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Immigrazione, Politica Europa

I giorni dell’invasione

download (1)Parlando di immigrazione, una questione rimane stranamente sullo sfondo, taciuta, nascosta elusa e mistificata dai commentatori. La questione è: per quale motivo gli europei, cittadini di stati aderenti all’UE, dovrebbero accettare passivamente se non incentivare e salutare positivamente l’invasione migratoria? E ammesso che questa sia inevitabile, è giusto, possibile, lecito, porre dei limiti massimi all’invasione?

Che si tratti di invasione è oramai fuori di dubbio. Il punto di svolta è stato il 23 agosto quando i migranti in marcia verso la Germania hanno forzato il blocco loro imposto dall’esercito macedone. È vero che la massa dei migranti era praticamente disarmata e l’esercito ha opposto ovviamente una resistenza molto blanda, ma comunque si è registrato il fatto che i migranti non hanno rispettato le norme vigenti in quello stato nonostante l’ordine loro imposto dalle autorità del piccolo stato di non entrare nel loro territorio. La sovranità della Macedonia, e subito dopo quella dell’Ungheria, sono state esplicitamente violate dimostrando il volto ostile degli stranieri. La mistificazione veicolata dai mezzi di comunicazione nel caso dell’Italia e della Grecia, tutta fondata sulla tesi del doveroso ma volontario intervento umanitario che imponeva l’uso delle forze di mare per soccorrere le carrette navali e trasbordare i clandestini, è venuta meno, probabilmente per la volontà di dimostrare, all’interno ed all’esterno, la contrarietà verso la politica comunitaria delle porte aperte. In effetti nelle settimane successive i flussi di migranti hanno attraversato il territorio ungherese, diretti in Austria e poi in Germania,senza incontrare particolari ostacoli, tuttavia il presidente magiaro Orban ha colto a più riprese l’occasione per dichiarare che il mancato controllo alle frontiere esterne dell’Unione è la causa principale del problema in quanto viene interpretato come un via libera all’ingresso che amplifica i flussi di immigrazione, soprattutto per motivi economici, e che non è possibile programmare un sistema di ricollocazione intraeuropea tramite quote obbligatorie senza avere prima stabilito il numero massimo di migranti che l’Europa può ospitare. Anche nel recente vertice UE della scorsa settimana si è fatto fautore di una proposta volta a limitare il numero degli arrivi con stanziamenti per il controllo delle frontiere esterne (addirittura chiedendo alla Grecia di accettare il controllo dei suoi confini da parte di altri stati dell’Unione) e con interventi di miglioramento delle condizioni nei campi profughi della Turchia.

Orban, politico iscritto al PPE ma chiaramente populista secondo l’interpretazione politically correct vigente in occidente, viene trattato come un appestato dai media europei. Gli epiteti sono nel migliore dei casi “nazionalista ed autoritario”, nel peggiore “nazista e razzista”. Tuttavia alcune sue decisioni, come quella di nazionalizzare la banca centrale magiara, vanno nel senso di molti partiti dell’estrema sinistra europea il che dimostra che si tratta perlomeno di una figura eccentrica ma controversa e del resto, alla fine, sembra quasi essere diventato una colomba dopo le posizioni molto più ostili espresse dai premier socialisti di Cechia e Slovacchia. Le sue posizioni non sono peraltro molto diverse da quelle tradizionali di Cameron e sono state anche ricalcate,  a sorpresa e pochi giorni dopo, dal ministro dei trasporti tedesco Dobrindt appena accortosi che l’alzata di ingegno della Merkel aveva sprofondato la Germania in un problema fino ad allora ritenuto limitato ai poveri PIGS italiani e greci. Anche l’ex premier francese Fabius in una recente intervista dichiara la necessità di limiti e controlli alle frontiere. E’ di ieri infine la notizia di un conflitto alquanto strano, quello fra Commissione Europea e Germania con la seconda a chiedere di porre limiti all’immigrazione e la prima che nega recisamente questa possibilità. La lunghissima crisi dell’Euro ci aveva insegnato a identificare di fatto le politiche dell’Unione Europea con quelle tedesche ma la  crisi dell’immigrazione sta cambiando anche questo paradigma. Appare ormai chiara la vocazione “autonomista” delle istituzioni europee che sia stanno ponendo come qualcosa “d’altro” rispetto agli stati che compongono l’Unione in un tentativo ormai chiaro di limitarne sovranità e democrazia in vista di obiettivi ancora non chiari.

Queste evoluzioni recenti rendono di attualità il tema iniziale: come mai si pretende che gli europei accolgano con euforia l’arrivo di stranieri in pessime condizioni economiche e sanitarie, bisognosi di cure e assistenza, in oggettiva competizione con le fasce più disagiate delle popolazioni dei paesi di accoglienza (in parte paradossalmente costituite da migranti regolari e da cittadini di origine straniera) a cui sottraggono altrettanto oggettivamente risorse sotto forma di maggiori tasse e minori servizi (il costo di 3,5/4 mld€ per i migranti in Italia corrisponde ampiamente all’IMU prima casa o ai tagli previsti alla sanità). Di più, i migranti presentano oggettivi problemi di integrazione essendo portatori di una cultura, religiosa ma anche civile, che contrasta con gli ormai indiscutibilmente riconosciuti principi europei orientati alla tutela delle donne, degli omosessuali, degli animali e dell’ambiente, allo stato di diritto ed rispetto delle regole, alla democrazia e laicità dello stato, alla civile convivenza e composizione non violenta dei contrasti, addirittura all’etica del lavoro come base per l’inserimento sociale. La presenza di soggetti oggettivamente devianti ha conseguenze gravi su una società come quella europea, basata su di un altissimo livello di organizzazione a sua volta basata su livelli altissimi di normazione e controllo: quanto Pil si è perso soltanto per i blocchi dei treni fra Germania ed est Europa e per gli attentati sui treni in Olanda o per la chiusura delle frontiere? E’ strano che gli uffici europei, così solerti a darci conto dei costi dell’influenza invernale, tacciano tutte le volte che la causa dei problemi non sono i virus ma i migranti.

Il tema della “sostenibilità” dell’immigrazione è ormai sul tavolo in tutti i paesi europei, non fosse altro per la presenza ormai endemica di forze politiche che esplicitamente pongono in discussione la retorica ufficiale e le scelte politiche compiute in proposito. Da questo punto di vista occorre essere chiari su alcuni aspetti:

  • Il modo in cui i migranti arrivano in Europa non ha niente di spontaneo essendo basato su una efficiente organizzazione in grado, nella stragrande maggioranza dei casi, di gestire anche il rischio connesso all’uso di barconi inadatti alla navigazione oltre le poche miglia delle acque territoriali cui si sopperisce con la chiamata, mediante satellitare, alle forze armate di Forex per essere raccolti.
  • in questo senso è evidente che i migranti non avrebbero nella maggior parte dei casi alcuna possibilità di arrivare in Europa e, di converso, che lungi dalla retorica della tecnologia che annienta le frontiere il Mediterraneo continuerebbe a svolgere la funzione di protezione che ha sempre svolto nella storia, se non vi fosse la connivenza della politica europea nel facilitare gli arrivi;
  • i migranti che arrivano in Europa non fuggono dalla fame: chi ha fame non spenderebbe 5-8-12.000 Euro per imbarcarsi da soli, con la sola compagnia di cellulari costosi, su navi fatiscenti ma comprerebbe del cibo per sé e per la sua famiglia. Chi arriva è un’espressione del ceto medio di quei paesi che tenta di fare un salto sociale, entrando in Paesi che garantiscono condizioni di vita decisamente migliori neanche chiedendo una gran contropartita;
  • I migranti non hanno alcuna possibilità di proficuo inserimento sociale se non a prezzo di investimenti in formazione dal costo elevatissimo. L’Europa ha ormai abbandonato l’agricoltura come fonte primaria di ricchezza e non esiste un’industria pesante nel senso ottocentesco del termine in cui sia necessario l’apporto di mera forza fisica. Anche le industrie esistenti sul territorio europeo hanno ormai livelli di tecnologia che richiedono agli addetti un livello culturale che i migranti non possiedono. Ma soprattutto l’economia europea è basata sui servizi e sfido chiunque ad immaginare un migrante che possa sin da subito svolgere anche solo mansioni modeste come quelle del commesso;
  • il lavoro in Europa non c’è: la media della disoccupazione è stabile intorno al 10/11%, cioè il doppio del livello considerato desiderabile dagli economisti ed il doppio di quella esistente negli USA. Solo la Germania vi si avvicina ma sempre di più è chiaro che la storia della Germania e quella del resto d’Europa stanno divergendo;
  • Del resto i migranti stessi non sembrano essere orientati ad un inserimento lavorativo, venendo da culture in cui il lavoro è considerato attività servile ed  “accontentandosi” dell’ospitalità gratuita e dei servizi di cui godono: in questo l’immigrazione odierna appare ben diversa da quella, che si vuole rappresentare come analoga, degli italiani o irlandesi in America. Nell’800 i costi e rischi dell’emigrazione ricadevano  tutti sul migrante, non essendoci alcuna provvidenza pubblica o privata che ne attenuasse il peso; l’emigrazione era orientata verso paesi grandi e sottopopolati, ricchi di risorse naturali; il sostentamento dipendeva solo dalle capacità lavorative e d’impresa. Niente di più diverso oggi, atteso che i migranti arrivano in paesi sovrappopolati e dotati di minori risorse naturali di quelli di origine, mirando a fruire dei benefici di un welfare che viene alimentato esclusivamente con la tassazione dei residenti. Uno strano modello di integrazione, propagandato come risposta umanitaria e di fatto consistente nella schiavizzazione dei residenti le cui risorse, tramite il bilancio pubblico, sono loro sottratte e poste a servizio dei nuovi arrivati;
  • I migranti sono portatori di problemi sociali non indifferenti, atteso che il tasso di delinquenza è fra i migranti 6 volte superiore a quello medio europeo.

Del resto, anche laddove si ammettesse l’esistenza di un’emergenza umanitaria, non si capisce come mai fenomeni di questa dimensione dovrebbero essere sopportati solo dall’Europa, continente in crisi e sovrappopolato, mentre non si sentono voci che chiamino a raccolta USA, Russia, Cina, Australia, Canada che ad oggi sarebbero ben più attrezzati, economicamente e geograficamente, per dare un contributo. Il paradosso è che la politica europea, basata sulle regole ferree e sulle medie, chiama a raccolta anche paesi che sono solo di poco e da poco tempo più ricchi di quelli africani da cui i migranti provengono nonché, all’interno di ciascun paese, classi sociali che ben potrebbero competere con i migranti nella richiesta di aiuto, basti pensare alla Grecia.

Del resto se si pone un problema di sostenibilità dell’immigrazione, è del tutto evidente che non ha neppure senso distinguere fra migranti per motivi economici e per motivi bellici: il numero esorbitante degli uni e degli altri tende a livellare le possibilità reali di accoglienza indipendentemente dalle cause. Del resto il concetto di asilo è stato storicamente pensato per pochi e qualificati esponenti politici o intellettuali perseguitati, non per masse indistinte di gente che semplicemente patisce le conseguenze della crisi politica del proprio paese non avendo nello stesso nessun ruolo attivo, politico o istituzionale. In questo l’Europa dovrebbe essere punto di riferimento per tutti essendo riuscita a superare con successo i limiti che l’avevano portata alla sanguinosa guerra mondiale ed il cui percorso dovrebbe quindi essere imitato all’estero. Del resto, differentemente da quanto afferma Junker, l’Europa non ha una storia e tradizione di rifugiati, non fosse altro che per la tradizione statuale fortissima che impediva significativi spostamenti di popolazione, per l’economia agricola prevalente fino a 70 anni fa che non permetteva di abbandonare il fondo pena la morte per fame e per il semplice fatto che le guerre coinvolgevano sempre più o meno tutti gli stati europei per cui gli sfollati sarebbero caduti dalla padella nella brace.

Le correnti mediatiche attuali misconoscono il “DIRITTO” delle popolazioni europee a salvaguardare il proprio modello sociale ed economico, il proprio stile di vita, il proprio percorso storico, difendendosi da un’invasione di genti che a tutto questo sono estranee. L’Europa ha sempre difeso quando possibile la propria identità: senza la battaglia di Roncisvalle, senza la battaglia di Vienna, oggi faremmo festa il venerdì, ci inchineremmo salmodiando verso sud-est per 5 volte al giorno, porteremmo turbanti e burka, avremmo una tradizione alimentare basata sul montone. Non esiste, se non in una visione ideologica pseudo cristiana e comunista di auto colpevolizzazione,  un obbligo degli europei di annichilirsi per arricchire popoli che sono semplicemente più poveri ed arretrati nel percorso dello sviluppo civile ed economico. Non esiste, se non nella stessa visione ideologica, un diritto dei migranti a prendere risorse che non sono fisiche (l’Europa non ha miniere d’oro e diamanti o pozzi di petrolio, caso mai queste risorse sono in Africa e Medio Oriente) ma derivano dall’operosità, intraprendenza ed intelligenza degli europei, che certamente non basterebbero a mantenere tutte le masse avide dei paesi del terzo mondo ma che soprattutto smetterebbero semplicemente di essere prodotte oltre un certo limite di immigrazione, atteso che non c’è nessun motivo per gli elementi più produttivi di rimanere in una situazione di oppressione e virtuale schiavizzazione in casa propria per mantenere torme di stranieri improduttivi ed accolti obtorto collo.

Sembrano cose di buon senso ma vengono taciute e, a dirle, si viene qualificati con i peggiori epiteti. Giorni difficili ci attendono se non riprenderemo in mano il nostro destino.

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