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Economia e società

Qualcuno tocchi anche Caino

CainkillshisbrotherAbelDopo Graziano Stacchio ed il gioielliere di Ercolano, Francesco Sicignano. In pochi mesi 3 casi di cittadini che si difendono a mano armata da aggressioni o intrusioni nelle loro abitazioni. I 3 casi hanno diverse  caratteristiche: lampante esempio di legittima difesa di un terzo oggetto di aggressione quello di Stacchio; un caso di estremo sangue freddo e determinazione quello di Mattielli; più equivoco, forse, quello di Sicignano. In tutti e 3 i casi un unico filo conduttore: la magistratura, la stessa che garantisce fino alla Cassazione i diritti alla difesa di corrotti ed evasori,  senza attendere gli esiti delle indagini, non esita invece a porre immediatamente sotto accusa i 3 aggrediti. Eccesso di legittima difesa per i primi due, addirittura omicidio volontario per il terzo. Cittadini al di sotto di ogni sospetto. In nessun caso si sono aperte indagini sui comportamenti illeciti degli aggressori.

Come i suicidi degli imprenditori nel 2013/2014 erano fenomeni estremi di un disagio economico diffuso, ovviamente anche gli scontri a fuoco fra aggrediti e vittime devono essere considerate come manifestazioni al limite di un altro disagio ormai serpeggiante, quello relativo alla mancanza di sicurezza e di legalità nel paese. Anche in questo caso, come l’inflazione post euro e la crisi economica vista da B. ed in parte da Renzi, si tratta di fenomeni psicologici ingigantiti da media e suggestioni di massa? Probabilmente no, non foss’altro che per il semplice fatto che in tutti i tre casi effettivamente uno o più intrusi erano penetrati, non invitati ed in maniera minacciosa, in locali non loro, per cui un profilo originario di illegalità nel loro comportamento esisteva in senso oggettivo.

La materia è regolata dall’art. 52 del Codice Penale che afferma testualmente che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale  di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. Accade talvolta che la Legge sia contraria alla Giustizia, questo è uno di quei casi. E’ evidente che questa norma non consente al cittadino una efficace difesa delle persone e dei beni. Riguardo alle persone, rilevano i principi di attualità dell’offesa ingiusta e di proporzionalità. La pretesa che la reazione sia conseguente ad un pericolo attuale espone il cittadino, che è  comunque oggetto in quel momento di un comportamento ingiusto ed indesiderato, a dover attendere gli atti del delinquente (lo definiamo così per semplicità di esposizione) prima di reagire, senza che sia ammessa la possibilità  di prevenirli sulla base di una valutazione, per forza di cose soggettiva, di quel che potrà accadere nei successivi istanti. Una volta che il delinquente abbia scelto l’atteggiamento da tenere, la reazione dovrà oltretutto essere proporzionata: schiaffi con schiaffi, pugni con pugni, coltelli con coltelli, pistole con pistole.

È chiaro che la legge mette il cittadino in condizione di inferiorità: l’iniziativa è completamente nelle mani del delinquente, a partire dal fatto che compete a lui la decisione di introdursi nella casa dell’aggredito che invece viene colto di sorpresa; spetta a lui decidere il livello dello scontro per cui di fronte a “semplici” parole o atteggiamenti minacciosi non sarebbe forse ammessa nemmeno una difesa; è lui che controlla l’escalation dello scontro con l’aggredito che non può che adeguarsi alle sue decisioni. Ovviamente c’è anche un aspetto organizzativo che mette il delinquente in una condizione di vantaggio: l’intrusione avverrà pianificando tempi, modi, numero degli aggressori spesso soverchiante quello degli aggrediti, scelta delle vittime per cui si opterà per persone anziane o sole, o deboli (nel caso di Stacchio nemmeno la superiore attenzione riservata al femminicidio ha giustificato la difesa di una commessa), abitanti in posti isolati. Gli aggressori saranno per definizione giovani e prestanti, magari in stato di ebbrezza alcolica o drogati. All’aggredito non resta che osservare, mantenere il sangue freddo, graduare la reazione: una richiesta “inumana” nella misura in cui si ammetta che anche la fisiologia gioca un ruolo e che in caso di aggressione l’organismo, addestrato dall’evoluzione darwiniana, pone in essere una serie di meccanismi che inducono ed aiutano la vittima a difendersi. La persona che spara ad un intruso non è un a sua volta un delinquente “in sonno” o uno schizofrenico, è la stessa persona che la mattina ha preso tranquillamente l’autobus magari accanto allo stesso aggressore, è solo diversa la situazione che deve affrontare. Conta anche il luogo: l’intromissione in casa è un vulnus emotivo paragonabile allo stupro, una violazione della sfera più intima e riservata della persona, l’unico ambito in cui si pensa di essere totalmente al sicuro.

La legge attuale invece non consente in alcun modo un’efficace difesa della proprietà visto che la giurisprudenza ormai non considera proporzionato nessun atto di contrasto a furti o rapine che vada oltre la pura minaccia verbale dell’aggredito verso l’aggressore.

Resta poi un aspetto relativo alla fuga: è possibile sparare al delinquente che ha appena ucciso o ferito un congiunto visto che il pericolo non è più attuale?  Sicuramente non si considera esistere proporzionalità nel tentativo di agire per recuperare la refurtiva. La legge, già abbastanza, restrittiva lascia ulteriore spazio alle interpretazioni volutamente criminalizzanti della magistratura.

Come spesso accade, la legislazione attuale si scopre figlia di tempi passati e dell’ideologia. Per il primo aspetto, l’organizzazione delinquenziale si è evoluta, è diventata un’attività pianificata ed organizzata: non è più il topo di appartamento, è un’attività per bande che si spartisce il territorio e segue una logica quasi imprenditoriale (compresa la gestione del rischio di arresto) nello svolgimento delle attività criminose. Non si deve sottacere neanche un aspetto a costo di essere tacciati di razzismo: il problema principale è rappresentato dagli stranieri, non solo perché il loro tasso di delinquenza è sei volte superiore a quello degli italiani ma perché lo straniamento sociale ed etnico a cui sono soggetti fa cadere anche quei minimi meccanismi di empatia che possono indurre il delinquente ad autolimitare la sua aggressività: un adolescente o poco più, africano o balcanico, abituato probabilmente sin dalla nascita ad una vita intrisa di violenza, entrato illegalmente ma a rischio della vita in Italia, vede i due vecchini che sta rapinando non come una figura familiare ma semplicemente come i detentori di quella quota di bottino per cui ha fatto tutto questo e che adesso ritiene che gli spetti.

L’ideologia risiede invece in un buonismo (“nessuno tocchi Caino”) che equipara la vita dell’aggredito a quella dell’aggressore, ispirato ad un’interpretazione del principio “porgi l’altra guancia” che non trova nemmeno riscontro nel Catechismo, che considera la morte dell’aggressore come conseguenza del suo comportamento e non responsabilità della vittima, e ad una visione sessantottina, vetusta ma ancora vigente, che vede nel delinquente una vittima della società che ha in certo qual modo un diritto di compensazione nei confronti di chi invece in quella società si è inserito. Un odio sociale che traspare in una molteplicità di manifestazioni giuridiche assolutamente inefficaci per i malviventi ma esiziali per Average Joe, su cui probabilmente ritorneremo. Ed al contempo nel rifiuto di un principio di proprietà privata che, ineliminabile nel diritto, viene messo in discussione nella giurisprudenza e nella prassi.

I comportamenti criminali sono oggettivamente incentivati dalla situazione attuale della giustizia: passi per i reati di sangue, ma i delitti contro la proprietà (che sono poi quelli che il delinquente vuole compiere realmente) sono di fatto depenalizzati. Chi ha subito un furto o una rapina, verifica subito che le forze dell’ordine non cercheranno mai i colpevoli; se li troveranno, verranno immediatamente scarcerati in attesa di giudizio; se condannati, verranno liberati sulla parola o ammessi agli arresti domiciliari magari in un campo rom; la recidiva non viene mai applicata. Addirittura lo Stato paga i difensori d’ufficio nel caso frequente che non abbiano beni al sole. Nessuno, a differenza di quanto avvenuto ieri nella mitica Svezia patria dei diritti umani e dell’integrazione, che pensi a sparare: addirittura si sono verificati casi di 4 Carabinieri aggrediti da un fuori di testa che li ha feriti tutti prima di essere immobilizzato, per la differenza chiedere a Madison. Ab origine, il vulnus principale è la mancata difesa dei confini non solo per  il massiccio ingresso di soggetti che erano già delinquenti nel loro paese e che spesso sono stati incentivati all’emigrazione proprio per togliersi il problema in loco ma anche per il messaggio equivoco che dà ad aggressori e vittime: per i primi, abituati a scansare raffiche di mitra in prossimità delle loro frontiere, è la dimostrazione che sono arrivati nel paese del bengodi in cui la legge non esiste o addirittura è invertita; per le seconde, che lo stato tollera o addirittura incentiva illegalità e delinquenza.

È evidente che nella misura in cui questi atteggiamenti non cambieranno non si potrà pensare ad un reale disincentivo a compiere atti illeciti. Solo l’esistenza di un alto rischio di cattura, di una pena certa e anche, diciamolo, di un soggiorno carcerario abbastanza sgradevole possono limitare la propensione a delinquere e dall’altro lato la tendenza a fare da soli che non può che crescere nella misura in cui cresce la convinzione che lo Stato è assente.

Rimane sempre un punto: alle tre di notte, in casa mia, di fronte ad un’intrusione, lo Stato non ci sarà mai. Il patto sociale per cui rinuncio a difendermi nella fiducia di un intervento esterno in quel momento non vale, è temporaneamente sospeso. In quel momento ci sono io, i miei familiari, i miei beni e degli estranei. O noi o loro. Allora, loro: Caino deve poter essere toccato. L’articolo 52 deve essere cambiato.

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