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Immigrazione, Politica Europa

À la guerre comme à la guerre

lepantoEd alla fine è successo: l’Europa è in guerra. Non che non lo fosse anche prima ma dopo l’ennesimo attacco terroristico stragista subito dalla Francia nessuno se lo può più nascondere. L’attacco a Charlie Hebdo aveva la “giustificazione” della provocazione data dalle vignette anti islamiche; quello al negozio kosher poteva forse rientrare nella secolare faida fra ebrei e mussulmani. Ma adesso le chiacchiere stanno a zero: hanno attaccato francesi “comuni”, gli Average Joe locali, senza distinzioni, senza motivazioni esplicite. Lo hanno fatto nel momento in cui erano più deboli: il venerdì, il momento in cui ci si rilassa, si abbassano le difese, gli individui come lo stato. Il venerdì, il giorno santo dell’islam, chissà se vorrà dire qualcosa. Dopo 13 secoli non abbiamo ancora capito il senso profondo dell’Islam, figuriamoci se possiamo vaticinare qualcosa oggi.

Questo blog nei mesi passati si è interrogato sui motivi per cui l’Europa si stava suicidando. Lo ha fatto in numerosi pezzi (12345) dedicati all’analisi politica dell’invasione immigrazionista. Lo ha fatto in un modo dialogante, critico, cercando di evidenziare le numerosissime incongruenze della politica europea e di cercarne le spiegazioni razionali. Da oggi assume una posizione chiara e netta: gli europei, in quanto popolazione a stragrande maggioranza bianca, cristiana e democratica, sono oggetto di un attacco da parte di popolazioni non bianche, non democratiche e soprattutto intrise della religione mussulmana che esse ritengono legittimi o addirittura richieda tali comportamenti.

E’ un attacco che dura ormai dagli attentati di Madrid del 2004 ma che adesso sta assumendo caratteristiche diverse. Militari innanzitutto: non sono più singoli attentati ma operazioni complesse e coordinate, svolte con abilità e preparazione, che sono arrivate a sfiorare il presidente Hollande. Operazioni che trovano supporto nell’esistenza dello stato terrorista dell’ISIS, dotato a pieno titolo di un territorio e di una sovranità, che offre una piattaforma ideologica, politica, militare, finanziaria ed organizzativa ai gruppi terroristi che operano in occidente. È un fatto totalmente nuovo: è dalla I GM che non esisteva uno stato mussulmano apertamente in guerra con gli occidentali (ai tempi era l’impero turco), adesso dobbiamo prendere atto che non abbiamo di fronte manipoli di cani sciolti, come anche Al-Qaeda alla fine era, ma un potere sovrano che, per quanto minuscolo di fronte all’Europa, le sta muovendo guerra.

Ma la guerra avviene anche con mezzi non convenzionali, come è ormai chiaro dal fatto che l’immigrazione è gestita da paesi islamici ed è un fenomeno che, per quanto inizialmente sottovalutato e banalizzato con argomenti da Libro Cuore, sta avendo conseguenze devastanti sui paesi europei in termini di impatto economico e di disgregazione sociale. Soprattutto sta avendo un impatto pesante in termini di identità, con il passaggio almeno nelle menti delle elite al potere ad una concezione multietnica e multiculturale di paesi che invece mantengono profonde radici etniche, religiose e culturali. Questa visione, ormai apertamente rifiutata dalle popolazioni che sistematicamente stanno ovunque votando per partiti “xenofobi”, non trova giustificazione razionale se non in una visione patologica del fenomeno, rappresentata dalla corruzione a livelli apicali, con i leader occidentali che si sarebbero venduti ai paesi islamici.

Detto questo, è auspicabile che le stragi di Parigi inducano ad una serie di cambiamenti.

  • L’Europa e l’Islam: la guerra fra europei cristiani e mussulmani dura dalla nascita dell’Islam nel VII secolo. Ha avuto andamenti solitamente infausti per gli europei con la dominazione in Spagna e Sicilia e poi con l’impero ottomano durato fino agli albori del XX secolo. Nel mezzo, un flusso ininterrotto di guerre – alcune vinte per miracolo come nelle battaglie di Roncisvalle, di Lepanto e dell’assedio di Vienna – senza le quali oggi porteremo turbante ed hijab, leggeremmo solo il Corano e ci inchineremmo salmodiando verso sud-est per cinque volte al giorno. Ed una continua ostilità, come rappresentato dalle incursioni barbaresche durate fino all’800. Solo nel XIX secolo c’è stata una parentesi di sicurezza per gli europei data dalla dominazione coloniale del Nord Africa e del Medio Oriente. Se non si vuole essere ingenui, dobbiamo dire che questa fase conflittuale continua ancora oggi anche se con mezzi diversi (i mussulmani non cercano più schiavi ma vittime) e che l’unica cosa che è cambiata è la percezione che ne hanno gli europei, convinti (spero solo fino a ieri) che si tratti di un non problema. Poi esisterà sicuramente un Islam moderato, democratico e tollerante, ma ad oggi non ve ne è traccia a livello pubblico e politico per cui possiamo pragmaticamente dedurre che non esiste e trattare i mussulmani come corpo unico ed omogeneo. Occorre tornare con i piedi per terra e capire che siamo di nuovo in guerra con l’Islam e che alcune decisioni consequenziali devono essere assunte.
  • L’Europa e le frontiere: la prima decisione è irrobustire i controlli. Questo blog ha più volte lamentato la mancanza di difesa delle frontiere esterne dell’Unione Europea. Difesa è cosa diversa dal controllo: implica un atteggiamento attivo e conseguentemente l’uso della forza (che è diversa dalla violenza). Il controllo è una mera verifica di quello che sta accadendo: ne entrano tot, diretti in un certo posto, aventi o non aventi diritto d’asilo, ecc., ma alla fine nessuno viene bloccato. Questo atteggiamento deve cambiare: non esiste un diritto di stranieri (siano pure profughi, rifugiati, malati o moribondi di fame) ad entrare di loro sponte in un paese europeo. Se ne hanno diritto facciano la trafila burocratica che devono fare, altrimenti si astengano o per lo meno sappiano che il viaggio può essere interrotto con la forza. Questo vale ancor più per i viaggi via mare: non è ammissibile che siano incentivati dalla sicurezza che le forze armate dei paesi di destinazione li salveranno. Solo una forte percentuale di rischio di morte può ridurre l’afflusso e riportare il Mediterraneo a quello che è sempre stato, cioè una barriera alle scorrerie di non europei, a partire dai tempi di Cartagine. Perpetuare questi comportamenti vuol dire portarsi i nemici in casa, caricarsi di oneri, avere meno risorse per controlli e contrasto al terrorismo, disgregare la società che invece deve essere coesa e pronta a rispondere agli attacchi ormai reali. In questo aspetto rientra anche il controllo delle frontiere interne che sta diventando il punto focale della rissosità e divisione europea. Schengen è una cosa utile ma non un dogma. Non attendere 20/30 minuti in coda è meglio ma non giustifica il rischio di spostamenti di armi e terroristi da un paese all’altro. E’ stato pensato in contesto di coesione e condivisione di valori comuni come era quello europeo di fine XX secolo, non può essere mantenuto se questo consente ingresso e spostamenti a stranieri che odiano gli europei e gli stessi valori su cui quel trattato si fonda. Occorre anche iniziare a disincentivare l’immigrazione con misure dirette ed indirette, come ostacoli all’assunzione di stranieri e riduzione delle provvidenze sociali, in modo da evitare il perpetuarsi di fenomeni predatori e parassitari che, già inaccettabili per i cittadini europei, oggi servono anche come copertura a terroristi e comunque distolgono risorse dal contrasto al terrorismo.
  • L’Europa ed i controlli interni. Occorre anche essere chiari con noi stessi rinunciando ad un politicamente corretto che ormai corrisponde ad una complicità nell’omicidio di cittadini europei: i nostri nemici si riconoscono a vista. Essi hanno un aspetto diverso dal nostro, parlano una lingua diversa, usano un alfabeto diverso. A differenza del terrorismo politico degli anni 70/80, non è necessario controllare tutti, come spesso è stato detto, attraverso limitazioni alla libertà di spostamento, comunicazione e finanziaria dei cittadini bianchi e cristiani. Se lo si fa, lo si fa per altri motivi spesso solo fiscali. E’ sufficiente “attenzionare” coloro che a vista non sono bianchi e non parlano le nostre lingue. Non è razzismo, è un dato di fatto ed il semplice riconoscimento che nella guerra occorre adottare il principio di prudenza e quindi nessuno è al di sopra ad ogni sospetto. Lo fecero gli americani con giapponesi, italiani e tedeschi residenti negli USA durante la II GM, lo possiamo fare noi. Ogni soggetto evidentemente non europeo e non cristiano dovrà essere considerato come possibile sospetto e conseguentemente per loro dovrà valere uno status diverso dai bianchi cristiani.
  • L’Europa, l’accoglienza e la cittadinanza: chi parla di ius soli ha di fronte i risultati. Non basta essere nati qui per essere dei nostri. Tantomeno è sufficiente avere fatto la quinta elementare come vorrebbe il governo italiano. La cittadinanza è comunione di cultura, tradizione, stile di vita. È soprattutto riconoscimento ed accettazione di valori fondamentali: convivenza pacifica, libertà, democrazia, diritti umani, rispetto delle diversità. Niente di tutto questo si trova nell’Islam, moderato o estremista che sia. Il concetto di cittadinanza non basato sullo ius sanguinis nacque con la rivoluzione francese del 1789, all’epoca anche per motivi concreti: la necessità di difendere la neonata repubblica dalla controffensiva reazionaria per cui occorrevano forse fresche che potessero aiutare in cambio di una promessa di vita diversa e migliore. Qualcosa di simile alla Legione Straniera. I valori universalistici della rivoluzione francese hanno avuto fortissima presa laddove le premesse erano favorevoli, in Europa e nelle successive colonie europee. Hanno dato il meglio di sé in occasione della guerra civile spagnola, unico caso recente di importanti masse di rifugiati in Europa accolte prevalentemente dalla Francia. Hanno avuto un uso distorto negli anni 80, quando la Francia è diventata rifugio di terroristi, fenomeno che oggi ha la sua nemesi nella assoluta incapacità francese di rapportarsi al terrorismo a differenza (speriamo) di Italia e Germania che quel fenomeno hanno avuto e combattuto. Non è un concetto applicabile a popolazioni che nell’insieme vedono gli europei come infedeli da convertire ed uccidere ed i diritti come bestemmia al loro dio e segno di debolezza da sfruttare. Concedere la cittadinanza vuol dire privarsi nei loro confronti di strumenti radicali come leggi speciali, espulsioni anche di massa e confinamenti, misure che non possono allo stato essere escluse in futuro. La differenza fra cittadini e stranieri deve tornare ad avere un valore se vogliamo lasciarci le mani libere per misure straordinarie ed anche discriminatorie che in futuro potrebbero essere necessarie.
  • L’Europa ed il Mediterraneo, gli USA, la Russia: la minaccia islamica arriva dal Mediterraneo, Siria, Libia e Turchia. L’Europa deve tornare a identificare un suo spazio geopolitico di interesse che comprenda il Nord Africa ed il Medio Oriente. In questa area deve avere obiettivi precisi, alleanze e forza militare per perseguirli. Deve riprendere un’alleanza con Israele che è l’avamposto occidentale in quella zona. Riconoscere che l’alleanza con gli USA sta ormai mostrando i suoi limiti dopo la fine della guerra fredda e con il progressivo disimpegno dettato dalla priorità del fronte del Pacifico. L’alleanza naturale adesso è con la Russia che sta affrontando in modo ben diverso gli stessi problemi. Una rivalutazione del percorso strategico europeo degli ultimi 20 anni è ormai necessaria.
  • L’Europa e la guerra: 70 anni di pace sono un risultato straordinario. Le pulsioni belliche europee sono state sedate attraverso il percorso di progressiva unificazione. Ma se gli altri ti muovono guerra, porgere l’altra guancia è sbagliato. L’Europa deve ammettere di essere in guerra, tornare con i piedi per terra e dotarsi di una politica militare e di forze militari adeguate. L’ISIS è un problema ma può essere risolto militarmente in poco tempo, purchè si ammetta che avere un esercito abbia come logica conseguenza il fatto di usarlo e di accettare le perdite che l’uso comporta. Analogamente occorre comportarsi in Libia dove gli sforzi di pace di Bernardino Leon coprivano una colossale tangente. La superiorità europea in termini militari è schiacciante e compensa squilibrio demografico e diversità di motivazioni. Purchè la si usi.
  • L’Europa e se stessa: è il problema più grosso. L’Europa deve accettare di essersi raccontata un storia mortificante e consolatoria ad un tempo posta alla base di un modello culturale, sociale e politico ritenuto vincente, accettato ed ambito da tutti. I risultati dell’apertura e del multiculturalismo sono di fronte a tutti. Quello che rende orgogliosa l’Europa è considerato peccato e debolezza dai mussulmani. Il declino USA, il risorgere di problematiche tipicamente europee, rendono necessario un diverso storytelling fatto di un continente che è stato il centro della moderna civiltà irradiata in tutto il mondo e che, non immune da errori, ha dato un contributo vitale anche ai paesi colonizzati. L’orgoglio di essere il traino della civiltà moderna deve darci la forza di riprendere il nostro posto nella storia, senza sensi di colpa, con la visione chiara di interessi che confliggono con interessi e financo diritti altrui, il riferimento costante alla difesa dei cittadini che hanno reso questo possibile. Diversamente prepariamoci ad abbandonare salsicce e costolette, a imparare una lingua aliena, ad inchinarci a sud-est cinque volte al giorno.

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