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M5S, Politica Italia

Hic Roma, Hic Salta

ob_fafb50_marino7Chi sono io per giudicare Marino? Cattolico ed eterosessuale, Marino non è riuscito ad evitare l’anatema papale improponibile invece per i gay miscredenti. Se qualcuno pensa che Marino sia caduto perché ha magnato e bevuto a spese del Comune di Roma (20.000 euro in due anni, su un bilancio annuale di 10 miliardi, oltretutto bazzecole rispetto alla gita tennistica a New York di Renzi) ha memoria breve. Un Papa supposto buono ma assai feroce nella gestione del potere ha dato il colpo di grazia ad un Sindaco da mesi appeso ai fili del cielo dopo lo scandalo di Mafia Capitale. E gli ha dato il colpo di grazia perché non gli dava adeguate garanzie di una buona gestione dell’imminente Giubileo, il grande evento che ci traghetterà dal cristianesimo al bergoglismo, che fu annunciato, vale la pena di ricordarlo, senza avere dato un minimo di preavviso non dico al sindaco della Città Eterna ma nemmeno al Presidente della Repubblica Italiana. Bergoglio non si immischia nella politica italiana perché semplicemente non ritiene che ne valga la pena: basta dire e fare, gli altri guarderanno come organizzarsi. Lo ha fatto a Lampedusa, dando un segnale di via libera ai migranti dell’altra sponda e ricattando con un buonismo ipocrita i politici europei. Lo fa adesso che il suo grande show si avvia ad iniziare. L’Italia è il suo teatro, Roma il palco.

Se Marino ha sollevato le ire papali, soprattutto su un fatto (la partecipazione di lui, cattolico, ad una messa) che contraddice l’ecumenismo dichiarato addirittura verso i tagliagole islamici che crocifiggono i cristiani, è perché non si è dimostrato all’altezza del governo della Capitale. Va bene il politicamente corretto, chiamare gli zingari con epiteti edulcorati, inseguire il consenso di tutti i movimenti violenti della capitale, pretendere di girare in bici senza essere aggredito e perciò pronto a concedere tutto a chiunque abbia una molotov in mano, ma ben altro ci vuole per il governo di una città che ha quasi gli abitanti della Finlandia e che essendo stata, diversamente dai simpatici allevatori di renne, Caput Mundi quando ancora loro si vestivano di pelli e portavano le corna in testa, tante ne ha viste e tante ne ha fatte da avere elaborato un cinismo ed un distacco pragmatico ormai proverbiale. Per il romano medio la politica, da qualunque parte provenga non è una promessa di futuro ma un fardello atavico da sopportare; i politici, chiunque siano, non suscitano speranza ma rassegnazione.

Lavoro a Roma da quando avevo 25 anni ed un termometro sensibilissimo del clima politico sono i tassisti. Solitamente predisposti a votare a destra per ovvi motivi di pagnotta, mi ero stupito quando a giugno 2013 ne avevo incontrati diversi che avevano votato Marino. Troppo dura anche per loro continuare con un’amministrazione Alemanno che aveva ridicolizzato la città. Ma già un mese dopo le elezioni il disincanto era evidente: chiudere al traffico il centro di Roma, con un sistema di trasporti pubblici più vicino a quello di Nairobi che del Nord Europa, appariva sin da allora il velleitario biglietto da visita di un sindaco ideologizzato e sognatore ma ben poco avvezzo al governo della cosa pubblica, oltreché poco conoscitore della città essendo niente meno che genovese.  Il meglio che si può dire di Marino è che non è entrato in Mafia Capitale. Il peggio è che non si è accorto di Mafia Capitale: non puoi vivere in una situazione simile e non avere un sospetto di quello che sta succedendo. Vuol dire che vivi isolato, in una realtà autistica fatta di sogni ed ideali, mentre appena fuori dall’ufficio ne succedono di ogni. La teorica onestà di un sindaco che comunque si faceva cancellare le multe e faceva la cresta sulle note spese con modalità da impiegato fantozziano ha fatto premio per qualche mese alla sua assoluta inefficacia amministrativa, complice anche il timore renziano di una figuraccia sul Giubileo prima e di una disfatta elettorale dopo. Poi il Papa ha tirato giù il carico da 11 e tutte le paure sono state superate, con una singolare corsa dei ristoratori romani a sputtanare i loro clienti (prendere nota e ricordarselo per chi vuole lucrare sulle spese aziendali).

Lo stesso personalissimo termometro politico di cui sopra mi dà evidenza di una possibile vittoria del Movimento 5 Stelle: è bastata una telefonata in taxi per farmi omaggiare del titolo di Onorevole e per subire il racconto dell’emozionante percorso fatto un giorno dall’autista insieme a Di Maio. Il Movimento non solo ha possibilità di vincere ma è anche l’unica speranza e possibilità di riportare a Roma un minimo di moralità e regolarità nella gestione della cosa pubblica. Sarà cosa dura: la vicenda Marino dimostra come Roma sia l’incrocio di partite che si giocano su piani ben diversi, nazionali e planetari, fatte di interessi politici ed affaristici ampi e profondi, con le prove di forza della criminalità organizzata sullo sfondo. Niente di nuovo, basta essere ben consci dei problemi e degli interlocutori con cui si avrà a che fare. Ci sono momenti in cui la volontà popolare può, seppur per un breve periodo, soverchiare il sistema degli interessi costituiti, forse questo è uno di quelli. Il romano medio si aspetta poche ma fondamentali cose: servizi pubblici appena decenti (del tipo, metropolitane che viaggiano con gli sportelli regolarmente chiusi), una città dignitosamente pulita, un ripristino della legalità che eviti, tutte le volte che sei in metro, di sentire le urla di chi è stato appena borseggiato. Niente ideologia, niente voli pindarici, non perdiamo tempo sulla raccolta differenziata che sarebbe come fare le manicure ad un malato terminale. Poche cose concrete, stop.

Il Movimento 5 Stelle vincerà le elezioni? In primo luogo dipende da lui stesso: chi candiderà? Di Battista (in subordine Taverna, la Lombardi la lascerei perdere) od uno sconosciuto eletto con le primarie? Nel primo caso per la prima volta il Movimento affermerà la propria volontà di vincere e governare ed un buon risultato elettorale nel 2016 ed una buona gestione successiva apriranno le porte alla vittoria di Di Maio nel 2018. Nel secondo si confermerà l’impressione data dal Movimento in questi anni: meglio sfuggire alle prove concrete e continuare a rifugiarsi in una retorica declamatoria e sterile. Con tutto il rispetto, dopo 3 anni di elezioni i migliori elementi del Movimento sono ormai da qualche parte impegnati, rimangono solo le terze scelte. Il candidato sindaco 5 Stelle delle elezioni 2013 aveva già preso il 20% di voti in meno rispetto alle politiche di 3 mesi prima: come dice uno slogan del movimento, è difficile che facendo le solite cose si ottengano risultati diversi. In una città che ha una decina di consigli municipali, è improbabile che l’elettorato si emozioni perché è stato ricandidato a sindaco uno di tali consiglieri, sia pure con il beneplacito della rete. Gli stessi meetup, ormai ossificati, esprimono ben poco se non un insieme di cordate che si confronterebbero in sede di comunalie per poi dividersi in fase di campagna elettorale. Occorre schierare i pezzi da 90 che per visibilità e capacità di consenso, anche fuori del Movimento, riescano ad unificare e motivare gli attivisti: Di Battista è il candidato che potrebbe più facilmente vincere anche perché più “uomo della strada” e “tribuno della plebe” dell’algido Di Maio e del resto le sue avventate dichiarazioni passate sull’ISIS poca strada gli lasciano per un percorso di leadership nazionale. Non può rinunciare al mandato? Parliamone, perché le elezioni sono a maggio/giugno 2016 o forse anche più tardi causa Giubileo e lui potrebbe dare le dimissioni adesso per lanciare la sfida al Comune, rimanendo coerente e accrescendo ancora la sua credibilità, mettendosi in gioco apertamente e rinunciando ad un seggio che, vale la pena di ricordarlo, fu ottenuto da Grillo e non da lui che era ai tempi un emerito sconosciuto. Ed alla fine, di fronte all’importanza della battaglia, chissenefrega delle regole, del resto neanche il direttorio ci doveva essere ed invece c’è.

Dopodiché Di Battista non ha, bisogna essere chiari, il profilo che serve per governare perché Roma non ha bisogno di esternazioni via Facebook ma di dedizione, decisionalità e capacità amministrativa. Poco male, basta dare gli input giusti ed avere validi collaboratori anche se qui si pone il problema delle seconde linee che il Movimento non ha. Ma sono rischi da correre per acquisire una credibilità che possa portare ad una chance di vincere realmente le elezioni 2018, quelle che daranno il LA ai prossimi 20 anni della nostra vita. Bisogna scegliere adesso se essere dei novelli Vito Catozzo, tutti “chiacchiere e distintivo”, o se si ha il coraggio di rischiare per realizzare quello che si dichiara.

Hic Roma, Hic Salta: Di Battista for Sindaco!

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