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M5S, Politica Italia

Italia 5 Stelle: Bene Beppe. Di Maio: qualcosa è cambiato. E Roma?

imola5stelle (1)Le pagelle su personaggi e fatti del raduno di Imola, rigorosamente seguito da lontano.

Movimento 5 Stelle: 10. Non è più tempo di adunate oceaniche ma portare alcune decine di migliaia di persone (anche fossero solo 20.000, sfido Renzi a radunarle), in pieno autunno, in Romagna, a spese loro e per due giorni, non è cosa da tutti, sicuramente non da Leopoldini. Il movimento si conferma vivo e vitale.

Location di Imola: 2. Pensare di portare alcune decine di migliaia di persone in pieno autunno, in Romagna, è una cazzata sesquipedale.

Beppe Grillo: 9. Beppe si è davvero riposato. Come i grandi giocatori che, invecchiando, arretrano un po’ il raggio d’azione ma scoprono stili e registri che pensavano lontani da loro, ha capito che non può più essere l’Amministratore Delegato del Movimento e allora ne è diventato il Presidente: un ruolo più defilato, meno operativo, che richiede meno presenza sulla gestione corrente e più sulla strategia, la coesione, le relazioni, la comunicazione. Continua ad essere il collante del Movimento all’interno e la faccia più immediatamente riconoscibile e – perché no, diciamolo – più attraente al di fuori. Ha cambiato stile per reinventarsi in un ruolo meno esasperato, urlato, minaccioso, comincia a catturare simpatia ed infondere fiducia. È l’unico che detta la linea nei (numerosi) momenti in cui i portavoce non sanno da che parte andare a parare. Spetta lui dare, “simpaticamente”, i giudizi (definitivi?) sui singoli (vedi Di Maio).

Casaleggio: 7,5. Ormai metabolizzato dagli attivisti come entità organica del M5S e non come l’anima nera che affligge il Beppe nazionale, arrischia la sua presenza sul palco rivelandosi non più mortifero come nel 2014 a Roma ma leggero ed a tratti ispirato. Riconosciuto come mente occulta della risalita del Movimento dopo le Europee, beneficia del conseguente effetto band wagon che funziona anche all’interno, suscitando rispetto se non simpatia e rappresentando per i suoi la più concreta garanzia che questa volta si gioca per vincere. A suo agio, gioca con se stesso ed il suo ruolo, non più di “guru” ma di “elevato”. Se ben dosato, può diventare un valore aggiunto. Da rivedere al primo calo dei sondaggi.

Di Maio: 6-. Qualcosa è andato storto. A settembre, il raduno di Imola sembrava tagliato su misura per lui e la sua investitura come Amministratore Delegato/Candidato PdC. Invocato subliminalmente da attivisti ed elettori come candidato premier, la sua marcia apparentemente inarrestabile era stata sapientemente lanciata da Beppe in modo soft ma chiaro. Ad ottobre qualcosa è cambiato: immaturità personale con alcuni errori come quello delle visite nelle scuole? Contrasti interni in un vertice che ancora deve trovare un assetto definitivo, probabilmente molto meno innamorato di lui di quanto non fosse Beppe? Mossa tattica per evitarne il prematuro logorio? Scarsa riconoscibilità fuori dal Movimento? Sondaggi che dimostrano che a livello nazionale non è un valore aggiunto rispetto a Grillo? Come che sia, è entrato (quasi) Papa ed è uscito cardinale. Per certi aspetti la sconfessione di Grillo (con il paragone con Bassolino) e Casaleggio (con il richiamo alle procedure regolamentari della rete in cui sarà un candidato come gli altri) è stata quasi imbarazzante. Il suo discorso di sabato, con la dichiarazione agli attivisti che anche tutti loro potranno concorrere agli incarichi governativi, addirittura sembra quasi un’autocritica in stile soviet. I prossimi mesi diraderanno i fumi. Algido, si manifesta bene negli studi televisivi, specie con intervistatori in ginocchio, rende meno dal vivo. L’impressione è che nessun risultato sia ormai più scontato per lui, non gli basterà gestire la sua immagine ma, se vorrà arrivare al vertice, dovrà impegnarsi per diventare un reale portare di valore aggiunto per il movimento.

Di Battista: 7. Speculare a Di Maio, lui è tanto”tribuno della plebe” quanto l’altro è “carica istituzionale”. La sua dimensione è il comizio, dal vivo dà il meglio di sé. La rinuncia ad una vittoria scritta a Roma conferma che non si vede fuori dalla corsa per Palazzo Chigi o comunque per un alto incarico a cui probabilmente osta un’apertura all’ISIS mai ritrattata, errore che uno “nato politico” come Luigi non ha mai fatto a costo di scadere nel banale. E’ forse quello che più assomiglia a Grillo con tutti i vantaggi e svantaggi conseguenti. Anche per lui i prossimi mesi chiariranno il destino.

Dario Fo: 4. Il premio Nobel si porta dietro un’immagine ed una retorica inequivocabilmente di estrema sinistra. È il simbolo di quell’assalto alla diligenza ormai chiaro da parte degli “intellettuali” orfani del PCI/PDS/DS/PD e anche di PdUP/LC/DP/RIFONDAZIONE COMUNISTA/SEL.  E’ il Pontifex Maximus di una cricca, fortunatamente in là con l’età, che ha impostato la propria carriera all’ombra di un protettore politico offrendo in cambio i suoi servigi che consistono nel lodare i committenti ed infangare gli avversari dall’alto di una presunta superiorità intellettuale che ben presto si tramuta in morale, mai dimenticando di lucrare ricche prebende per attività artistiche ed intellettuali. Sono quelli che stavano bene in Rizzoli ma che si faranno pagare bene anche da Mondadori. Costoro uniscono l’arroganza e presunzione di voler “dettare la linea” alla pusillanimità, ben felici di rimanere al riparo dei loro incarichi salvo accettare con sussiego di candidarsi, rigorosamente come indipendenti, in collegi sicuri. È l’antitesi del modo di fare politica proposto dai 5 Stelle, con impegno, rischi e costi in prima persona. Aprire loro la porta significa snaturarsi e perdere credibilità. Vade retro.

I Sindaci 5 Stelle: NG. C’erano? È curioso che la manifestazione che doveva lanciare la proposta di governo del Movimento abbia visto la mortificazione di coloro che per conto del Movimento governano davvero. L’unica notizia è che Di Maio li ha tardivamente, e probabilmente, svogliatamente ascoltati domenica mattina in un bar. È vero che probabilmente non avevano  epiche gesta da raccontare, ma almeno una testimonianza su come hanno fatto a “ridurre il debito” (testuali parole di Grillo) sarebbe stata interessante, a costo di sorbirsi un corso accelerato di contabilità pubblica.

Pizzarotti: 5. E ora basta: o ci stai o esci. Essere il Grillo Parlante che tace sempre ma quando parla lo fa solo per criticare il Grillo Beppe adesso ha stancato. Anche facesse miracoli, ma non li fa, non avrebbe ragione di comportarsi così. Se ti senti ancora in un Movimento, vai, chiedi lo spazio che ti devono, lo sfrutti per portare la tua esperienza, non per fare l’imitazione di Bartali “l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”. Per fortuna il 2016 è vicino e potrà tornare a fare il ragioniere o geometra o informatico o qualsiasi altra cosa quella faccia che ha gli permetta di fare con “quell’espressione un po’ così”.

Consiglieri Comunali di Roma: ??. Lanciati allo sbaraglio per coprire la ritirata del Dibba, accreditati come fenomenali segugi di delibere irregolari e scontrini sospetti nonchè fini conoscitori della macchina amministrativa di Roma Mafia Capitale, sono stati subito dimenticati. Oppure, nel prepararsi a vincere le elezioni che non ci sono, ci si è dimenticati di quelle imminenti? Oppure è meglio prepararsi a perdere a Roma e Napoli per evitare rischi in vista dell’unico, enorme, colpo di cannone che si vorrebbe sparare nel 2018? Caso mai si volesse vincere le Amministrative, era l’occasione per farli diventare un po’ meno sconosciuti. Ma sia mai che uno poco sconosciuto poi vinca, meglio lanciare una consultazione diretta e senza rete in maniera che un coatto da candidare lo si trova, poi se si perde colpa di chi non ha capito.

I costi del raduno: 500.000. Ma 250.000 euro al giorno per una trentina di gazebo, non sono un po’ troppi?

Italia 5 Stelle non ha portato novità rilevanti in chiave elettorale: nessuna investitura di candidati PdC e ministri, nessun tema programmatico importante (anche il reddito di cittadinanza è stato messo in secondo piano), nessuna soluzione organizzativa di rilievo. Si conferma un appuntamento importante a fini interni, tutto giocato sul tema identitario del “noi e loro”. Permette di tenere vivo lo spirito di gruppo e l’attivismo anche nel momento in cui le sfide elettorali sono lontane, di dare dimostrazioni di forza politica, di mandare messaggi agli attivisti. Afferma una visione fideistica e settaria dell’appartenenza politica che gratifica chi è già convinto ma difficilmente chi non si riconosce in questi codici comunicativi ne avrà tratto indicazioni fondamentali per una decisione di voto. Nel complesso si conferma l’impressione, nata con le Europee 2014, che il Movimento abbia cessato di parlare a chi non è già convinto: le manifestazioni sono solo di attivisti, l’afflusso di cittadini che facevano una prima esperienza politica, magari già in età adulta, si è interrotto, i meeutp ruotano attorno agli eletti (spesso peraltro sconfitti nelle elezioni) o attorno a coloro che si considerano futuri candidati, i cittadini guardano al M5S come ad un altro partito, lo votano ma ne stanno lontani. In questo il M5S si è omologato agli altri partiti, né d’altro canto sarebbe realistico pensare il contrario atteso che il sistema politico è tutto basato sulla democrazia rappresentativa.

La strategia rimane quella dell’attesa che risale poi alla dichiarazione sull’obiettivo del 51% del febbraio 2013, adesso  declinabile causa Italicum nel 35-36%: il M5S crescerà perché gli altri partiti diminuiranno i loro voti, stop. Nel mezzo non è necessario parlare di programmi (Grillo: “nessuna vota un partito per un programma”), né di leadership ed organizzazione, basta mantenere inalterata l’immagine di diversità basata su quelle poche cose ormai note: l’onestà affermata (da verificare ovviamente una volta che si avrà un potere), la rinuncia ai soldi pubblici (circa 0,90 euro/anno/cittadino), la democrazia diretta (ultima votazione, solo per ratifica espulsioni, dicembre 2014). In più cercare di mostrare un volto affabile ed accattivante (Beppe che scherza, i portavoce che portano le pizze, i dibattiti in TV con toni calmi, ecc.) che sia anche dimostrazione estetica della diversità antropologica. Per questo è meglio non cimentarsi in imprese difficili che possono dimostrare come l’onestà da sola non sia sufficiente, perchè poi in politica la vera differenza la fanno le scelte, o magari manco ci sia. Difficile dire se questa strategia pagherà: due anni sono lunghi e Bersani, con una strategia simile, non resse due mesi. Ma difficile anche fare diversamente: il M5S ha un elettorato troppo trasversale (33% sinistra, 20% destra, 40% fuori dagli schieramenti) che inducono ad equilibrismi ed a troppi “non detto” su temi cruciali, buon ultimo l’immigrazione dove ci si è astenuti sullo jus soli dicendo che era troppo blando mentre Grillo tuona contro l’immigrazione. Occorre evitare qualsiasi presa di posizione “troppo” chiara per far pensare agli elettori degli altri partiti che nel Movimento c’è quello che cercano, qualunque cosa cerchino. Solo così si può arrivare vicini a Renzi. Passargli avanti è un altro paio di maniche.

Emerge con forza una ideologia “Onestista” che si distacca dal tradizionale solco giustizialista. Se all’inizio la mancanza di condanne e rinvii a giudizio giustificava un ruolo superiore attribuito ai giudici, adesso i 5 Stelle non credono che la società sia tutta sporca e che la magistratura debba entrare in ogni vicenda umana per dare il suo giudizio, foss’anche uno scontro a fuoco in un teatro di guerra. Esistono degli onesti, che sono solo loro, che devono essere lasciati operare, la magistratura (in compenso privata di limiti temporali d’azione) interverrà per gli altri.

A livello di leadership, il Movimento è in mezzo al guado. G&C non possono esserne i capi espliciti ma il Movimento non può fare a meno di loro a livello di riconoscibilità e identità ma anche di strategia ed elaborazione politica. Senza di loro il M5S si spaccherebbe in una selva di gruppi rivali stile estrema sinistra mentre non è realisticamente emerso nessuno che possa prenderne in mano le redini organizzative ed elettorali. La speranza è quella che ciò possa accadere da qui alle elezioni che, a questo punto, sarebbe meglio fossero non prima del 2018. Se il meglio degli eletti 2013 sono Luigi&Alessandro allora il meglio non è abbastanza,  almeno per adesso. Probabilmente sarebbe meglio dimenticarsi dei “Ragazzi del 2013” e provare a cercare altrove i quadri e dirigenti che dovranno portare il Movimento alla vittoria. Del resto, se è vero che anche Grillo ha ammesso che nel 2013 entrarono in Parlamento degli “scappati da casa”, è difficile che insistendo su di essi si ottenga alcunché. Il problema è non solo politico ma anche organizzativo.

Infatti se vuoi ricominciare a parlare alla società cercando di attirare soggetti più qualificati, finora apartitici ma che possano essere interessati ad un’esperienza politica, non puoi continuare a puntare sui meetup, che dopo 3 anni di elezioni sono ormai pieni di portavoce e/o aspiranti futuri portavoce insieme ai loro clientes, pronti a usare tutti i trucchi del mestiere per disfarsi di concorrenti pericolosi, dalle assemblee notturne ai banchini sotto la neve fino alla democrazia diretta declinata in salsa mobbing. È necessaria una scelta diversa, che crei una struttura, delle “sezioni” che siano controllate dall’alto e che possano seguire un indirizzo chiaro sul reclutamento, formazione e selezione della classe dirigente. Qualcosa probabilmente avverrà in questo senso nel prossimo futuro, con la riforma dei meetup prospettata da Di Battista e Fico, che lascia aperto il problema del controllo degli eletti.

A questo si lega il problema degli “esterni” che ormai sono esplicitamente considerati necessari: meglio se si evitano intellettuali transfughi di estrema sinistra per i motivi detti sopra, ma si dovrà considerare come cooptare personalità che necessariamente, per ruolo ed età, sono stati vicini in passato ad altri partiti senza che questi vengano prioritariamente sottoposti ad un processo in piazza da parte degli attivisti per non essere stati pionieri del Movimento.  Questo specie nei settori critici (PA, università, giornalismo) attraverso cui passano canali importanti di formazione del consenso per cui occorre trovare ambiti e luoghi meno “militanti” dove questi possono essere invitati ed incentivati a partecipare.

Resta infine il nodo del rapporto con il mondo delle associazioni e dei comitati di base, che il M5S non ha mai sviluppato in proprio cercando di far rientrare tutti nei meetup ma con cui si è spesso interfacciato e che potrebbero essere soggetti politici che in qualche misura potrebbero entrare nel bacino elettorale e nelle liste pentastellate: una sorta di “liste taxi” inaugurate dal Partito Radicale negli anni ’70, con possibili effetti benefici diretti in termini di voti da valutare però alla luce anche di altri parametri, quali l’annacquamento dell’identità 5 Stelle in un più generico universo protestatario, la perdita di credibilità come forza di governo, lo spostamento ancora più marcato su posizioni di sinistra che potrebbe allontanare parte degli elettori di orientamento più moderato, la probabile minore omogeneità dei gruppi in caso di vittoria.

Fatta la festa, gabbato lo santo. Qualche settimana di relax, il solito tran tran televisivo, poi da gennaio via con la campagna elettorale per Roma: chi vivrà, vedrà.

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