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Economia e società, Papa Francesco

Fra pecorelle e pastori, corvi e capri espiatori

denaro10La vicenda Vatileaks 2 che ha dato vita a due bestseller usciti contemporaneamente e preceduti di poco dall’arresto dei due “corvi” Padre Vallejo Balda e Maria Immacolata Chaouqui si presta a molte considerazioni, alcune delle quali di rilievo solo per la Chiesa ed altri di portata più generale. Le considerazioni che seguono derivano principalmente dalla lettura di “Via Crucis” di G. Nuzzi.

Alcune considerazioni preliminari:

  1. tutto il caso ruota attorno alla commissione COSEA, istituita per consigliare Francesco sulla riforma delle finanze vaticane, di cui facevano parte anche Padre Vallejo Balda e Maria Immacolata Chaouqui
  2. i corvi erano stati nominati dal Papa, direttamente Padre Vallejo Balda e indirettamente Maria Immacolata Chaouqui;
  3. sin dall’inizio era parsa strana la loro presenza in una commissione di altissimo livello presieduta dall’ex governatore della banca centrale maltese Zahra e dall’ex premier di Singapore George Yeo;
  4. è alla fine quanto meno curioso che siano stati proprio loro a tradire la fiducia del Papa, una referenza che per personaggi mediocri doveva essere un prezioso tesoro da custodire.

È bene anche da chiarire che i fatti descritti nel libro riguardano beni che a rigore, da un punto di vista “italiano”, non sono pubblici ma appartengono a soggetti privati o al più ad uno stato straniero per cui la valutazione non può essere fatta nei tradizionali termini della corruzione, malversazione, ecc.  D’altro canto in una realtà come quella ecclesiale, che è più assimilabile al feudalesimo che allo stato moderno, è addirittura difficile separare nettamente fondi statali, ecclesiali e privati. Si tratta quindi di denunce dirette non ai cittadini, se non ai pochi di nazionalità vaticana, ma alla comunità dei cattolici che viene portata a conoscenza, con dettagli minuziosi, del livello di degrado della curia romana (ma sarebbe bello avere un libro anche sulle altre curie) nella gestione della ricchezza.

La prima contraddizione che emerge è quella fra le precauzioni digitali e le truffe analogiche. Fa sorridere la discrepanza esistente fra la cura posta dal presidente della commissione Zahra nel rifornirsi da Vodafone di iPhone5 con linee criptate e nel creare server isolati dalla rete e la semplicità con cui i faldoni sono stati trafugati o fotocopiati e consegnati ad estranei. Un vulnus nella rete di sicurezza poco spiegabile, soprattutto perché le carte della commissione, pur così dirompenti,  non erano in alcun modo sorvegliate.

Altre contraddizioni sono relative al modo in cui il papato viene rappresentato in questa vicenda. Da un lato appare una singolare contraddizione fra teocrazia e tecnocrazia, laddove il vertice vaticano pende dalle labbra di una miriade di consulenti (di strategia, direzione, marketing, assicurativi, finanziari, ecc.) con lo scopo il più delle volte di fare un inventario dei propri beni o di verificare come sono amministrati. È curioso vedere come il potere derivato direttamente da Dio non sia sufficiente a gestire le complessità della modernità. È una lezione che travalica le Mura Leonine per impattare sulle moderne democrazie occidentali, dando in parte giustizia a quei politici che si trovano ormai a mal partito nel governare fenomeni economici e finanziari che vanno ben oltre le loro competenze e capacità di comprensione. Ma è d’altro canto la conferma, se si vuole, di come la Chiesa possa essere sempre al centro delle correnti intellettuali delle varie epoche, in passato artisti e teologi, oggi consulenti d’impresa.

Dall’altro lato emerge una contraddizione fra assolutismo e federalismo nella misura in cui il potere assoluto del Papa si scontra con una assetto economico basato su centri decisionali ed amministrativi molto più decentrati ed autonomi di quanto si potesse pensare, addirittura in parte disposti a nascondere o mistificare informazioni dirette al Santo Padre. Ovviamente un’eredità del passato, in cui la Chiesa era diffusa sui 5 continenti ma il Papa non usciva da San Pietro, le distanze erano per l’epoca siderali, i mezzi di trasporto inefficienti ed insicuri e quindi era necessaria una gestione locale del patrimonio che comunque si andava formando. Ciò ha portato ad una organizzazione molto complessa fatta di diocesi, ordini, congregazioni e quant’altro popola il variegato mondo della Chiesa, ciascuna con un proprio patrimonio, organizzazione e regole di gestione che non sarà facile riportare ad unità, date le connessioni e sovrapposizioni fra aspetti religiosi e materiali.

Da qui anche una connotazione feudale all’organizzazione ed atteggiamento degli uomini della curia papale, ognuno intestatario di un ufficio dal nome latino lunghissimo ed improbabile, di utilità discutibile, completamente scoordinato dal resto della struttura, ma all’interno del quale ciascuno di essi aveva pieni poteri, in parte opponibili allo stesso pontefice. Poteri che non consentono di distinguere nettamente fino a che punto l’uso della ricchezza fosse legittimo o meno, indirizzato a fini istituzionali o privati.

L’atteggiamento degli uomini di Chiesa descritto dal libro evidenzia una contrapposizione netta fra un l’ostentato disprezzo della ricchezza e la serena consapevolezza che la ricchezza comunque c’è, sullo sfondo ovviamente di un uso distorto e personalistico della stessa. In più parti del libro i commenti dei cardinali sono di stupore ed incredulità rispetto ai cambiamenti richiesti dai manager, basandosi  sul fatto che si era sempre fatto così. Questo trova conferma anche nell’esperienza personale: anche nei confronti di religiosi che non abusavano certo dei beni affidati loro, ho sempre rilevato un atteggiamento di sufficienza rispetto alla ricchezza (beni immobili tenuti improduttivi ed inutilizzati, forniture negoziate senza alcuna attenzione ai prezzi, fastidio verso incarichi di gestione ed amministrativi che, per esempio, in una ASL avrebbero giustificato lo sgozzamento del collega rivale, ecc.) ma sempre nella consapevolezza che in qualche modo i fondi per il sostentamento e gli obiettivi religiosi c’erano, non si sa da quale parte ed in quale modo venissero, ma comunque arrivavano. Il Vaticano stesso, molto prima di Francesco, aveva provato a promuovere un atteggiamento più consapevole e responsabile dei religiosi verso i beni posseduti attraverso progetti e consulenti, ma ciò non aveva mutato in profondità l’atteggiamento “nobiliare” di chi dà per scontata la ricchezza, atteggiamento che oggi si scontra con una modernità dove il vincolo di scarsità delle risorse comincia ad interessare anche la Chiesa.

La scarsità delle risorse deriva anche dagli impegni che la Chiesa assume verso il suo popolo: impegni di carità imposti dal Vangelo, costantemente monitorati da un sistema informativo ormai pervasivo ed onnipresente, ed impegni assistenziali imposti dai contratti verso i dipendenti del Vaticano. Il capitolo forse più sconcertante è quello relativo all’insufficienza del fondo pensioni accertata dagli onnipresenti consulenti: in questo caso non si tratta di furti, abusi, dissipazione, ma della semplice mancanza degli strumenti cognitivi necessari a gestire il fondo pensione. I cardinali preposti semplicemente non capivano che il flusso delle entrate non sarebbe stato sufficiente, e di molto, a coprire gli impegni assunti. Da qui la decisione di passare al metodo contributivo anche per le pensioni dei dipendenti vaticani. Emerge una contrapposizione fra spiritualità e managerialità che arriva anche a toccare il Papa nella misura in cui si ritenga che la sua figura non possa essere isterilita nella gestione economica della Chiesa, peraltro sempre più complessa, e che quindi questa debba essere affidata, con tutte le cautele e pericoli del caso, a dei manager laici, lasciando libero di perseguire il magistero spirituale.

L’universalismo della Chiesa Cattolica si contrappone alla dimensione microscopica dello Stato Vaticano e degli attori che lo popolano. Le somme di cui si parla nel libro non sono mai, in assoluto, enormi. Si tratta di cifre che potrebbero essere riferite al massimo a delle medie aziende, salvo il fondo pensioni in cui le cifre sono da grande azienda. Anche gli abusi sono “piccoli”: riguardano l’uso abusivo di appartamenti, affitti non pagati, spese personali con fondi vaticani, probabilmente piccole frodi IVA  legate ad un book shop. Piccole cose di piccoli uomini. Gli atteggiamenti dei cardinali assomigliano a quelli dei manager aziendali che si confrontano in termini di dipendenti (più ne hai, più conti), budget, benefit (auto e case) o di politicanti di basso livello. Si dimostra come il verticismo di organizzazioni chiuse, non soggette al vaglio dal basso, generi facilmente deviazioni anche rispetto ad una missione che trascende enormemente il ruolo terreno. E d’altro canto i mezzi di informazione odierni impongono a tutti, anche al rappresentante di Dio in terra, una trasparenza ed onestà non usuali che parte della Chiesa non ritiene necessario avere.

È una vicenda che parla anche di scontro fra tradizione ed innovazione che attraversa sia il clero che, in misura minore, i laici alcuni dei quali molto più orientati alla prudenza. Ma soprattutto è uno scontro fra pastori: le pecorelle rimangono sullo sfondo, poco interessanti per tutti, o addirittura vittime sacrificali, come i dipendenti vaticani oggetto dei tradizionali provvedimenti restrittivi verso il personale (blocchi di assunzioni, aumenti, turnover) che si attuano per prima cosa in caso di crisi e costretti a passare al regime pensionistico contributivo senza tanti complimenti, manco Francesco fosse un nuovo Monti.

Il libro intende accreditare una figura di Francesco come innovatore illuminato contro una Chiesa corrotta, chiusa e retriva. Ma alla fine nenche il Papa emerge benissimo da questa vicenda, tanto da lasciare un sospetto sullo scopo per cui questi libri sono stati pubblicati. Un Papa che dimostra nelle prime pagine del libro un’attenzione esasperata alla gestione economica, in parte anche cinica, con l’affermazione che occorre  prestare attenzione all’effettiva necessità dei dipendenti che stride con le numerose occasioni in cui catechizza gli imprenditori per indurli a mantenere dipendenti non necessari o poco produttivi. Un Papa che ricerca una visione completa di risorse e problemi ma che dopo quasi tre anni dimostra di non essere stato in grado di passare dall’analisi all’azione, di procedere nel senso indicato da studi ormai avanzati, di uscire dalla ritualità degli appelli ai cardinali ad adottare uno stile di vita povero, di sfidare il ventre molle ed elastico della curia che evidentemente lo condiziona. Un Papa che con un motu proprio non indugia nel peggiorare la condizione dei suoi dipendenti quando spesso chiede agli imprenditori di comportarsi diversamente da lui. Un papa che soprattutto non chiarisce quale sia il fine ultimo di una così forte spinta all’accentramento ed alla razionalizzazione dell’economia. Esiste senza dubbio un obbligo etico della Chiesa ad una gestione accorta dei beni conferitile dai fedeli ed un’aspettativa dei fedeli che le donazioni siano per scopi religiosi o umanitari. Ma poi manca l’ultimo salto: il Papa vuole davvero una Chiesa che si disfa dei beni per darli ai poveri e per rendersi a sua volta povera, o vuole solo una Chiesa più efficiente e trasparente nella gestione e più equa nella distribuzione interna? Non sfugge il fatto che la Chiesa Cattolica ha ormai il grosso dei fedeli nel sud del mondo mentre il grosso dei suoi beni e della loro gestione rimane nel nord. È presumibile che la sua stessa elezione mirasse ad un riequilibrio della distribuzione delle risorse a favore delle diocesi africane, australiane e sudamericane. In questo senso si tratterebbe di un processo di efficientamento probabilmente utile e giusto ma non paragonabile alla speranza della spoliazione dei beni terreni che Francesco ogni tanto butta lì, soprattutto quando parla dei beni degli altri. Ma che soprattutto avrebbe bisogno di tempo ed energie che probabilmente il Papa non ha. La ristrutturazione di una grande azienda richiede 2-3 anni, si può pensare che la ristrutturazione economica della Chiesa ne possa richiedere almeno 10, associata ad un mix di competenze che deve essere creato dal nulla e ad una forza fisica e politica che un Papa quasi ottantenne difficilmente avrà in futuro. Potrebbe essere il compito di un pontefice poco più che cinquantenne, come Wojtila quando venne eletto nel 1978, a cui magari lasciare il testimone con le dimissioni, dopo aver impostato la strada e non prima della morte di Ratzinger.

Del resto l’atteggiamento di Francesco sembra essere meno radicale che all’inizio del suo pontificato. La domanda, forse non proprio retorica, che si era inizialmente posto circa la necessità per la Chiesa di possedere una banca, ha avuto risposta affermativa qualche mese dopo con la conferma dello IOR. La sua affermazione sull’impossibilità di mettere all’asta la Pietà di Michelangelo perché di proprietà dell’umanità, stride con il dato giuridico sulla reale titolarità dell’opera e pare fare da contraltare con l’idea dell’oggi vituperato Paolo VI proprio di vendere la statua per destinare il ricavato ad opere di beneficienza, cosa che forse Bergoglio addirittura ingnora.

La vicenda economica della Chiesa si intreccia ormai con quella spirituale, prova ne è la vicenda del cardinale australiano Pell, uomo di fiducia di Francesco nell’economia ma suo oppositore al Sinodo. Non si può neppure escludere che gli scenari siano ancora più apocalittici, quali quello di uno scisma che porterebbe a conseguenze imprevedibili anche sulle finanze vaticane. Questa possibilità giustifica uno sforzo di accentramento e catalogazione del patrimonio ecclesiale da un lato e, dall’altra parte, per fini contrapposti, rende razionale la tendenza delle varie entità ecclesiali a mantenere nascosta una parte del loro patrimonio per preservarlo in tale drammatico epilogo.

È probabile che Francesco abbia incontrato una realtà ancora più complessa e preoccupante di quella che immaginava e resistenze fortissime da parte della “vecchia” Chiesa. Uno scontro fra pastori di anime. Essendo improbabile che documenti riservatissimi possano essere portati fuori dal Vaticano senza controlli ed ostacoli e che quindi ci sia una “manina” dietro ai libri, le spiegazioni possono essere due:

  1. Francesco si prepara a lanciare la sfida finale alla Curia, con la chiamata alle armi del suo popolo, le pecorelle, in uno stile peronista che ben si attaglia al personaggio;
  2. Francesco si prepara a lanciare la spugna ma vuole che la colpa cada sulla Chiesa “vecchia e cattiva” dei Bertone, Calcagno, ecc.

In entrambi i casi si riabiliterebbero i due protagonisti iniziali della vicenda, i corvi Padre Vallejo Balda e Maria Immacolata Chaouqui: non traditori della fiducia del Papa ma fedeli esecutori della sua volontà, kamikaze volontari, capri espiatori di una vicenda che li sovrasta di gran lunga.

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