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M5S, Politica Italia

M5S: fra tafazzismo e “Sindrome Bersani”

provocazione-L-ip7nHjMarino ha dato le dimissioni venerdì. Dopo pochi minuti Dibba ha postato la sua rinuncia a candidarsi. Domenica 4 sconosciuti consiglieri comunali erano già a farsi intervistare dall’Annunziata in “1/2 Ora”. Partita chiusa: i Big del Movimento sono fuori dalla corsa, il candidato sindaco sarà un tizio qualunque scelto da qualche centinaio di attivisti quando per prendere il Campidoglio servono almeno 500.000 voti. Speriamo in bene e in bocca al lupo a tutti.

Chi abbia deciso che doveva andare così non è esplicito ma è chiaro: ancora una volta la Casaleggio Associati. Che poi si parli di democrazia diretta quando non esiste mai la possibilità di votare (e prima ancora di confrontarsi, in un dibattito aperto e franco che a questo punto altri partiti sanno fare meglio) sulle scelte di fondo, è una di quelle mistificazioni che solo il fideismo verso i “Cari Leader” o una stampa “amica” sempre più pronta a creare posti per saltare sul carro possono giustificare. La partita di Roma ha rilievo nazionale per Renzi (se perde, è un colpo che potrebbe accusare pure lui, non fosse altro perché l’incarico di Sindaco di Roma è spesso l’anticamera di una scalata politica nazionale, vedi Rutelli, Fini e Veltroni), per un centrodestra che insperabilmente potrebbe tornare a contare qualcosa causa errori avversari, addirittura per la Lega che aspira a fare un buon risultato per proporsi come partito nazionale e proseguire nella marcia verso il Sud. Figuriamoci se non ha rilievo nazionale anche per il Movimento 5 Stelle perché vincere aiuta a vincere per il famoso effetto Bandwagon e perché finalmente farebbe chiarezza sulle sue ostentate ambizioni di governo e sulle scelte conseguenti: leader, programmi, alleanze sociali, esterni, ecc. La questione è talmente grossa che sarebbe stato giusto votare sul blog, tutti non solo i romani, invece anche questa volta la possibilità è stata preclusa.

E’ vero che ci sono le regole sugli incarichi ma è anche vero che le regole si cambiano (come sta cercando di fare il Papa con quelle dettate da Gesù Cristo in persona) e che comunque un Dibba motivato poteva rinunciare al mandato parlamentare oggi per la sfida di Roma che si terrà fra oltre 7 mesi o addirittura di più se passerà l’idea di rinviare tutta a dopo il Giubileo, modalità non molto dissimile da quanto richiesto per partecipare alle ultime “Regionarie” (non essersi dimessi da meno di un anno). Del resto sarebbe stato da premiare, invece che biasimare, il coraggio di un esponente che rinuncia al comodo e ben pagato scranno parlamentare (oltretutto sinceramente non ottenuto per i suoi meriti ma per lo Tsunami Tour di Grillo) per lanciarsi in un’avventura in proprio, più rischiosa, faticosa e meno retribuita.

Il M5S, che domenica si auto incenserà a Imola come forza di governo, avrebbe avuto un palcoscenico ideale per lanciare Di Battista. Con Dibba il M5S vincerebbe probabilmente a mani basse anche per il probabile rifiuto di molti piddini di scontrarsi con lui, con un altro la vittoria è molto più a rischio. Una spirale apparentemente tafazziana di cui non si capisce espressamente il motivo salvo due opzioni:

  • il M5S ha paura di governare Roma perché dovrebbe sciogliere alcuni nodi politici esiziali: ammesso che i nuovi eletti siano tutti onesti e rinuncino alle diarie, pasteggino esclusivamente con tramezzini ed acqua di rubinetto pubblicando in tempo reale gli scontrini, e quant’altro di minuzie ci siamo detti in questi anni, cosa vuole fare davvero? Vuole abbassare le tasse locali più alte d’Italia o vuole fare “equità”? Sta con i dipendenti Atac che fanno sciopero bianco o con i cittadini che lo subiscono? Accetta le occupazioni illegali delle case popolari o provvede agli sgomberi? E poi cosa per i campi Rom? E per i campi profughi gestiti dalle coop bianche e rosse? E per la legalità? E per il traffico impazzito dalla chiusura del centro? Molti dei problemi di Roma nascono da corto circuiti nella gestione dell’enorme calderone pubblico e parapubblico e dall’enorme commistione di interessi che esso provoca. Non ci possiamo nascondere che il M5S sta raccogliendo nei sondaggi voti ex PD che impongono una visione “dall’interno” dei servizi e delle funzioni pubbliche, diventano il punto di raccolta di dipendenti, cooperatori, operatori che in passato vedevano il PD come naturale tutela dei loro interessi e che adesso sono alla ricerca di nuovi protettori. Peccato che queste posizioni siano spesso in contrasto con gli interessi di Average Joe, il cittadino “regular”, comune, medio, il fruitore dei servizi, che il Movimento aveva deciso di appoggiare all’inizio della sua storia. Una contraddizione che diverrebbe evidente in fase di governo;
  • Il Movimento ha paura di governare Roma perché punta ad un solo colpo grosso, vincere nel 2018 o quando si voterà per le politiche, lasciando perdere le fasi intermedie che portano solo problemi, evidenziano le contraddizioni  e per le quali non ha personale politico attrezzato. I sondaggi lo premiano: durante l’estate ha tolto voti al PD, adesso sembra essere il turno della Lega. Il carburante di questa crescita è lo scontento generale e la sfiducia verso gli altri partiti, la maggior visibilità mediatica dei nuovi capetti, un tono dialogante e l’abbandono di posizioni estreme su Euro ed immigrazione. Il Movimento cerca di proporsi come il partito di tutti, con posizioni sapientemente sfumate ed ambigue su tutto (salva una predilezione a rincorrere tutti i ribellismi anti renziani), avendo per minimo (veramente minimo) comun denominatore la sempreverde onestà ed il rifiuto di soldi pubblici pari a circa 0,90 Euro/anno per italiano. In questo il Movimento deve stare attento a non cadere nella “sindrome Bersani”. Ricordate? A dicembre 2012 il PD era dato al 36%, la sinistra unita al 42% il centrodestra al 23%, il Movimento al 14% scarso. Anche in questo caso il motore era il disgusto verso Berlusconi che “naturaliter” sembrava portare voti a sinistra. Bersani pensò che sarebbe stato sufficiente gestirsi nella campagna elettorale, continuare a smacchiare il giaguaro  e non fare errori. Tanto tergiversò che praticamente non fece campagna  ed alla fine i risultati furono ben diversi. Probabilmente se solo avesse detto qualcosa, qualunque cosa, adesso sarebbe già stato da Obama, all’Onu, dalla Regina Elisabetta, e Renzi si preparerebbe alla campagna elettorale per essere riconfermato sindaco di Firenze.

Ucronia, è andata ben diversamente. Ma anche lezione: non puoi sempre glissare, sviare, contraddirti o buttarla in caciara come fa il Movimento sulle questioni su cui non è competitivo (praticamente tutte, tranne l’onestà e la morigeratezza). L’elettore può anche essere costantemente distratto, assente, esprimere opinioni superficiali per anni, ma poi quando va a votare, se ci va, un secondo di raccoglimento interiore e di analisi se li concede e se non è proprio convinto delle cose che dici,  se dici cose contraddittorie o addirittura non capisce cosa dici, alla fine non ti vota. È accaduto spesso nella storia, sarebbe bene rifletterci.

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