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Immigrazione, Politica Europa, Politica Italia, Terrorismo

Islam europeo: dopo la carota, il bastone

rotekarterassistSe 8 kamikaze di origine araba e fede islamica, tutti od in gran parte formalmente cittadini europei (francesi o belgi) compiono una strage urlando “Allah Akbar” e  colpendo quasi 500 persone, a quale fenomeno  ci troviamo di fronte?

La cosa più evidente che ne possiamo dedurre è che la religione islamica sta diventando un problema in occidente: forse non tutti i mussulmani sono terroristi ma sicuramente tutti i terroristi sono mussulmani. Quasi dieci anni di crisi economica epocale son trascorsi senza un rigurgito terrorista delle BR, RAF, ETA e delle altre sigle terroristiche che con le loro azioni avevano segnato gli anni 70/80 del nostro continente. Segno che il terrorismo autoctono europeo si è esaurito insieme al filone ideologico marxista che, per quanto rivisitato, lo aveva nutrito. Volendo parlare ancora di “semplice” terrorismo e non di guerra, l’origine oggi è chiaramente alloctona, deriva da soggetti appena immigrati o al massimo di seconda generazione, spesso in possesso di una cittadinanza europea, che dimostrano di essere privi di senso di appartenenza al paese che li ospita e di tributare invece fedeltà a qualcosa di “altro”, sia esso un’appartenenza religiosa o etnica.

In epoca moderna l’occidente ha dimostrato scarsa capacità di comprensione della capacità motivante e mobilitante della religione islamica. L’occidente si è da un paio di secoli abituato ad un rapporto molto rarefatto e limitato con la propria religione. La fede cristiana non è ormai da tempo il driver dei comportamenti pubblici e privati e la stessa partecipazione ai riti si è fatta progressivamente meno pesante ed invasiva: un’ora scarsa di messa domenicale, la confessione annuale, la fuoriuscita del digiuno dallo stesso repertorio mentale dei fedeli e dei sacerdoti, non sono paragonabili in termini di impegno e coinvolgimento con i riti islamici del digiuno del Ramadan, della preghiera 5 volte al giorno, del pellegrinaggio alla Mecca. La cultura europea si è rivolta verso un materialismo pragmatico che ha relativizzato il cristianesimo ma che è diventato a sua volta totalizzante. Lo stesso cattolicesimo, nella recente interpretazione bergogliana, pare incapace di trasmettere messaggi che prescindano dalla materialità della vita terrena, intriso com’è di attenzione all’ambiente ed alla povertà. Di fronte alla forza, anche solamente espressiva e rituale, ed al fortissimo carattere identitario della religione mussulmana praticata dagli immigrati a partire dagli anni 50/60, la forma mentis è stata quella di considerarla una fase transitoria che sarebbe fatalmente terminata con la piena adesione al modello di vita materialistico e laico a cui l’Europa si era conformata: anche i mussulmani, migliorando  il loro tenore di vita, avrebbero allentato la fedeltà alla religione, l’avrebbero resa mento pervasiva e pesante, trasformandola in un omaggio rituale alla loro identità. In questo ha giocato anche la presunzione consolatoria dell’Europa post II GM di essersi riscattata dal conflitto più atroce della storia inventando un modello di civiltà aperto, tollerante ed attrattivo basato su benessere e diritti riconosciuti a tutti ma alla fine del tutto anonimo dal punto di vista culturale. Non ultimo ha giocato l’oggettiva marginalità quantitativa del fenomeno, relegato fino a pochi anni fa a pochi milioni di abitanti del continente.

Le élite europee hanno a lungo stentato a credere che l’Islam potesse essere un motore primario dei comportamenti individuali e dei conflitti politici e militari. Il conflitto arabo-israeliano che ha accompagnato la mia esistenza è stato “occidentalmente” interpretato in termini di lotta per l’indipendenza della Palestina, a lungo assimilando l’OLP ai vari fronti di liberazione sudamericani. La rivolta nelle banlieu è stata interpretata con gli occhiali marxisti che la riducevano al “normale” conflitto di classe che da due secoli attraversa l’Europa ed anzi come segno che anche i mussulmani avevano cessato di essere grati al paese in cui erano immigrati e cominciavano a porre le istanze di un maturo proletariato. Seguendo questo riflesso condizionato, la strage di Parigi è stata da alcuni commentata come reazione al conflitto israelo-palestinese, alla politica militare occidentale in MO o alla rivolta di popolazioni povere contro i capitalisti europei che le affamano depredando il petrolio. A parte altre considerazioni, è sconcertante assistere ad una masturbazione mentale che non trova nessun riscontro nella rivendicazione dell’ISIS che parla di Parigi come capitale dell’abominio e della perversione: se non è un richiamo religioso questo, quale può esserlo?

Ammesso che l’Islam ha dichiarato guerra, nei confronti di chi l’ha fatto? La prima risposta che riporta alla “guerra di religione” è solo in parte esatta, almeno al momento. È vero che il Bataclan era un locale a “forte impronta ebraica” ma comunque al momento dell’irruzione era in corso un concerto di una band californiana che probabilmente aveva poco a che fare con la Torah ed a cui assisteva un pubblico poco identificabile in senso etnico-religioso, composto da francesi e stranieri, cristiani ed anche almeno un paio di ragazze mussulmane. Analogamente alti erano i rischi di colpire mussulmani aggredendo un ristorante cambogiano. A maggior ragione non poteva avere un senso compiutamente religioso l’assalto fallito allo stadio atteso che il calcio è forse il fenomeno più unificante su scala globale, che le nazionali francesi di tutti gli sport sono forse il simbolo più avanzato dell’integrazione e che alla partita avrebbero presumibilmente assistito anche dei mussulmani.

La cosa più logica è pensare che la guerra sia stata dichiarata allo stile di vita occidentale, al modello di civiltà basato su laicità, pluralismo politico e religioso, libertà individuale, diritti civili e sociali, pace, democrazia, uguaglianza degli esseri umani ma anche socialità, sessualità, divertimento, cultura. Tutti aspetti che sembrano essere in aperta contraddizione con una vita vissuta secondo i più stretti dettami mussulmani. Scontro di civiltà pare quindi essere più corretto che guerra di religione.

Detto che il terrorismo islamico ha una matrice chiaramente religiosa ma è per ora orientato a colpire più valori laici che altre religioni, quanto può essere considerato coerente con la religione islamica e rappresentativo dei mussulmani in generale e del mondo mussulmano che vive in Europa in particolare? Ovviamente il terreno è infido e mal si presta a soluzioni tagliate con l’accetta.

La distinzione fra Islam moderato e radicale, effettuata con spirito “mirmicologico” dagli occidentali, è assolutamente priva di effetti concreti e serve soltanto a giustificare il rinvio di decisioni più drastiche che dovranno essere prese. A livello di popolazioni islamiche,  gli atteggiamenti sono stati contrastanti con i fischi allo stadio in Turchia e alcuni post su FB con lo stanco rituale del #notinmyname. Evidenzio soltanto che manifestazioni di questo genere fatte da adolescenti, per quanto apprezzabili, in una società autoritaria, gerarchica e patriarcale come quella arabo mussulmana, equivalgono per noi al rammarico che potrebbe essere espresso da due cocoriti che abbiano imparato a ripetere la parola “condoglianze”. Nessun “capo” che si sia speso in tal senso, aderendo al fronte dei moderati contro quello degli estremisti. Addirittura il deputato PD Khalid Chaouki ha sentito la necessità di chiamare i suoi correligionari a dimostrare in modo chiaro ed energico il loro biasimo contro i terroristi. segno che un po’ di dubbi sui reali sentimenti dei mussulmani in Europa esistono. Anche gli intellettuali francesi cominciano a chiedere atteggiamenti più chiari in proposito e addirittura l’Annunziata che solo a settembre salutava una nuova Europa segnata dalla irrefrenabile marcia degli immigrati, due mesi dopo per gli stessi motivi considera l’Europa il posto più pericoloso dell’occidente proprio perchè i nuovi europei sono in fermento ed il fermento si spande in maniera invisibile ed imprevedibile nella popolazione mussulmana. È evidente che questa reticenza ed ambiguità rende la distinzione fra moderati ed estremisti ancora meno significativa, se addirittura non è la dimostrazione dell’evanescenza e falsità della distinzione stessa.

Allora tutti i mussulmani sono terroristi suicidi? Chiaramente no. La scelta di usare violenza contro se stessi e gli altri è evidentemente una scelta personale che richiede livelli di elaborazione, convincimento e  motivazione altissimi. I terroristi, così come i foreign fighters, sono un’élite all’interno dei 7 milioni di mussulmani francesi e dei 20 milioni di mussulmani europei. Nondimeno l’esperienza dei fenomeni criminali più vicini a noi, come il terrorismo politico e le organizzazioni mafiose,  dimostra come le punte di diamante non siano cani sciolti ma il risultato dei processi di reclutamento. formazione e selezione che avvengono in ambiti molto più ampi. Probabilmente, la scelta di uccidere e diventare un martire riguarda relativamente poche persone in un ambito che possiamo stimare di alcune migliaia di soggetti che condividono l’ideologia e gli obiettivi, che possono anche essere pronti ad atti di violenza verso terzi ma non sono pronti ad immolarsi. A raffronto una scelta meno rischiosa come quella di di abbracciare un ideale guerriero andando a combattere in Siria è stata fatta da oltre 1500 foreign fighters francesi, numero non basso e probabilmente superiore a quello di tutti terroristi politici che abbiano partecipato a fatti di sangue in Europa negli anni 70/80. Possiamo forse arrischiarci a stimare in alcune decine di migliaia gli aderenti generici alla Jihad che possano collaborare in termini di finanziamento, logistica, preparazione e copertura agli atti terroristici.  In questo i terroristi beneficiano della loro trans nazionalità garantita dall’omogenea identità etnico religiosa che assicura loro una dimensione indipendente dai confini nazionali, a differenza di gruppi politici europei e cosche mafiose, nonché dalla possibilità di attraversare i confini liberamente grazie a Schengen e probabilmente a collusioni e coperture delle varie intelligence. Al contrario i paesi europei continuano nella strategia del beggar-thy-neighbour già sperimentato con la crisi dell’Euro e l’immigrazione, con i belgi che per non avere attentati in casa coprono le cellule che colpiranno in Francia ed i francesi che pagano a lungo termine l’assoluta impreparazione ad affrontare il terrorismo dopo che negli anni 70/80 aveva seguito la stessa tattica con i terroristi italiani, spagnoli e tedeschi.

Questo mondo di attivisti si salda poi al generale mondo mussulmano che non si può negare si distingua per omertà, reticenza e disponibilità alla copertura dei terroristi. Anche in questo gli ultimi dieci anni hanno portato ad un cambiamento del fenomeno: se a partire dagli anni 50 l’immigrazione mussulmana era legata al processo di decolonizzazione ed alla ricerca di condizioni migliori di vita nel quadro di un atteggiamento conciliante verso gli ex colonizzatori e di una scarsa radicalizzazione (del resto era il tempo del socialismo nasseriano che si propagò in Siria ed Iraq con i partiti baathsti), nell’ultimo decennio è aumentato, di pari passo con la crescita quantitativa, anche il livello di consapevolezza delle popolazioni islamiche in Europa, fenomeno esacerbato dalla crescita di Al-Qaeda prima e dell’ISIS poi. In particolare il nascere di uno stato islamico radicale in grado di sconfiggere gli infedeli, rappresenta un fattore di oggettiva esaltazione specie delle fasce di popolazione più giovani, già predisposte alla rivolta dalle cattive condizioni economiche derivanti dalla crisi, dallo scarto esistente fra aspettative e condizioni di vita e fra queste e quelle dei loro coetanei occidentali. È impressionante come la disponibilità a uccidere ed uccidersi sia maggiore in fasce d’età teoricamente più moderne che in quelle più anziane e tradizionaliste. L’effetto bandwagon che spesso caratterizza i comportamenti umani si manifesta appieno in questo caso estremo e l’ISIS ne è tanto consapevole da spingere al massimo sulla rappresentazione di sé come quelli che vincono sempre. Oltre al terrorismo, occorre cominciare anche a temere che questa presa di coscienza possa portare anche a forme di pressione politica più tradizionali con la nascita di partiti islamici che, “democraticamente”, si facciano portatori di istanze di islamizzazione della società europea, quand’anche non possano emergere uno o più leader in grado di guidare questa minoranza, relativamente piccola ma coesa e bellicosa, a forme di guerra civile. Anche in questo ambito occorrerebbe fare analisi più accurate ma recenti sondaggi dimostrano che, solo in Italia, circa 100.000/150.000 mussulmani approvano gli attentati di Parigi: una vera e propria “terra di mezzo” o “area grigia” di grandi dimensioni che, pur al momento passiva, può alimentare facilmente i gruppi più attivi.

La storia della presenza mussulmana in Europa è la cronaca di un insuccesso. Il progetto di una società multietnica, multiculturale ed integrata si è rivelato al più un sogno se non un inganno. Il sogno delle élite europee di formare un Homo Europeensis privo di connotazioni etniche, culturali e religiose si è tradotto nella formazione di diverse comunità etnico religiose che hanno continuato a vivere separate l’una dalle altre senza opportunità di contatto che non fossero quelle lavorative. Sfido chiunque a elencare le occasioni negli ultimi dieci anni in cui si è verificata una frequentazione non dico con africani o arabi ma con romeni o albanesi. Anche nel lavoro, indipendentemente dal percorso plurigenerazionale che popolazioni immigrate devono normalmente fare per arrivare al benessere (l’esperienza degli italiani in America è eloquente), molto banalmente la possibilità di integrazione e crescita dei mussulmani cozza con usi inadeguati rispetto ai modi, tempi e ritmi di vita occidentali: la semplice festività posta al  venerdì anziché alla domenica, le 5 pause per la preghiera, il digiuno di 40 giorni del Ramadan cozzano con i ritmi e tempi di una società altamente organizzata e per questo minuziosamente normata, difficilmente accessibile a popolazioni generalmente dotate di una cultura medio-bassa e comunque poco flessibile, così da relegare gli arabi a modeste attività commerciali o artigianali o, al contrario, instillare in loro un senso di frustrazione e scontento nascosto ma costante. Posti ai livelli più bassi della scala gerarchica e sociale, si è creata una scissione fra la cittadinanza formale e quella sostanziale, sentita come ingiustamente penalizzante. Senza parlare dei costumi sociali, familiari e sessuali che sono la prima causa di eventi criminali nella comunità mussulmana. Chi ha avuto occasione di lavorare all’estero, si è reso facilmente conto che le differenze comportamentali sono enormi e gesti comuni per gli occidentali corrispondono ad offese gravi per gli islamici: è evidente che ciò non solo allontana la possibilità di socializzare e creare legami emotivi fra soggetti di gruppi diversi, ma crea uno stato di stress, rabbia ed insoddisfazione che può facilitare l’adesione entusiasta a presunti “movimenti vendicatori”. Al contempo il progetto di integrazione è stato sostenuto dal continuo abbassamento dei livelli di legalità garantiti dallo stato con la progressiva depenalizzazione dei reati di strada tipicamente compiuti dagli immigrati, la rinuncia delle forze dell’ordine a perseguire il crimine, la tendenza di una magistratura ideologizzata ad adottare teoremi a favore degli imputati di origine straniera. Un disegno ordito nella consapevolezza che un innalzamento della tensione verso gli immigrati avrebbe sfavorito il progetto demografico.

Dagli anni 80 in poi la strategia europea verso gli immigrati è stata quella di concedere benefici crescenti, a partire dalla cittadinanza, senza chiedere alcuna contropartita esplicita in termini di assimilazione e lealtà alle istituzioni ed all’ordinamento giuridico. Si riteneva probabilmente che il modello europeo sarebbe stato abbastanza forte da attrarre spontaneamente i nuovi arrivati inducendoli a aderirvi senza riserve, cosa che evidentemente non si è verificata. A livello ideologico è passato un modello retorico di auto colpevolizzazione dell’Europa e della sua storia che i mussulmani hanno interpretato non come richiesta di perdono ma come giustificazione per il risarcimento, la rivincita ed eventualmente la vendetta. Né d’altro canto era realisticamente possibile arrivare ad un’integrazione atteso che i valori basilari dei mussulmani sono oggettivamente incompatibili con quelli democratici occidentali. Integrare vuol dire mettere insieme elementi diversi contemperandoli ma non è possibile accettare cambiamenti significativi dei nostri atteggiamenti verso le donne, i gay, gli animali, l’ambiente, la laicità dello stato, il pluralismo politico, culturale e religioso. La scommessa era sull’assimilazione, più che sull’integrazione, dei mussulmani ma come si è visto è stata persa.

Le indagini sugli attentatori hanno dimostrato ciò che era facilmente intuibile: le autorità non hanno alcuna conoscenza né controllo della dinamica interna delle comunità islamiche che a loro volta privilegiano di gran lunga la loro comunanza di fede alla lealtà nei confronti del paese di cui sono cittadini. Si tratta di un fenomeno simile al clima di connivenza e omertà che caratterizza le zone dominate dalle mafie italiane con l’aggravante delle dimensioni del fenomeno e della compattezza determinata dalla contrapposizione etnico-religiosa che limita ancor più lo spazio per comportamenti devianti degli islamici. Difficilmente sarà possibile modificare questi atteggiamenti che sono oggettivamente convenienti per loro che hanno l’impressione di stare vincendo.

L’Europa si trova di fronte alla necessità di modificare la strategia di fondo. Venuta meno in soli due mesi l’incredibile barzelletta sui mussulmani che avrebbero pagato le nostre pensioni, occorre pensare seriamente ad un progetto di riduzione della presenza islamica, anche a prezzo di una minore crescita. Il primo rimedio è ovviamente un giro di vite sulle politiche immigratorie: con una disoccupazione autoctona dell’11%, non ha alcun senso portarsi in casa milioni di persone pronte fra poco a traslocare fra le fila dei frustrati e delusi, pronte a rivendicare i loro “diritti”. La chiusura delle frontiere è il primo passo, insieme alla riduzione dei permessi di asilo ed alla velocizzazione delle espulsioni dei non aventi diritto. Analogamente è necessario rendere meno conveniente il viaggio della speranza, bloccando i pattugliamenti “umanitari” e riducendo le provvidenze economiche concesse ai migranti. Analogamente si potrebbero prevedere norme restrittive sui permessi di soggiorno e sull’assunzione di stranieri.

Dovrebbe essere abbandonata qualsiasi ipotesi di revisione in senso permissivo delle leggi sulla cittadinanza (ius soli e ius culturae) ed anzi dovrebbero essere varate norme restrittive per disincentivare gli arrivi e prepararsi ad un futuro in cui forme di discriminazione degli stranieri, espulsioni e confinamenti potrebbero essere necessari. Anche le norme sulla perdita della cittadinanza in caso di reati di terrorismo dovrebbero essere inasprite. L’esperienza francese e belga ha dimostrato come regalare la cittadinanza non sia foriero di buoni risultati quando non vi sia la spontanea e convinta adesione al modello civile che essa esprime e prevalgano su di essa lealtà e fedeltà ad altri istituti. La cittadinanza è sempre divisiva, ancorchè modernamente attenuata da dichiarazioni universali e trattati, esprime un “noi” contro un “loro”, è una proposta di comunità rivolta agli individui. Ma se non c’è comunione di intenti, sentimenti e comportamenti, il dato formale non può prevalere su quello sostanziale.

Un passo importante è anche quello giudiziario con il ritorno a misure tipiche degli anni del terrorismo come la legge Reale (possibilità di arresto fino a 4 giorni e di uso delle armi per difesa anche in caso di sospetto di aggressione) ovviamente aggiornata ai tempi dei social network. È da evidenziare anche che la caratterizzazione etnica dei terroristi che hanno oggettivamente un diverso aspetto, parlano una lingua diversa ed usano un diverso alfabeto, renderebbe non necessario estendere di fatto queste misure a tutti i cittadini per focalizzarsi principalmente sugli immigrati di origine araba. Anche la previsione di reati simili al concorso esterno in associazione mafiosa potrebbe essere importante per aumentare le potenzialità della magistratura e della polizia e incentivare la diserzione da parte degli islamici moderati. Massima attenzione dovrebbe essere posta sul mondo delle moschee per cercare di capire cosa succede realmente là dentro, non escludendo provvedimenti di chiusura di eventuali centri di reclutamento e formazione e di espulsione o carcerazione preventiva dei responsabili.

Le popolazioni europee si dimostrano imbelli ad un livello che non ha riscontro nella storia e nella geografia. L’abolizione del servizio di leva ha ridotto ai minimi termini il numero di coloro che sono in grado di usare un’arma. Nondimeno il possesso di un’arma e la capacità di usarla rappresentano un elemento di autodifesa non indifferente nel contesto di un attacco terroristico. Dovrebbe quindi essere ripristinato un servizio di leva mirato principalmente all’uso delle armi per autodifesa anche per creare una struttura che possa aiutare nel presidio del territorio. Dovrebbe essere aumentata la numerosità delle forze armate e di polizia e corrispondentemente ridotta la presenza di soggetti non di origine europea al loro interno. Infine il sistema carcerario dovrebbe essere riorganizzato con la riapertura dei carceri di massima sicurezza, in particolare delle isole carcerarie (Pianosa, Asinara, ecc.) che hanno sempre rappresentato una risorsa importante nella lotta agli eversori delle diverse epoche (carbonari, partigiani, brigatisti, mafiosi) data la possibilità che offrono di esercitare “pressioni” sui detenuti lontani da occhi indiscreti, di separare i capi del movimento e di attuare misure punitive che possono spezzare omertà e connivenza . Analogamente dovrebbe essere previsto un regime del tipo 41 bis per i detenuti. La legislazione emergenziale dovrebbe ridurre la discrezionalità della magistratura ormai ideologicamente disponibile a giustificare comportamenti terroristici in nome di supposte problematiche sociali. La risposta giudiziaria d’altronde è solo in parte sufficiente visto che spesso sarà necessario agire sulla base di sospetti e non di prove provate. Sarà quindi importante il ruolo dei servizi di intelligence nella misura in cui abbiano mano libera nell’opera di prevenzione di comportamenti violenti da parte dei terroristi.

A livello politico occorre neutralizzare l’UE con la sua visione mondialista che, lungi dal risolvere il problema, lo sta aggravando. L’UE è stata sempre priva di prerogative in campo di politica estera e difesa e non a caso sta gestendo il fenomeno migratorio con strumenti di politica interna come i ricollocamenti in luogo della difesa delle frontiere. La soluzione è ormai chiaramente nelle mani dei singoli stati che caso mai devono rafforzare la cooperazione diretta su basi bilaterali e multilaterali come singolarmente stanno facendo Francia e Russia. Il rafforzamento degli stati non può non passare da una soluzione definitiva della crisi del debito, atteso che sarà necessario impiegare risorse ingenti per la difesa interna ed esterna. L’apertura dell’alcolizzato Junker sull’esclusione delle spese antiterrorismo dal 3% non fa ormai nemmeno più ridere. La strada è quella della monetizzazione del debito pubblico tramite acquisti della BCE e sterilizzazione delle obbligazioni per ridare fiato alle economie ed ai bilanci pubblici.

A livello ideologico e culturale occorre cessare il mantra auto colpevolizzante dell’Europa che, oltre ad indurre atteggiamenti aggressivi, è basato su presupposti del tutto falsi. Deve essere chiaro che criticare certi comportamenti dei mussulmani non è razzismo né islamofobia ma rientra in una dialettica che caratterizza la vita civile europea e di cui fa le spese, più di tutte, proprio la religione cattolica che pure è largamente maggioritaria in Europa. Deve essere anche chiaro che torti e ragioni storiche si equivalgono, atteso che al colonialismo europeo ha fatto riscontro fino agli inizi del ‘900 il dominio ottomano nei Balcani. Gli europei devono tornare ad affermare la validità del loro modello di vita, oltretutto offerto gratuitamente a chiunque vi aderisca, affermando chiaramente di non essere disposti ad accettare comportamenti che lo ledano. La strategia di fare sempre un passo indietro sperando che i mussulmani si accontentino e siano riconoscenti non ha possibilità di riuscita se non altro perché popolazioni che hanno un atteggiamento naturalmente predatorio, non trovando limiti, saranno incentivate a chiedere sempre di più. Il rapporto con i mussulmani non può essere ridotto ad un monologo ma deve nutrirsi di risposte che questa comunità deve cominciare a dare in termini di condanna piena e formale dei terroristi e di adesione sostanziale all’ordinamento degli stati europei, non ultimo mediante anche forme di denuncia e delazione.

In conclusione occorre riconoscere il fallimento della strategia utilizzata nei confronti delle popolazioni islamiche per favorirne l’integrazione. Dimostrarsi unilateralmente generosi ed accoglienti non è stato utile e non avrebbe potuto essere diversamente anche per l’esperienza di vita di questa gente, proveniente da una cultura lontanissima e spesso provata da difficoltà e rischi che l’hanno indotta a interpretare l’umanitarismo auto colpevolizzante degli europei come debolezza e sottomissione. Occorre stimolare il grosso dei mussulmani  ad una decisione chiara riguardo all’adesione al nostro stile di vita che ovviamente non può essere messo in discussione, pena la nostra scomparsa. Coloro che sono disposti ad assimilare i principi fondamentali potranno restare, gli altri dovranno andarsene o accettare una restrizione della loro libertà. Del resto non si capisce perché debbano venire e restare in uno stato che non piace loro: il nostro dovere l’abbiamo fatto dando loro pace, sicurezza, democrazia, diritti, assistenza, istruzione, sanità, lavoro, tutte cose che non solo non esistono nei loro paesi di origine ma nemmeno nei ricchi stati petroliferi della penisola araba che dovrebbero essere la loro destinazione naturale. Non possono prendere solo il buono e rifiutare i doveri e gli obblighi che l’essere europei impone.

Dopo la carota, il bastone: anche per i mussulmani europei i pasti gratis devono finire.

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