeguato al ruolo di candidato Presidente del Consiglio: esclusi tutti gli altri e limitandosi ai “diòscuri”, Di Battista ha mantenuto un profilo da “tribuno della plebe” poco adatto al ruolo e sconta l’incredibile apertura di credito della scorsa estate verso un’organizzazione politica medio orientale che si è dimostrata poi poco interessata a dialogare e di più a decapitare gli occidentali, bruciare vivi i correligionari e distruggere reperti storici millenari. Avendo una limitata storia politica alle spalle e la necessità di convincere elettori che non hanno ancora fatto una scelta di campo definitiva, questo sembra essere un handicap troppo grande. Ne pare consapevole anche lui che pare più orientato ad un possibile incarico come Sindaco di Roma;
  5. Di Maio merita un discorso a parte. Unico “politico vero” uscito dall’infornata del 2013, ha seguito un percorso politico molto attento che ad oggi non può prescindere da Grillo, non solo perché Beppe sembra averlo prescelto per la guida del Movimento ma anche perché sin dall’inizio si è presentato come la versione moderata e politicamente corretta del vecchio leader. A differenza di Pizzarotti, che ha cercato di caratterizzarsi come l’anti-Grillo, Di Maio si è sobbarcato il compito di declinare le posizioni del Movimento con uno stile e con dei toni che fossero accettabili anche da chi non votava 5 Stelle. Un aplomb istituzionale quasi naturale, una buona dialettica, un aspetto rassicurante lo hanno certamente aiutato in questo ruolo. Buon vicepresidente della Camera (certamente agevolato dal fatto che i maggiori problemi di conduzione dei lavori li creano proprio i sui colleghi di gruppo), ottimo in televisione in situazioni prive di contraddittorio, dotato di un’innata attitudine alla negoziazione politica ed all’accordo (tentativo su legge elettorale nel 2014, nomina giudici costituzionali e legge sui reati ambientali nel 2015), popolarissimo fra gli attivisti, sconta però ancora alcuni limiti:
  • È giovanissimo, probabilmente troppo per attirare i voti di un elettorato che ormai viaggia in media sulla cinquantina e con un tasso di partecipazione al voto che è più alto nelle fasce di età più avanzate;
  • Il fatto di avere svolto soltanto attività politica nella sua vita, lo contraddistingue di fatto come politico professionista;
  • Di fatto cooptato nel 2013 dopo avere vinto le sue parlamentarie, manca dell’esperienza di scontro politico che hanno invece Renzi e Salvini, che forma inevitabilmente il carattere ma che fornisce anche un accreditamento verso l’opinione pubblica (pensare al mito delle primarie renziane);
  • L’origine partenopea può essere un problema a nord di Bologna (vedasi De Mita e più recentemente Alfano);
  • Appare digiuno di economia (probabilmente per questo non è andato a Cernobbio, dove la presenza di un PdC in pectore sarebbe stata naturale e dove infatti sono andati Renzi e Salvini);
  • Non sembra neanche lui un cuor di leone ma piuttosto uno molto attento al posizionamento tattico;
  • È da verificare la sua incisività in un dibattito politico acceso e con attacchi diretti, come avverrà in occasione della campagna elettorale con Renzi e Salvini;
  • Soprattutto, se si vuole essere onesti, ad oggi ancora non sfonda a livello elettorale: in Campania, in una situazione ottimale per i problemi di corruzione e ambientali che presenta e con il viatico dell’accordo con il PD per la legge sui reati ambientali, la sua candidata non è arrivata al 20%; anche i sondaggi gli danno solo un 1% in più del risultato che il Movimento otterrebbe al ballottaggio candidando a PdC Beppe Grillo.

In definitiva, Di Maio ad oggi è pienamente spendibile per la conduzione day-by-day del Movimento  e sarebbe la prima scelta se il Movimento optasse per un inverosimile accordo con altre forze politiche. Diversamente appare troppo acerbo per essere il capofila del Movimento ad elezioni che si dovessero tenere a breve. Analogamente ai calciatori della “primavera” che lasciano trasparire delle qualità, occorre che si impegni molto e con umiltà per superare i limiti che ha in vista dell’appuntamento del 2018. Di questo pare essere consapevole anche Grillo che deve svolgere una funzione di tutor per evitare che si bruci anzitempo e per proteggerlo dalle insidie dell’inesperienza, non a caso facendosi carico delle tematiche interne ed esterne più spinose, sviando da lui eccessive attenzioni e critiche. Se si andasse alle elezioni molto prima della scadenza regolare, probabilmente il “Capo Politico” dovrà fare ancora un ultimo sforzo.

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