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Immigrazione, Politica Europa, Politica Italia, Terrorismo

Armatevi e partite

renzi-sbaglia-il-saluto-militare-1L’attentato di Parigi sta rapidamente cambiando la geopolitica e l’atteggiamento dei principali attori verso la guerra mediorientale.

Il Daesh (cominciamo a chiamarlo così invece che Stato Islamico, così accontentiamo le anime belle che non vogliono creare il sospetto che uno stato che vuole ricostituire il califfato islamico su metà pianeta abbia qualcosa a che fare con l’Islam) è una piattaforma ideologica, politica, militare, logistica e finanziaria per gli attentati in Europa. In scala 1:100 è quello che l’URSS è stata per i partiti comunisti europei ed in parte per il terrorismo rosso, non a caso tutti scomparsi con il crollo del muro. Se non verrà distrutto, sarà ancora a lungo in grado di reclutare e finanziare proseliti facendo leva su meccanismi identitari fortissimi, su dimostrazioni di forza e sullo stato di esaltazione dato da una vittoria che appare vicina. Quindi il Daesh DEVE essere distrutto, anche a rischio di qualche militare morto.

Se fino a qualche giorno fa il terrore dei politici europei era quello di dover assistere al mesto rientro delle bare dei soldati coperti da bandiere ed accolte da inni o, peggio ancora, di vederli decapitati, bruciati vivi, fatti esplodere in diretta streming, si sta adesso realizzando che senza correre questi rischi si avrà la certezza di dover fare molte commemorazioni di civili uccisi perché non sapevano i versetti del Corano. Siccome il consenso è il pane della politica anche dove non si vota ma di certo dove ogni poco si va alle urne, ecco che Hollande ha dato il la ad un processo di bellicizzazione dei principali partner europei che cercano di dare l’impressione di dare le risposte che si aspettano che i cittadini si aspettino. In questo momento sembra che i cittadini si aspettino un giro di vite su immigrazione islamica e terrorismo e allora via, cominciamo a fare la faccia cattiva.

Se era abbastanza prevedibile che un paese come la Gran Bretagna che ancora si bea, come la Francia, dei suoi ricordi di potenza globale e nucleare, avrebbe ben accolto la proposta di menare le mani in Siria, meno prevedibile era il consenso della Merkel che, al decimo anno di governo, comincia a rappresentare la più efficace smentita del famoso aforisma andreottiano sul potere. In effetti la culona sembra essere stata proprio logorata dal potere e, dopo avere pessimamente condotto la gestione della crisi economica che si è avviata ad una fase di stallo solo grazie a Draghi, è andata completamente in ciampanelle quando si è trovata ad affrontare questioni che non erano probabilmente state oggetto di insegnamento all’accademia della STASI che aveva frequentato in età giovanile. Dopo avere messo in moto, con il “decreto Aylan” che apriva ai migranti siriani, meccanismi politici che porteranno probabilmente alla fine dell’UE causa immigrazione, perso il Nobel per la Pace che le avrebbe consentito un’uscita di scena gloriosa, ormai probabilmente giubilata dai maggiorenti del suo partito, cerca in qualche modo di rimanere a galla con una svolta bellicista che non sembrava essere nelle sue corde. Ciò che colpisce non è tanto l’invio di 4 aerei in Siria ma quello di 650 soldati di terra in Mali. Dopo la II GM i soldati tedeschi avevano fatto una breve sortita all’estero solo in Afganistan e con regole di ingaggio molto restrittive. In Mali il loro ruolo potrebbe essere più rilevante sia perché opereranno fianco a fianco solo con i francesi e non con una vasta coalizione prevalentemente a guida americana come in Afganistan e saranno quindi più esposti, sia perché il rischio di esporsi ad attacchi miranti solo a creare raccapriccio e terrore con omicidi efferati è molto alto.

Angelona si prende molti rischi ma potrebbe essere questo un inizio di cambiamento del ruolo tedesco. Come diceva Martelli qualche giorno fa, l’Europa a guida tedesca in politica estera si è dimostrata un nano che nasconde la testa sotto la sabbia, evitando di affrontare di petto le questioni che mano a mano emergevano e chiudendosi nell’autismo di un “modello europeo” che questo blog ha a lungo esaminato. La Germania ha avuto buon gioco ad imporre le regole all’interno dell’UE perché era di gran lunga il paese più forte e ricco ma anche perché, pur nel quadro di un beggar-thy-neighbor che dovrebbe essere scritto nell’Art. 1 della futura costituzione europea, queste regole erano ancora capite e condivise a livello di opinione pubblica, anche quando giocavano a sfavore dei singoli paesi: la regola per cui il debitore deve pagare i debiti è una regola “occidentale” e non è stata di fatto messa in discussione in nessun paese tranne la Grecia e tutti, pur con proteste, hanno fatto i compiti a casa anche se si sapeva che il prof stava sbagliando. Con l’immigrazione si è creata la vera scissione fra governanti e cittadini perché non si può ragionevolmente capire e condividere una regola che porta a essere invasi da stranieri che, nonostante la retorica, sono lontanissimi dalla cultura occidentale e, oltretutto, essere costretti a mantenerli. Tanto più se queste mosse portano ad omicidi sul proprio territorio. Da qui il profluvio di vittorie elettorali di partiti “xenofobi” che più semplicemente si presentano come i partiti della maggioranza bianca e cristiana contro i partiti tradizionali che ormai sembrano schierati per un modello sociale radicalmente multietnico. Che non si possa continuare così è ormai chiaro e da qui le decisioni della Francia di chiudere le frontiere, della Germania di bloccare Schengen e della GB di cominciare a pensare seriamente di uscire da un’UE ormai ingovernabile ed autolesionista.

Detto che Obama sta ridefinendo il concetto di “anatra zoppa” che caratterizza tradizionalmente gli ultimi due anni di mandato di un presidente USA in quanto, diversamente dai predecessori, non si trova nella situazione di volere fare cose che il parlamento repubblicano bloccherebbe ma di non volere fare cose che il parlamento repubblicano approverebbe e che passerà alla storia come il presidente che avrà avviato la dissoluzione della NATO e che sono poco invidiabili i francesi che dovranno nel 2017 scegliere fra l’Hollande del terrorismo e della Siria, il Sarkozy della Libia e la Le Pen, dedichiamo due ultimi pensieri alla NATO ed a Renzi.

La NATO sta cominciando a soffrire dei mali dell’UE cioè l’eccessiva numerosità ed eterogeneità dei membri che si traduce in collasso decisionale. In realtà sta forse più della UE cominciando a soffrire di una crisi di identità esiziale. Nata come consesso di pochi stati occidentali per fronteggiare l’URSS, è adesso lacerata fra due anime palesemente contrapposte. Da un lato coloro che vedono ancora un valore nella mission originaria di contenimento della Russia e che si identificano negli USA,  nella Turchia e curiosamente nei paesi dell’Est che facevano parte del Patto di Varsavia. Dall’altro i paesi europei occidentali che sono passati dall’altra parte della barricata vedendo nell’alleanza con la Russia la soluzione ai problemi militari che il disimpegno USA in MO sta creando, oltre che una fonte di risorse energetiche pressoché infinite. In fin dei conti la II GM è stata un fatto epocale per dimensioni e crudeltà ma si inquadra abbastanza bene nella infinita dinamica di guerre europee in cui nei secoli tutti sono stati alleati o nemici di tutti gli altri e,  in fin dei conti, fino al 1945 Francia e GB erano alleate dell’URSS contro i nazisti: niente di strano che Germania, Francia e Regno Unito possano adesso valutare positivamente un’alleanza con la Russia in chiave antislamica anche in considerazione di quanto il contributo slavo è stato utile nel limitare l’espansionismo mussulmano nei secoli. Soltanto popoli giovani e dotati di scarsa cultura storica come gli americani, potevano pensare che la NATO, come i diamanti, fosse “per sempre”. In realtà è stata uno strumento per sopperire ad un problema serio come la guerra fredda che tuttavia è stato pur sempre creato dalla contrapposizione USA/URSS che scavalcava di gran lunga la dimensione europea ed a cui gli europei si sono adeguati obtorto collo avendo perso, nell’insieme, la guerra. Finita la necessità, il cinismo europeo porta a cercare diverse soluzioni per altri problemi. Altra cosa che gli USA sbagliano è che si possa imporre agli alleati una cosa senza metterci un impegno proprio: imporre le sanzioni alla Russia ed al contempo scappare dal MO lasciandolo in balia di tensioni che Obama era probabilmente lontanissimo dall’immaginare e che si stanno scaricando sui vecchi alleati è una cosa che può stare in piedi qualche mese ma che poi crolla inevitabilmente perché quello che conta è sempre il CONSENSO che non viene da Obama o dal Papa ma dalle popolazioni che vanno alle urne. Pensare che i grandi paesi europei vogliano andare ad una guerra contro la Russia per motivi ideologici o per salvare Porošenko o addirittura Erdogan è una barzelletta e quindi si va progressivamente verso una ridefinizione dell’alleanza che magari vedrà un progressivo disimpegno europeo occidentale.

Obama, bravissimo a dominare la scena interna ma balbettante su quella internazionale, trova un epigono in sedicesimo in Renzi. Matteo che è andato a scuola in un paesino del contado (che è il termine con cui i fiorentini puri designano gli abitanti della campagna, un po’ l’equivalente del “burino” per i romani), che si è laureato nella pessima università italiana degli anni ’90, che soprattutto ha iniziato a fare politica negli stessi anni in cui la scuola di partito stava scomparendo per trasformarsi in guerra fra bande. Molti che militavano nei partiti della prima repubblica hanno avuto un’occasione di formazione politica ma anche culturale fondamentale. Chi era interessato ad una carriera politica aveva opportunità formative sin dall’adolescenza sia formali come con le scuole di partito ma anche informali attraverso la frequentazione dei vari ambiti territoriali e settoriali in cui i “partiti pesanti”  (DC e PCI ma anche PSI e MSI) si articolavano. Passare dalle Frattocchie alla Margherita non poteva non produrre effetti negativi sulla capacità di comprendere gli eventi e di guidarli.

La DC fu maestra “dell’armiamoci e partite”  guidando il Paese distrutto dalla guerra a diventare il settimo del mondo anche tenendo sapientemente il piede in tutte le scarpe possibili, ma Matteo forse quel giorno era assente. Il suo motto strafottente “dell’armatevi e partite che noi abbiamo già dato” non è politicamente spendibile da nessuna parte. Se un amico ti chiede aiuto perché gli sta crollando la casa, non puoi rispondergli che non lo fai perché gli hai già pagato molti caffè: che ci siano truppe italiane in Libano, Kosovo e quant’altro, oggi, non significa nulla o meglio significa che sono nei posti sbagliati dove le guerre sono dimenticate o forse non ci sono neanche più e dove i nostri militari lucrano le indennità di sede disagiata per svolgere compiti forse meno pericolosi, oggi, del pattugliamento all’uscita Laurentina della Metro B. Meglio avrebbe fatto a discutere dello spostamento in Siria di truppe di cui ormai si è persa la memoria, quasi fossero epigoni dei soldati giapponesi nelle giungle asiatiche, così come i francesi hanno chiesto aiuto ai tedeschi per spostare risorse militari dal Mali. Politicamente mandare 4 aerei scassati a fare ricognizione sarebbe stato sufficiente, invece pretendere che si “crei una coalizione più ampia” (ma più ampia di una coalizione di cui fanno parte formalmente USA, Russia, Iran, Turchia, Francia, Germania, UK, cosa significa in concreto?), che si formi una “cabina di regia”, che si faccia “un’offensiva culturale” rende Renzi qualcosa a metà fra un mitomane ed una persona di cui non ci si può fidare. Pensa probabilmente di essere furbo e di tenere l’Italia il più possibile lontano dal terrorismo e dalla guerra, senza accorgersi che i due fenomeni sono interconnessi e che la miglior protezione è muoversi di concerto con il resto del mondo civile creando un clima di fiducia che permetta di beneficiare anche degli sforzi altrui in termini militari e di intelligence. L’aggancio europeo ed occidentale è sempre stato un mantra della politica italiana, in questo caso si sta rompendo il tabù per avvicinarsi da soli, con un’ideologia “Francescana” vagamente pacifista e terzomondista, ad un’area mediterranea afflitta da problemi di povertà, immigrazione ed islamizzazione che ci soverchieranno in mancanza di aiuto esterno.

Sono probabilmente errori che pagherà in futuro quando si tratterà di discutere delle cose che gli stanno veramente a cuore come gli sforamenti dello 0,2% causa mance elettorali (notizia di oggi perplessità del noto allevatore suinicolo Dijsselbloem sulle riechieste di flessibilità) e di quelle che faranno vincere le elezioni al centrodestra come l’immigrazione, quando a marzo riprenderà in pieno proprio in tempo per le elezioni di primavera: dato che i migranti africani vengono cortesemente traghettati per cui non sono loro a scegliere la destinazione e che nel 2015, dopo le regionali italiane, sono stati portati in Grecia a fronte degli aiuti UE, se nel 2016 fossero portati in Italia per ripicca antirenziana 600/700.000 migranti, siamo proprio sicuri che Salvini non sfonderebbe pure sotto Roma? E soprattutto la pagheremo tutti quando verrà a maturazione il problema della Libia, unico stato in cui l’Italia ha un interesse geopolitico diretto esclusivo ma, per lo stesso motivo, area in cui facilmente gli altri potranno rendere a Matteo pan per focaccia.

Forse per uno di Rignano sull’Arno fare il sindaco di Firenze poteva essere già abbastanza.

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