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Immigrazione, Politica Europa

UE: l’inizio della fine?

7 settembre 14 settembre
Muore Aylan-al Kurdi Muoiono 14 bambini di cui 4 neonati
L’Europa ed il mondo si commuovono L’Europa ed il mondo se ne fregano
La Germania apre le frontiere agli immigrati provenienti dalla Siria La Germania blocca i treni dall’Austria e sospende il trattato di Schengen per 30 giorni
I migranti arrivano alla stazione di Monaco accolti dagli applausi In Germania coppiano scontri fra fautori e detrattori dell’immigrazione; scoppiano scontri fra immigrati curdi e turchi
La signora Merkel dichiara che l’economia tedesca è in buone condizioni e può farsi carico dell’immigrazione La Città di Monaco dichiara di non essere in grado di fare fronte all’emergenza migranti e chiede aiuto ai Laender vicini
Il Vice Premier tedesco Gabriel dichiara che la Germania è in grado di assorbire 500.000 immigrati l’anno per parecchi anni Il ministro dei trasporti tedesco Dobrindt dichiara che con l’arrivo di altre decine di migliaia di rifugiati in Germania, “si è arrivati al limite di capacità di resistenza” e servono “mezzi efficaci per frenare i flussi” chiedendo di proteggere le frontiere esterne dell’Unione europea.
Il premier ungherese Orban dichiara che il meccanismo delle quote non è efficace perché occorre prima limitare il numero dei migranti diretti in Europa difendendo le frontiere esterne: viene accusato di essere nazista, razzista, nazionalista. Il governo tedesco dichiara che occorre proteggere le frontiere esterne dell’Europa: la Commissione Europea concorda che la Germania si trova in stato di necessità e dà il via libera alla distruzione dei barconi.
Orban chiude le frontiere con la Serbia: viene accusato di essere nazista, razzista, nazionalista. La Danimarca chiude le frontiere con la Germania e la Svezia; la Germania chiude le frontiere con l’Austria e l’Austria quelle con l’Ungheria; la Francia quelle con l’Italia.

Incredibile settimana, sono riapparsi all’improvviso concetti dal sapore ottocentesco: stato, confine, alleanze di paesi fra loro contrapposte, controllo delle frontiere, blocco della circolazione dei treni internazionali, il trattato di Schengen sconfessato ovunque. Che cosa è successo? È il fallimento del disegno europeo degli ultimi 20 anni, quelli post-muro. L’Europa aveva creduto di interpretare lo spirito del mondo (la globalizzazione, internet, il relativismo culturale e religioso) cercando di forgiare un Homo Europeenses anonimo, omologato, privo di riferimenti specifici, pronto ad dissolversi nella grande marea della globalizzazione umana. Lo strumento era stata la lotta senza quartiere a qualsiasi concetto che potesse esprimere una caratterizzazione fosse essa politica, nazionale o financo sessuale. Perché questo obiettivo? Si può discutere se le motivazioni fossero ideali (l’annacquamento delle differenze riduce i conflitti), economiche (l’omologazione dei consumi voluta dalle multinazionali o il famoso esercito di riserva da spostare ovunque vi fosse necessità di abbassare i salari), umanitarie (se siamo tutti cittadini del mondo, è naturale andare in soccorso dei meno fortunati anche se lontani) o ispirate da un’ideologia mondialista reazionaria rappresentata dal famoso piano Kalengi. Ma la realtà appare priva di dubbi. Lo scopo dell’Europa (CEE, CE, UE) è stato il ridimensionamento del ruolo, dei poteri, della stessa identità degli stati, in ciò favorita negli ultimi anni dalla crisi economica e dall’oggettiva (forse soggettiva) convergenza di interessi con la finanza internazionale e con un sistema mediatico a sua volta asservito agli interessi della globalizzazione finanziaria che è lo strumento utilizzato per delegittimare, al di là delle regole democratiche, i governi che deviano dalla strada del permissivismo verso l’immigrazione.

Non si può negare che per molto tempo i risultati sono stati positivi: 70 anni senza guerre europee sono un unicum nella storia;  l’Europa occidentale ha raggiunto i livelli di sviluppo umano più alti nella storia dell’umanità; i paesi di più antica tradizione europea hanno visto effettivamente una convergenza in termini economici, culturali, civili, di stile di vita; la presenza di una realtà così attraente è stato uno dei fattori che ha favorito la disgregazione del blocco antagonista formato dai paesi comunisti; l’orizzonte europeo è stato effettivamente interiorizzato dai popoli, se non come riferimento ideale perlomeno come ambito concreto di esplicazione della propria esistenza. Il trattato di Schengen è stato probabilmente insieme il simbolo ed il punto più avanzato raggiunto in questo processo.

Il fallimento dipende probabilmente dai fattori di successo del modello. In primo luogo un frettoloso allargamento ai paesi dell’Est che ha minato all’interno l’omogeneità relativamente raggiunta in occidente: se c’erano voluti 50 anni per integrare Italia, Germania e Francia, forse passare in  soli 15 dal comunismo all’appartenenza piena all’UE è stato eccessivo. Come sempre si sono privilegiati gli aspetti di omologazione giuridica ed economica ma si è sottovalutato il sentire profondo dei popoli, con gli occidentali che hanno spesso considerato l’est Europa una palla al piede ed una fonte di problemi con l’apparente paranoia antirussa e gli orientali poco inclini a dismettere identità politiche e religiose così difficilmente acquisite e poco rassicurati dal pacifismo di Bruxelles a fronte della minaccia russa da loro concretamente avvertita. Poi il venir meno della guerra fredda: l’Europa, uscita nell’insieme sconfitta ed occupata dalla II GM, era consapevole che sarebbe stata l’epicentro della guerra successiva fra i blocchi vincitori e tanto è bastato per tenerla al riparo dalle frizioni che invece si sono manifestate ampiamente in periferia a cominciare dalla Corea e dal Vietnam. Ma l’Europa si è raccontata una storia diversa e consolatoria, basata sul mito di un modello di civiltà di successo fondato sul ripudio della guerra e perciò da solo tanto forte da attrarre e convincere il resto dell’umanità ma in realtà più prosaicamente basato sulla delega agli USA perché provvedessero per suo conto alla difesa. L’Europa non ha mai avuto una politica estera e di difesa comune, teoricamente perché non serviva dato il ripudio della guerra, nella pratica perché asservita alla politica americana in cambio di una garanzia di intervento nell’ipotesi di aggressione. In ciò ha giocato anche il nazionalismo delle potenze nucleari francese e britannica e le ambizioni da parvenu di Italia e Germania. D’altro canto la minaccia nucleare sovietica era talmente fuori dalla capacità di gestione e percezione umana da essere di fatto solo teorica: in Europa non si è mai davvero rischiata la guerra, da qui una demotivazione verso la difesa comune che porta, oggi, a considerare il controllo delle frontiere di fronte ai flussi migratori un problema da affidare ai ministri degli interni invece che a quelli degli esteri o della difesa. La pace in Europa era l’effetto della sua subalternità ai tempi della guerra fredda, non il risultato delle scelte fatte al suo interno. Venuta meno la situazione di stallo nucleare, il bluff è stato svelato: non solo l’Europa è sola ed indifesa rispetto alle nuove minacce, ma neanche il suo modello civile è apprezzato e condiviso dai suoi nuovi e concreti aggressori. Il venir meno della minaccia comunista ha comportato anche un altro effetto negativo: aver peggiorato la qualità media della classe politica, riducendo la sua capacità di capire e rispondere a problemi gravi. Ancora Andreotti, Kohl, la Thatcher dovevano confrontarsi con il rischio almeno teorico di una guerra devastante e della perdita di indipendenza. Tramontato questo rischio, non si sono più cercati leader ma burocrati in grado di recitare bene la lezione fatta di regole, parametri, criteri: chi ha fatto carriera regolamentando banane e piselli forse non è il più indicato a fronteggiare sommovimenti epocali delle popolazioni e Jihad islamiche.

Lo stato è stato a lungo rappresentato come una reminescenza del passato, un orpello pericoloso prima che inutile, che limitava libertà e opportunità altrimenti disponibili e condivise. Invece, con la sua triade costituiva fatta di sovranità, territorio e popolo, lo stato rappresenta la forma ancora oggi più evoluta e completa dell’organizzazione umana all’interno della quale si realizza il patto sociale: limitazione della libertà individuale a fronte della garanzia della sicurezza interna (criminalità) ed esterna (nemici). La sua modernità è comprovata dal fatto che la stessa ONU è un’organizzazione di stati  e che addirittura l’UE, oltre ad essere tuttora un’unione di stati e non di popoli, dirime le proprie questioni interne (in primi quelle finanziarie) con una logica di relazioni fra stati . Non solo, anche gli stati di origine dei migranti che invocano la caduta delle frontiere esterne dell’Unione Europea non riconoscono diritto di reciprocità tenendo ben chiuse e controllate le loro.

In Europa, lo stato ha permesso il superamento degli apparati medievali che tutelavano gli interessi personalistici dei feudatari per arrivare ad un concetto di interesse comune. Lo stato non è lo strumento di uno solo ma non è neanche lo strumento di tutti: è lo strumento dei cittadini (contrapposti agli stranieri) perbene (contrapposti ai malviventi). Che poi il concetto di cittadinanza sia andato evolvendosi (dai nobili ai borghesi, ai maggiorenni maschi fino alle donne) rimanendo intatto lo strumento, è solo il segno della sua vitalità e della sua capacità di evolversi in senso progressivo. Dallo stato liberale tradizionale sono emersi lo stato democratico e lo stato sociale, sempre più vicini alle esigenze ed alle sensibilità crescenti dei cittadini. E sempre, in Europa, con la connotazione di “stato nazione”, tale da identificare il popolo con una nazione, omogenea per costumi e tradizioni. In Europa ha origini lontanissime (Francia, Scandinavia, Spagna, Portogallo, in parte Regno Unito) ma si afferma definitivamente a metà 800 e poi con la I Guerra Mondiale. Andato un po’ in crisi con la II GM, si rigenera con il post guerra fredda (URSS, Jugoslavia, Cecoslovacchia). È una specialità europea (USA, Russia, Cina, Canada, Australia, non sono stati nazione). Ce ne sono alcuni in Asia (Giappone, Filippine). In Africa è debole addirittura il concetto di stato, superato da quelli di tribù, clan, famiglia, religione ecc. Anche questa caratteristica, apparentemente divisiva, ha avuto un ruolo utile perché il ritenersi parte di una comunità “di simili” ha permesso in primis una più facile e spontanea condivisione delle risorse ed adesione alle regole comuni e poi, per gli stessi motivi,  ha reso possibile lo sviluppo della democrazia: accettare le decisioni della maggioranza è più facile se si ammette che questa sia formata da soggetti sono simili a me.

Lo stato (nazionale) è un dato da cui si può realmente prescindere? No, perché ha dimostrato nei secoli un’incredibile resilienza affermandosi contro l’internazionalismo socialista, l’umanitarismo universalista cristiano e più recentemente la globalizzazione economica ed in parte la costruzione dell’Unione Europea; rinascendo da due conflitti devastanti; configurandosi come la sede e la custodia della democrazia altrimenti espropriata dagli apparati burocratici continentali. Questo è stato il grande limite dell’Europa: aver privilegiato sovranità (europea) e territorio (sempre più ampio con l’entrata dei paesi dell’est) e aver relegato nel dimenticatoio il terzo elemento, il popolo, che alla fine abiura l’appartenenza europea e torna alla statualità ed alla nazionalità perché solo in questo modo riesce a farsi sentire.

Se lo stato è territorio, allora è evidente che qualsiasi violazione delle frontiere che lo delimitano è vista come un vulnus, una sopraffazione, verso i cittadini. Questo avviene sempre, quale che sia la sanzione prevista per la violazione, il carcere, l’espulsione, la sanzione amministrativa o addirittura niente: non si può pretendere che i cittadini assistano passivamente alla violazione della prima regola di convivenza civile.

Per oltre 60 anni l’Europa (CEE, CE, UE) ha combattuto i suoi membri, gli stati, cercato di annichilire la loro capacità di mantenere un’identità, una sovranità, un controllo sulla propria esistenza. La forza contrattuale dell’UE verso gli stati membri, specie quelli in crisi o vicini alla crisi, è aumentata esponenzialmente e ha avuto riflessi su tutti i campi della vita sociale e civile, non solo sull’economia e sulla finanza. Complice una convergenza di visioni ed interessi politici, economici e mediatici, la frase “lo vuole l’Europa” o “dobbiamo aspettare le decisioni europee” ha permeato di sé qualsiasi decisione, anche quelle più intimamente attinenti alla difesa della comunità nazionale. E’ questa ideologia che ha trasposto meccanicamente l’abolizione delle frontiere dalla dimensione interna a quella esterna all’Unione, sottovalutando le differenze abissali (economiche ma soprattutto culturali e religiose) e sopravvalutando invece l’attrattività di un modello sociale che i migranti sono i primi a considerare debole ed a rifiutare. È questa retorica che ha impedito all’Italia di difendere i suoi confini marittimi e che ha portato un politico ungherese membro del PPE ad essere accusato di nazismo solo per aver dichiarato di non volere né potere accettare l’afflusso indiscriminato di migranti. E questo comportamento che manda messaggi equivoci all’estero: africani, mediorientali ed asiatici abituati a rischiare la vita nel loro paese per gli abusi di chiunque porti un’arma e nell’oltrepassare la propria frontiera, vedono come un invito irresistibile la prospettiva di un “paese” grande e ricco che ha eserciti che non sparano, che non pone alcun filtro all’ingresso e ha come unico problema quello della loro adeguata sistemazione all’interno, con ciò aumentando esponenzialmente il numero degli afflussi. Da qui anche il loro disprezzo per gli europei considerati deboli e oggetto di facile conquista.

Finalmente, con l’arrivo dell’immigrazione in Germania, il dibattito ha raggiunto il livello della razionalità superando le teorie più assurde ed insostenibili finora circolanti nel circo mediatico prezzolato: dobbiamo accogliere i migranti senza limiti, senza risparmi, senza condizioni. Perché lo dicono il Papa, Mattarella, Renzi, Junker, Lucia Annunziata. Altrimenti siamo nazisti, fascisti razzisti, nazionalisti, capitalisti, imperialisti, colonialisti, retrogradi. I migranti hanno diritto di arrivare e passare avanti ai cittadini perché sono poveri, puri, vittime del capitalismo, del colonialismo, dell’avidità degli occidentali. Posizioni ed argomentazioni che evidentemente si scontravano con il principio di realtà come anche le difficoltà e giravolte tedesche dimostrano ampiamente. E finalmente da fonte attendibile, cioè dal ministro degli interni tedesco Dobrindt, arriva quella ventata di realismo che non si era voluta accettare 7 giorni fa quando proveniva da Orban: la rinuncia a difendere i confini esterni è un richiamo per masse enormi di stranieri; l’Europa non può farsi carico di centinaia di milioni di migranti e occorre difendere le frontiere esterne dell’Unione prima ancora di mettersi a parlare di quote e redistribuzione; l’UE ha fallito; la difesa delle frontiere è un atto necessario per la difesa dei cittadini europei e per scoraggiare movimenti ancora più imponenti di migranti.

Sdoganato il principio del controllo della frontiera esterna e appurato che l’UE non è in grado di farlo, sarebbe compito dello stato italiano attrezzarsi in modo da limitare il numero di migranti in arrivo, arretrando la linea Frontex, e prevedendo norme chiare per la concessione o il rifiuto dell’asilo, velocizzando le pratiche di rimpatrio e prevedendo anche luoghi adeguati per lo stazionamento dei richiedenti asilo in attesa di risposta. A questo riguardo sarebbe opportuno, analogamente a quanto avviene in Australia, riattivare le isole penitenziarie (Pianosa, Asinara, ecc.) per allestire i campi per ricoverare i migranti in modo da gestirli più facilmente ed evitare che impattino sulla cittadinanza. Sarebbe altresì opportuno togliere il business dell’accoglienza ai soggetti privati per affidarlo allo stato, analogamente a quanto avviene per i carceri, e stabilire chiaramente che il fatto di salvare vite in mare non significa farsi carico vita natural durante del loro mantenimento. La Merkel ha detto che i profughi devono integrarsi, imparare il tedesco e trovare lavoro: una posizione ragionevole che una forza politica che opera in nome dei cittadini dovrebbe fare facilmente propria.

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