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M5S, Politica Italia

Bandwagon Effect per il M5S

Un articolo di Gomez sul FQ ha lanciato l’assalto alla diligenzabandwagon. L’intellighenzia (?) di sinistra, perso prima il riferimento principe del PCI/PDS/DS/PD e poi anche quelli ancillari dell’estrema sinistra che avevano sempre garantito ai suoi cantori buoni posti, ottime buonuscite e laute pensioni (Vendola? Ma non solo), deve adattarsi a saltare sul carro del vincitore. Non potendo saltare su quello di Renzi, che li prenderebbe a calci nelle gengive, devono adattarsi a quello immediatamente seguente del M5S. Ma come? Non era Grillo il conducator dei nuovi fascisti? Non erano le sue posizioni su immigrati, Euro, sindacati, le classiche posizioni di estrema destra? Già dimenticato l’accordo con Farage? E le similitudini con Orban? Tutto transeunte, ormai solo un ricordo sbiadito. Su tutto fa premio l’odio anti-renziano che ha preso il posto di quello anti-berlusconiano come collante di un’area fatta di soggetti che principalmente si odiano l’un con l’altro e poi odiano il resto del mondo. Sempre alla ricerca di un “papa nero” che li tenga insieme che, forse, questa volta hanno letteralmente trovato eleggendo vox populi il gesuita Francesco nuovo lider maximo. Peccato che il capo ambito dispensi posti nel regno dei cieli e non ancora in parlamento, e allora sai com’è, l’animo è forte ma la carne debole e poi tengono famiglia, come fai a rinunciare al vitalizio tutto d’un tratto? Allora va bene anche Grillo.

Anche perché Grillo non è mica più quello di una volta: non grida, non nuota, non guida, non suda, non strabuzza gli occhi. Parla quasi sottovoce, con tono mieloso, complimentandosi con tutti neanche fosse un venditore di pentole. Non parla più di uscire dall’Euro, meno male, che porterebbe alla svalutazzzione dei risparmi detenuti in Svizzera ma a loro insaputa (vero Civati?). Poi si oppone alla Buona Scuola, quella cosa tanto tanto brutta che potrebbe costringere gli insegnanti anche a …. oddio, non me lo fate dire …. anche a … ma guarda un po’ te …. a.. a  lavorare per poi essere giudicati, pensa tu, come quelli del privato, ma ci pensi che cattiveria, che ingiustizia? E poi adesso vuole dare la pensione a tutti, anche ai ragazzini, questo sì che è giusto, mica vorrai passare la vita  a cercarti un lavoro, no? E poi ci sono tutti questi ricchi con la casa di proprietà che in Europa mica ce ne sono così tanti, sai, meglio tassarli così imparano a fare i bauscia – lavoro, guadagno, pago, pretendo – di sicuro sono tutti berlusconiani, questa sì che è giustizzzia sociale.

E poi Grillo mica conta più un cazzo, ormai è bollito, va al golf club e ha passato tutto a Di Maio, così tanto a modino,  sempre vestito come un principino anzi, meglio, come un invitato ad un matrimonio, anche quando serve le pizze agli elettori che sono estasiati di vedere che per 3 ore Lui è come loro.  Pensa che parla piano piano, calmo calmo, si vede che studiava da Vice Presidente della Camera sin da quando era alle elementari. Lui sì che sa come si fa, ettelodicevo io, vedi come le canta ai cattivi su Feisbuc, come parla male della corruzzzione. Lui rende indietro quasi tutti i soldi che guadagna, rendiconta tutto, ok magari solo fino a maggio, ma mica pretenderai che sia anche un ragioniere Lui che ha studiato legge, sì ok magari non ha finito e si è fermato al liceo ma del resto ce ne sono altri, come la Lorenzin, quella che si dice che non può fare il ministro della sanità perchè non ha la laurea, insomma non spacchiamo il capello, se non ha finito l’università è perchè Lui si è sacrificato per noi. Eppoi si tiene solo una miseria, un quid per i vizi, pensa solo 4 volte quello che vorrebbe dare ai nostri figli come pensione di cittadinanza, uno disinteressato,  un benefattore quasi. E pensa che non aveva mica bisogno della politica per campare, lui guadagnava già …. vabbeh zero Euro, praticamente non ha mai lavorato o caso mai lo ha fatto a nero, ma che vuoi che sia, mica  giudicherai  la gente dal 740, vero?

Fuor di scherzo, Il tentativo dell’intellighenzia di sinistra di entrare nelle liste del M5S, in vista delle prossime elezioni politiche, o di essere candidati a sindaco di grandi città nelle prossime amministrative è ampiamente in corso, agevolato dal singolare fenomeno della traslazione degli elettorati che interessa specularmente il PD renziano (alla caccia dei centristi e dei destri moderati ma abbandonato da alcune categorie storicamente sue come insegnanti e lavoratori della sanità) ed il M5S che invece sta abbandonando la sua tradizionale posizione “oltre” per andare a caccia dei delusi di Vendola, Tsipras e, perché no, anche di Renzi. L’irrealtà dell’uscita dall’Euro, testimoniata dalle giravolte di Tsipras, e al contempo la radicalizzazione salviniana sul tema immigrazione tale da non rendere politicamente sostenibile una equidistanza cercata soprattutto con filastrocche estive, ha spinto naturaliter il movimento verso sinistra, dove una marea di ex elettori PD delusi e di orfani di Vendola è lì ad aspettarlo, basta dire male di tutto quello che fa il governo: se fa il Job Act e assume gli insegnanti, se taglia le tasse e le spese sanitarie, se riduce il numero dei politici di professione (il Senato, da  325 a 100) e ne elimina gli stipendi (estremizzando addirittura il leit motiv grillino di sempre). In più è facilitato dal fatto che i suoi “portavoce” sono proprio di sinistra e quindi, lungi dal fingere, riescono ad interpretare bene questi stati d’animo ed orientamenti politici. Il ritorno in TV ha beneficato una discreta ciurma di aspiranti politici di professione che hanno rapidamente copiato stili, abiti, pettinature, eloquio, dei loro omologhi piddini: sfido ad audio spento a distinguere gli uni dagli altri, mentre ad audio acceso si riconoscono perchè parlano solo di onestà e dei soldi che fanno risparmiare agli italiani rinunciando ai rimborsi (circa 0,70 euro per cittadino) e restituendo parte degli emolumenti (altri 0,20 euro, in tutto nemmeno un caffè a testa).

Nel movimento ormai la democrazia diretta, se mai c’è stata, è ricordo del passato, non lo dice l’Artini ma la statistica: ultima votazione on line proprio la doppia espulsione di Artini e Penna, dicembre 2014. Poi solo le regionalie, fatte in fretta e furia per paura di smottamenti, e stop. Però il movimento sbaglierebbe assai se imbarcasse i reduci della sinistra estrema e per vari motivi: verrebbe meno l’ultima differenza verosimile con gli altri partiti; demotiverebbe i poveri meetup ormai ridotti ai minimi termini e pure delegittimati dai capi; si legherebbe a gente che porta si e no i propri voti, che è persa nei suoi deliri, che ha storicamente dimostrato di non capire una cippa (ricordate le liste Tsipras? LOL) e che porta pure sfiga.

Al contempo il Movimento, se vuole governare, ha un problema grosso, di leadership e di middle management. Per il primo aspetto, la candidatura a leader di Di Maio avanza a dosi omeopatiche, con la strategia leniniana del passo avanti e due indietro. A settembre Grillo ci ha provato a lanciarlo definitivamente ma forse non con pieno successo: troppo immaturo il ragazzo, che ancora non riesce a brillare di luce propria ma riscuote credito solo perché appare come versione politicamente corretta del vecchio ex comico; troppe le resistenze degli altri aspiranti leader, in un gruppo parlamentare a suo tempo sfuggito completamente di mano proprio perché fatto di ras di quartiere pieni di sè che, nelle more dello sterminio annunciato da Beppe alle prossime elezioni, è sempre pronto a sfaldarsi per allungare la propria esistenza politica se solo gli avversari del buon Luigi annusassero con sicurezza la loro prossima epurazione. La candidatura del cavallino di razza avellinese andrà avanti con le modalità con cui Mitridate si immunizzava dal veleno, goccia a goccia, quasi per sfinimento, a partire dall’appuntamento del 17/18 ottobre, fino a quando ai militanti sembrerà di averlo voluto loro anche se ovviamente mai saranno stati interpellati in proposito.

Detto da Grillo che il movimento nel 2013 ha accolto chiunque, anche disperati e frustrati, va da sé che manca il ceto medio che fa di un movimento spontaneo una forza politica in grado di governare. Non è un fenomeno nuovo: il trasformismo è legato anche alla necessità di mantenere comunque continuità nel governo della cosa pubblica pure in presenza di cambiamenti politici importanti. L’amnistia del 1948 fu dovuta certamente al cinico tatticismo di Togliatti ma forse anche alla serena constatazione che non sarebbe stato possibile mandare avanti lo stato se si fosse epurata quella componente burocratica, giudiziaria ed intellettuale che pure 20 anni di fascismo aveva costretto a compromessi ed accettazioni. Troppo pochi e troppo impreparati gli operai, studenti e contadini che erano saliti in montagna per combattere i nazifascisti: meglio glorificarli e lasciarli lì da dove erano venuti.

Certo un movimento nato sull’onda del “tutti a casa” non poteva avere buoni rapporti con gli intellettuali organici del regime preteso declinante, troppo impauriti di perdere posto e privilegi. Ma adesso che si sta passando al “fateci posto” forse qualche avvicinamento diventa possibile. Se Benigni, Moretti, i fratelli Guzzanti hanno avuto un ruolo nella demonizzazione di Berlusconi, il M5S parte da Enrico Brignano, non è molto ma è comunque segno di un mondo che sta spostando i suoi orientamenti, il che è anche lusinghiero visto che il movimento nato spontaneamente da cittadini stufi non viene più considerato un incidente di percorso ma un proficuo investimento politico (ed anche un buon impresario, come ai tempi d’oro il PCI con le feste dell’Unità).

Del resto il movimento non ha dato dimostrazione di grandi capacità di reclutamento interno. Le prove di amministrazione fornite dal movimento sono contrastanti: forse appena sufficiente a Parma, penosa a Livorno, altrove chissà. Un movimento che si considera una federazione di gruppi autonomi offre poche informazioni sulle gesta dei sindaci di Gela, Ragusa, Mira, ecc., ma se anche questi fossero fenomeni le regole interne dei due mandati e del divieto di dimissioni tattiche rendono impossibile la promozione in caso di elezioni politiche e vittoria elettorale. Tre anni di elezioni hanno raschiato il fondo del barile, gli organizer rimasti sono ormai dei poveri sfigati che non sono riusciti a farsi eleggere in nessun posto, quindi il movimento ha bisogno di tutto: parlamentari un po’ più avviati dei simpatici informatici e infermieri che riempivano le liste nel 2013; sindaci ed assessori; forsanche ministri in grado,  in caso di vittoria, di leggere un bilancio, prassi comune in tutte le amministrazioni statali, anche quelle apparentemente più estranee al soldo come beni culturali e ambiente; sicuramente il famoso “sottogoverno”, l’unico che può assicurare ad un ipotetico Di Maio vincitore delle elezioni di governare veramente.

Il movimento ha quindi necessità di sviluppare relazioni con quelle categorie che possono costituire i moderni intellettuali organici, non solo personaggi della cultura e dello spettacolo ma anche esponenti della PA, università, professioni, imprenditoria, giornalismo, magistratura. Qualcosa si sta probabilmente muovendo anche qui, come appare dallo spazio sempre maggiore e dalla migliore qualità della presenza in TV e sulla stampa  riservata ai penta stellati  ed allo stesso Grillo. Ma soltanto la conquista del potere farà emergere tanti nuovi esponenti di “area” che adesso se ne stanno ben rimpiattati al riparo dei loro incarichi. Un movimento vincente sarà per forza un movimento cambiato e maggiormente compromesso.

Il PD ha resistito a decenni di conduzione nazionale delirante grazie alla sua capacità di reclutare risorse sul territorio. A ciò servivano le miriadi di enti, associazioni, società con cui si è radicata la presenza della sinistra fino all’ultimo paesino di montagna. Partendo da attacchinaggi e vendita dell’Unità porta a porta, il PCI ed i suoi successori non hanno mai mancato di valutare, selezionare, formare e promuovere i più bravi o almeno i più fedeli, con un sistema di cooptazione appena mascherato da congressi e primarie sapientemente orchestrate. Qualcosa di simile dovrà fare il M5S, a partire dalla riforma dei meetup che non possono continuare ad essere un covo di isterici frustrati o di capetti sospettosi, comunque  a capo di estremisti nevrotici o carrieristi leccaculo che, per definizione, non sono in grado di attirare e valorizzare risorse qualificate, facilmente portate alla demotivazione da un meccanismo di selezione basato sulla fisicità delle assemblee notturne e dei banchetti sotto la neve o il sole torrido. La base lasciata a se stessa non ci pensò due volte a votare Barabba contro Gesù: per questo un intervento dall’alto, con la creazione della famosa “struttura”, è necessario e forse anche imminente. Occorre creare ambiti e momenti di incontro e partecipazione che possano accogliere e valorizzare i cittadini portatori di competenze ed esperienza, consentendo loro di partecipare al progetto di una grande riforma, prima di tutto morale, delle istituzioni e della politica. A meno che l’obiettivo non sia quello di arrivare onorevolmente secondi, lasciando a Renzi il peso della politica vera e garantendosi altri 5 anni di lieta opposizione. In questo caso, nel 2023, alle soglie dei 40 anni, un maturo Di Maio, adempiuto l’obbligo dei due mandati, sarà finalmente libero di cominciare a cercare la sua vera vocazione.

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