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Immigrazione, Politica Europa

Una “barriera tecnica” è calata sul continente: Orban e i suoi epigoni

reut_15662095_38180Dove eravamo rimasti con l’immigrazione? Appena a settembre  eravamo a questo punto:

Poche settimane dopo, un altro panorama:

In compenso la stampa italiana comincia a cambiare un po’ orientamento. Lasciamo stare il Giornale, insieme a Libero alfiere del no all’immigrazione, ma qualche dubbio viene anche alla sinistrissima economista Loretta Napoleoni che sul Fatto Quotidiano scrive un articolo in cui, paragonando per l’ennesima volta Grecia e migranti, pare farsi sottotraccia la domanda che questo blog si era fatto qualche settimana fa: perché stiamo facendo questo? Non diamo un aiuto agli europei vessati dalla crisi e a loro volta migranti ma spendiamo un mare di soldi per gli stranieri che arrivano illegalmente qui. Facciamo morire i malati di cancro greci per rispettare il trattato di Mastricht ma ammettiamo che del trattato di Dublino si faccia carta straccia. Si dà anche una risposta curiosa: la Germania lo ha fatto per “la possibilità di cavalcare la tigre della tragedia umana per mostrare all’elettorato e all’Europa un volto diverso, più umano, più simpatico, più popolare di quello che abbiamo visto dal 2010”. Mah. Perlomeno lei, economista sia pure sui generis, molla completamente la favoletta dei migranti che ci pagheranno la pensione e del calo demografico nel 2060. Ci sarebbe da ridere se non altro per il senso di straniazione che sta cogliendo la sinistra di fronte ad un fenomeno che non ha appunto senso.

Anche il Corriere della Sera cambia un po’ opinione e questo non è da sottovalutare visto che il Corrierone è sempre il riferimento di quel ceto medio allargato che, bene o male, è ancora la colonna vertebrale di questo povero Paese: se cambia idea, vuol dire che l’hanno cambiata anche i suoi lettori. La prova migliore ne è Ernesto Galli Della Loggia che a giugno scriveva questo, ad agosto quest’altro, a settembre questo e ad ottobre questo ancora: un percorso evolutivo che accoglie gran parte delle tesi che a primavera venivano considerate “xenofobe, nazionaliste, razziste, fasciste” secondo il vieto refrain catto-comunista.  Ma il massimo lo raggiunge Aldo Cazzullo che addirittura sdogana quello che l’elite sinistrorsa considera il peccato originale di Average Joe, il cittadino medio: la paura, intesa nel senso più ampio, anche quello irrazionale, di pancia, che passa sopra a tutte le altre considerazioni politiche ed umanitarie; la paura dello straniero basata non su ragionamenti alti ma sulla mera considerazione che il panorama umano del sovrappopolato vecchio continente non prevede, per l’appunto, immigrati provenienti da altrove, un modo carino per dire che alla fin fine tutti questi neri danno fastidio anche solo a livello visivo.

Anche il Sole 24 Ore butta sassolini nello stagno con l’ottimo sociologo Luca Ricolfi che si arrischia a dire cose di una banalità disarmante ma rivoluzionarie rispetto al birignao politically correct catto-comunista italiano. Vale la pena di citarle letteralmente:

  • Il numero di migranti che un paese può accogliere non è illimitato.
  • L’ingresso dei migranti non può avvenire in modo illegale, o con il ricatto morale degli scafisti, che partono già sapendo che non possono arrivare in Grecia o in Italia.
  • Chi migra per ragioni economiche non ha i medesimi diritti di chi fugge da zone di guerra.
  • Chi governa un Paese non può non porsi il problema di gestire e integrare coloro che ne varcano le frontiere.
  • Il tasso di criminalità degli stranieri è 6 volte quello degli italiani, e quello degli stranieri irregolari 34 (trentaquattro) volte. 

E ne trae anche alcune limpide e “rivoluzionarie” conseguenze:

  • Andando a prendere i migranti fin davanti alle coste della Libia si alimenta l’idea che basti fare poche miglia su un barcone e disporre di un telefono satellitare per essere salvati e traghettati in Italia dalla nostra generosa Marina Militare. Una simile idea moltiplica i tentativi, offre ottime opportunità di guadagno agli scafisti, ma inevitabilmente aumenta anche i morti, perché la probabilità che qualcosa vada storto non è mai trascurabile.
  • L’accoglienza senza filtri in nome dei sacrosanti diritti dei richiedenti asilo fa sì che, in quel canale, si inseriscano centinaia di migliaia di migranti economici, che tali diritti non posseggono.
  • forse sarebbe ora che dal piano dei principi astratti si passasse alla valutazione delle conseguenze, mettendo sul piatto della bilancia tutto: il dovere di aiutare coloro che rischiano la vita nel loro Paese, ma anche il diritto di chi li accoglie di non veder stravolta la propria.

Alla fine dei salmi queste settimane hanno dimostrato alcune lampanti verità:

  1. l’immigrazione massiva, qualunque ne siano le cause, è incentivata dalla mancanza da parte dell’Europa di una qualsiasi forma di difesa (che è cosa diversa dal controllo) delle frontiere, che viene interpretata come una politica delle porte aperte. Infatti i paesi che perseguono una politica di difesa delle frontiere più chiara (Australia, Spagna, Malta) sono meno interessati dal fenomeno;
  2. l’obiettivo primario dei migranti è quello di fruire del welfare europeo, come dimostrato dalla ferma volontà di arrivare nei paesi più generosi, come Germania e Svezia, e dalla larghissima presenza di donne anche incinte e di minori inadatti al lavoro, e solo secondariamente quello di ottenere un’occupazione; del resto ormai l’accoglienza è in corso da 2-3 anni e non si hanno esempi di massicci inserimenti dei soggetti nel mercato del lavoro, anche in considerazione del fatto che l’etica del lavoro non è un valore particolarmente diffuso in Africa e nei Paesi Arabi;
  3. la capacità degli stati europei di assorbire i flussi è quantitativamente limitata in termini di non solo economici ma anche di consenso sociale e politico;
  • dal punto di vista economico, lo stallo in cui versa l’Europa rende difficile il reperimento anche di somme relativamente modeste (in Italia lo 0,2-0,3 per mille del PIL) da destinare all’accoglienza;
  • la flessibilità dei bilanci pubblici europei è ormai quasi nulla data la stasi del PIL nominale, il livello altissimo di tassazione, il livello elevatissimo di pubblicizzazione dei servizi essenziali e per converso le fortissime aspettative esistenti sui servizi pubblici da parte dei cittadini, per cui anche piccole riduzioni di spesa sui servizi essenziali (sanità, istruzione, assistenza) da destinare alla cura degli immigrati sono considerate inaccettabili;
  • conseguentemente, fermo il budget sociale, è ormai indubbio che i migranti si pongono in concorrenza diretta con le crescenti fasce disagiate autoctone nella percezione delle provvidenze del welfare (case, sanità, istruzione, assistenza sociale);
  • la presenza di immigrati comporta necessariamente un peggioramento delle condizioni occupazionali complessive degli europei, inizialmente quelli che svolgono lavori meno retribuiti ma in seguito anche quelli più in alto nella piramide retributiva che subiscono la complessiva riduzione del sistema salariale;
  • il contributo economico che i migranti possono dare non è significativo dato il tasso di disoccupazione esistente e la stessa organizzazione dell’economia europea, basata su livelli di normazione e formazione assai elevati e poco raggiungibili da immigrati provenienti da paesi molto indietro sotto entrambi i profili;
  • il contributo demografico che possono fornire ed è temporalmente starato con la dinamica demografica europea, che ha tempi ben diversi da quelli dell’assistenza ed integrazione degli immigrati, e si pone pure in competizione con la possibilità di incentivare la crescita demografica degli autoctoni;
  • un altro dato da tenere presente è lo iato, sempre più intollerabile, fra una normativa minuziosa cui sono soggetti gli europei nei diversi campi di vita e la completa smobilitazione delle regole nel momento in cui si parla di immigrati;
  • anche la gestione degli atti criminali da parte dei migranti pare ispirata ad un principio di due pesi e due misure;
  1. quanto sopra si traduce in una sorta di razzismo inverso per cui agli europei viene chiesto di sacrificarsi per il mantenimento di stranieri irregolari, arrivati senza autorizzazione né richiesta, che invece possono fare a meno di lavorare, addirittura con deliranti intenti di addossare al ceto medio europeo obiettivi di redistribuzione dei redditi su scala globale;
  2. rimane senza risposta la domanda circa i motivi per cui i popoli europei dovrebbero accettare di buon grado un fenomeno che impatta in maniera drammatica sui loro livelli e stili di vita, sull’ordinamento giuridico e sullo stesso modello sociale e di civilizzazione adottato;
  3. ne consegue il dato politico della rivolta elettorale verso un fenomeno incontrollato, sregolato e limitato caso mai solo dalla condizioni climatiche;
  4. gli africani che arrivano in Europa non sono affamati: lo dimostrano aspetto, organizzazione e capacità di impegnare somme (da 2.000 a 12.000 euro) che un morto di fame userebbe per nutrirsi. Coloro che arrivano rappresentano il ceto medio di paesi più poveri che tenta di fare il colpo della vita a spese degli europei;
  5. i “rifugiati” possono essere meglio accolti e gestiti nei paesi confinanti a quelli di provenienza dove esistono maggiori affinità etnico culturali e dove i costi di mantenimento sono una frazione di quelli europei;
  6. oltre un certo limite numerico, anche la classica distinzione fra richiedenti asilo e migranti per motivi economici perde di senso: se per ipotesi scoppiasse una guerra panafricana o panaraba, l’Europa non potrebbe ugualmente accogliere decine di milioni di profughi dalle aree di guerra. Del resto il diritto di asilo è sempre stato concesso a esponenti politici di opposizione o intellettuali perseguitati, non a semplici cittadini che patiscono il clima oppressivo dei loro paesi ma non hanno un ruolo attivo;
  7. le previsioni che parlano di migrazioni per 20 anni per decine di milioni di persone disegnano uno scenario apocalittico del tutto incompatibile con il mantenimento degli attuali livelli di vita e civilizzazione del continente europeo, attese le enormi difficoltà che la gestione di un immigrazione di 1 solo milione di individui all’anno (su 500 milioni di abitanti UE) sta creando;
  8. conseguentemente occorrerebbe una programmazione a monte che permetta di contingentare il numero annuo di arrivi e di programmare provenienza, destinazione e modalità di assistenza, nonché forme di cooperazione con i paesi di origine volte a ridurre l’entità dei flussi, migliorarne la qualità e renderli produttivi anche per loro;
  9. l’obiettivo può essere raggiunto con azioni economiche e diplomatiche verso i paesi di origine e di transito ma non è più possibile escludere l’impiego deterrente della forza (cosa diversa dalla violenza) per la difesa dei confini con l’obiettivo di alleggerire la pressione sulle frontiere esterne e dare messaggi chiari di stop alla migrazione;
  10. l’UE è completamente incapace di fronteggiare il fenomeno e lo gestisce solo come fatto interno attraverso politiche di ricollocazione e risarcimento economico ai paesi interessati per cui la difesa delle frontiere compete ai singoli stati (basta “aspettare Bruxelles”);
  11. qualsiasi allargamento dei benefici di welfare e di cittadinanza accordati da singoli stati rappresenta un ulteriore messaggio che, a torto o a ragione, induce i migranti a pensare ad un allargamento delle maglie;
  12. l’Italia sempre seguire una linea politica diversa da quella degli altri paesi europei andando invece verso un allentamento dei vincoli all’entrata.

Molte delle cose di cui sopra le diceva ad agosto Orban. La storia va veloce nel terzo millennio: chissà che non ci tocchi presto riabilitarlo e riconoscergli una capacità di visione assente negli altri leader europei. Speriamo che, quando lo faremo, non sia troppo tardi.

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