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Immigrazione, Politica Europa

Sogni e incubi d’Europa

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Sono giorni cruciali per il destino dell’Unione Europea. Sono i giorni in cui deve guardarsi allo specchio, guardarsi dentro e decidere qual è la sua missione, la sua più profonda ragione d’essere: strumento di pace, difesa  e prosperità per i popoli che la compongono? Strumento di espiazione delle colpe, vere o presunte, degli europei verso se stessi ed il resto del mondo? Nutrice di popoli diseredati in cerca di benessere? Testimone di un modello civile e sociale che si pretende essere valido sempre ed ovunque, indipendente da substrati culturali e da vincoli economici? Quello che è certo è che non può più essere tutte queste cose insieme.

L’Europa (CEE-CE-UE), nata dopo il secondo conflitto mondiale come strumento e garanzia di pacificazione e sviluppo ordinato dei popoli europei, ha dato ottima prova di sé fino al crollo del Muro. Complessivamente sconfitta, distrutta, privata delle colonie, divisa in blocchi, ridotta a vaso di coccio fra vasi di ferro pesante, l’Europa (in specie quella occidentale) non ha avuto altra scelta che tenere gli occhi fissi su se stessa, rinunciando ad ambizioni e proiezioni esterne, accontentandosi di una pace solida sul suo territorio pagata con la sudditanza alle superpotenze. Profondamente ferita dalla II GM e consapevole di essere destinata ed essere il campo di battaglia di un eventuale nuovo conflitto,  agnello sacrificale di una guerra di portata superiore alle stesse capacità di comprensione umana, ha rifuggito con orrore l’idea di impegnarsi, di nuovo e di sua sponte, in conflitti. Come non conviene tirare sassi ai vicini se si ha una casa di vetro, gli europei hanno abbassato il livello delle ambizioni e si sono semplicemente accodati ai vincitori, affidando a ciascuno di essi la propria difesa nei confronti dell’altra metà e sperando nell’insieme che nessun dottor Stranamore li trascinasse obtorto collo in un altro conflitto. Hanno avuto fortuna: la guerra fredda, l’equilibrio del terrore, la deterrenza nucleare, hanno tenuto lontano la guerra dai loro confini anche se non da quelli degli altri. Anche una situazione ingiusta può produrre risultati proficui: 70 anni di pace e stabilità hanno portato a democrazia, diritti, libertà, benessere, riduzione delle diseguaglianze, coesione sociale. Gli europei, almeno quelli occidentali, privati di ambizioni proprie, hanno avuto il tempo ed il modo di conoscersi senza odiarsi, di competere senza scontrarsi, di smussare le differenze, di avvicinare le leggi, di introiettare un orizzonte europeo come ambito in cui esplicare le proprie esistenze. Ma hanno anche cambiato la loro anima.

Quelli che erano popoli ambiziosi e bellicosi che invadendo il mondo l’avevano in gran parte anche civilizzato, hanno introiettato sensi di colpa ancestrali. Si sono assunti la responsabilità totale di un conflitto mondiale che, senza Pearl Harbor, sarebbe probabilmente rimasto nella storia soltanto come uno dei tanti, periodici, conflitti continentali, anche se crudele e sanguinoso e dall’esito probabilmente infausto. Di più, in una sorta di enorme sindrome di Stoccolma, si sono addossati e hanno condiviso  colpe che più che altro erano della sola Germania. In una sorta di catarsi, si sono vergognati del passato coloniale, dimenticandosi che anche l’Europa era stata colonia Araba, Mongola e Turca e che quello che chiamiamo colonialismo altro non è stato che uno degli aspetti della dinamica delle relazioni umane che, su scala mondiale, come anche le vicende odierne in forma diversa dimostrano, rifugge il vuoto: l’Africa, il Sud America ed in parte l’Asia erano dal 1500/1600 aree di incredibile e paradossale sottosviluppo, abitate da popolazioni oggettivamente primitive le cui le differenze rispetto agli europei si misuravano in secoli, se non in millenni. Non è pensabile, se non da anime candide, che in un contesto di assoluta scarsità di risorse , in un’Europa appena uscita dalla successione delle invasioni, delle carestie e delle pestilenze, non emergesse un impulso straordinario a superare i limiti stringenti della condizione umana attraverso un’espansione in territori “vergini”. Come gli europei non erano riusciti a contrastare i barbari nel 400, gli arabi nell’800, i mongoli nel 1100, i turchi nel 1300, neanche le popolazioni indigene erano riuscite a difendersi da loro. Sono dinamiche storiche, da valutare criticamente ma senza moralismi ex post. Né d’altro canto la colonizzazione ha portato solo tragedie: nel complesso la presenza europea ha favorito lo sviluppo, l’ordine sociale, l’evoluzione dei costumi, l’affermazione di prassi sociali più “umane” anche perché basate su una religione che ha il rispetto dell’uomo al suo centro. E d’altro canto il colonialismo è terminato da 60 anni durante i quali Italia, Germania e Giappone sono diventati membri del G8, la Cina è uscita dal sottosviluppo per diventare la seconda economia del mondo, si sono avuti i miracoli economici dei Brics, delle Tigri asiatiche, ecc.: segno che tempo e modo di cambiare ci sono stati e se Africa, America Latina e parte dell’Asia sono ancora sottosviluppate non è tutta colpa dei colonizzatori ma anche delle condizioni locali che impediscono la crescita e soprattutto delle loro leadership. In ultimo l’autocolpevolizzazione si è estesa anche al proprio modello economico e sociale, fatto di un capitalismo molto temperato dal welfare, interpretato tuttavia come se fosse il capitalismo delle ferriere dell’800 da cui redimersi arrendendosi senza condizioni ai nuovi venuti e non fosse invece proprio questo il fattore che maggiormente attrae i migranti. Di tutto ciò, l’arrendevolezza di fronte all’invasione sarebbe la giusta punizione ed al contempo la catarsi salvifica per gli europei. Deliri.

L’umiliazione di essere sconfitti e divisi ha anche indotto gli europei a raccontarsi una storia che ne emendava la debolezza e li rendeva  invece attori di un cambiamento antropologico prima ancora che politico. La pace vista non come prodotto di una minaccia di guerra irreale nelle sue dimensioni e conseguenza ma come risultato del modello tollerante, rispettoso e pacifico spontaneamente adottato. Impedita dalla propria debolezza e divisione a giocare un ruolo rilevante all’esterno, l’Europa si è concentrata su se stessa. L’obiettivo della pace ha portato alla rimozione del concetto di “conflitto” dalla teoria e dalla prassi, dal vocabolario fino alla psicologia collettiva ed individuale. Non si parla solo del conflitto fra stati, la cui eliminazione era stata la ragione d’essere originaria dell’europeismo, ma anche di tutti gli altri tipi di conflitto: quello politico, con una progressiva omogeneizzazione delle forze dominanti, la scelta di leader sempre meno volitivi e carismatici, la definizione di modalità decisionali complesse ed estenuanti, votate all’unanimità e quindi al compromesso; il conflitto razziale, con la pretesa di fare dell’Europa non solo la casa degli europei di tutte le razze ma una sorta di casa di tutti, anche dei non europei; quello religioso, per evitare il quale l’Europa è diventata il continente di tutte le religioni ma anche di nessuna religione dopo aver rimosso il cristianesimo, che ne è stato la matrice fondamentale, dagli ambiti pubblici; il conflitto sociale, categoriale, quello fra i sessi e fra i generi, attraverso il riconoscimento di “diritti” sempre più numerosi ed estesi, concessi a sempre più soggetti, cittadini e stranieri, con costi economici crescenti e slegati da qualsiasi valutazione di compatibilità; financo il conflitto individuale è stato temuto e per eliminarlo si è proceduto verso livelli di codificazione e regolamentazione sempre più estesi, complessi e minuziosi, in tutti i settori della vita umana, lasciando sempre meno spazio alle decisioni individuali, alle dinamiche relazionali, all’autonomia privata. Corrispondentemente si è progressivamente rinunciato all’uso della “forza” anche per i compiti essenziali che uno stato dovrebbe perseguire, la difesa esterna ed interna. Sul primo versante si è rinunciato anche a quel minimo di controllo cui uno straniero è soggetto quando va, per esempio, negli USA o in Svizzera, che non è a tutta evidenza un atto di violenza ma la semplice affermazione, a livelli elementari ma espliciti, della sovranità statale. Sul secondo, si è seguita la strada buonista dell’interpretazione dei reati e della valutazione di tutte le possibili circostanze che possano spiegare i comportamenti devianti, con una progressiva riduzione degli ambiti di punibilità e di effettiva irrogazione delle pene: se negli USA è in carcere l’1% della popolazione ed in Italia circa un decimo, la differenza è anche data dalla maggior comprensione che si usa verso coloro che i reati li commettono.

La spersonalizzazione della propria identità come presupposto dell’adattabilità del modello a tutte le situazioni, interne ed esterne. La presunzione che questo modello fosse di per sé vincente e tale da attrarre, senza necessità di persuasione, mediazioni o adattamenti, gli altri popoli. La convinzione che lo straniero, entrato in Europa in qualche modo, fosse disponibile a riconoscere subito ed in toto la superiorità etica e pratica del modello e a convertirsi immediatamente ad esso, abiurando la sua identità precedente. Il risultato di tutto questo è stato diverso a seconda che si guardi al nostro continente dall’interno o dall’esterno. Dall’interno, in luogo del melting pot americano, si è realizzata una frammentazione estrema, quasi uno spappolamento,  del tessuto sociale,  si sono progressivamente persi i grandi riferimenti collettivi, ci si è chiusi in un’identità legata a gruppi ristretti o addirittura di carattere individuale;  si è rifiutato il vincolo di scarsità delle risorse che da sempre guida il comportamento umano, si è impoverita l’economia con carichi per lo “stato sociale” sempre maggiori e meno controllati e slegati dalla reale produttività; si è creato un carico burocratico e regolatorio asfissiante e paralizzante, tale da disincentivare qualsiasi iniziativa individuale; si ha una ricorrente sensazione di ingiustizia qualunque sia il tema affrontato; si è creata una situazione di insoddisfazione strisciante in cui l’Europa è vista come la dimora di tutti ma la casa di nessuno. Dall’esterno si è data l’impressione di un continente privo di identità, debole, incapace di difendersi, facile preda di chi si sente più energico e motivato. I messaggi indiretti  che l’Europa manda all’esterno sono facilmente fraintesi, specie se decodificati secondo l’esperienza delle popolazioni del terzo mondo che sperimentano quotidianamente una realtà di privazioni, violenza, discriminazione, controllo e abuso. La mancanza di controlli alle frontiere viene vista come segno di debolezza e viatico per l’invasione; la tolleranza verso chi delinque, come incentivo a comportamenti devianti e garanzia di immunità; l’esistenza di un diritto a qualcosa per tutti, come opportunità di vivere alle spalle di ricchi scemi; la tolleranza religiosa, come peccato da punire.

Uscita dalla minaccia della guerra irreale, l’Europa intrisa di ansia di pace, assenza di conflitto, rinuncia alla forza non solo non è stata in grado di difendersi ma nemmeno di riconoscere le minacce reali che si stavano preparando. Tutti i limiti sopra elencati si sono manifestati dal 2000 in poi. Lungi dal riconoscere il Mediterraneo, il Medio Oriente ed il Nord Africa come propria area geopolitica di interesse, in cui intervenire e vigilare in conformità non a sogni e utopie ma ad una lettura chiara ed anche cinica dei propri interessi, ha continuato a seguire gli USA in avventure destabilizzanti sempre più assurde e controproducenti (Iraq, Afganistan, Libia), in ciò anche costretta dal conflitto fra ex (Gran Bretagna, Francia) ed aspiranti nuove (Italia, Germania) grandi potenze.  Lo stesso afflusso sempre crescente di migranti, in parte causato dai conflitti ma comunque assolutamente privo di alcuna forma di prevenzione, filtro e contrasto, è stato interpretato secondo le categorie interne: persone da accogliere perché povere, perseguitate, oppresse, secondo i criteri riconosciuti ai cittadini, nel rispetto del formalismo dell’enorme corpo giuridico europeo. Il conflitto irrisolto fra UE e Stati, con la prima che inibisce a livello politico e mediatico la naturale funzione di difesa delle frontiere spettante ai secondi ed i secondi tutti presi a muoversi all’interno di un quadro geopolitico insensato secondo la logica del “beggar-thy-neighbor”, si è risolto nell’interpretazione schizofrenica dei trattati di Schengen e di Dublino, con il primo letto nel senso assurdo per cui uno straniero entrato illegalmente in uno stato può tuttavia spostarsi legalmente negli altri ed il secondo letto nel senso altrettanto assurdo che un asilante accolto in uno stato non può invece spostarsi legalmente negli altri.

Quando i problemi toccano la Germania, si torna spesso al senso della realtà e questo è ciò che è successo anche con l’immigrazione, anche se l’apertura ai siriani di agosto può essere letta come un ultimo rigurgito di quell’aspirazione europea ad essere esempio di umanitarismo su scala mondiale. La dimensione dei flussi (si sta parlando di 12 milioni di possibili migranti), il carattere ormai aggressivo delle migrazioni stesse dimostrato dal rifiuto di accettare i limiti imposti da Macedonia prima e Ungheria dopo, l’insofferenza della pubblica opinione per trattamenti che vengono considerati discriminatori verso i cittadini residenti, per i costi sociali ed i rischi per la sicurezza, i danni economici che un fenomeno sregolato causa ad una società basata su altissimi livelli di organizzazione (basti pensare ai danni derivanti dal blocco dei treni per controlli e attentati), la spaccatura politica che tende a riprodurre scenari di contrapposizione Est-Ovest che sembravano ormai dimenticati, l’esistenza chiara di interessi politici ed affaristici a livello internazionale dietro la gestione dei migranti, non possono non imporre delle soluzioni. Che ovviamente arriveranno coi tempi e modi della gestione comunitaria, ma dovranno arrivare, pena la frattura dell’Unione (atteso che la sovranità e democrazia è ancora contenuta negli stati e che non esiste nessun motivo per gli elettori di essere discriminati rispetto ai non elettori) e il ricambio politico in molti paesi appartenenti.

L’Europa deve uscire dal suo sogno di pace universale ed incondizionata. 70 anni sono stati molti ma probabilmente il tempo del conflitto si sta di nuovo avvicinando, in forme nuove e diverse. Anche il vecchio alleato, gli USA, non è più affidabile sia perché, ormai debole, sta allontanandosi dalle zone di interesse geopolitico europeo, sia perché per certi aspetti si è trasformato in un concorrente. L’Europa deve attuare una strategia geopolitica che si basi su almeno 4 punti:

  • Intervento politico, economico e diplomatico nell’area di interesse (Mediterraneo-Medio Oriente-Nord Africa) sostenendo quei regimi che, anche se non politicamente corretti, si dimostrano in grado di controllare i fenomeni che la stanno travolgendo;
  • Pressioni forti sugli stati che invece incentivano i fenomeni;
  • Controllo militare alle frontiere con funzione di disincentivo ai viaggi della speranza dei migranti;
  • Accordi con gli stati di origine dei flussi per forme di controllo e pianificazione a fronte di contributi allo sviluppo in loco.

L’Europa deve effettuare una sintesi delle sue diverse missioni: continente che ha progettato e realizzato un modello evoluto di relazioni sociali, aperto agli ingressi regolari, solidale con chi ha bisogno, portatore di stabilità e sviluppo nella regione ma anche tutore dei propri interessi, delle prerogative degli stati appartenenti e dei suoi cittadini. La geopolitica si basa sulla cura degli interessi, non sull’avverarsi dei sogni. Che rischiano, altrimenti, di diventare incubi.

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