//
stai leggendo...
Economia e società, Politica Italia

Un uomo solo. Al comando?

3933935Sarà che per uno che ha scritto sulla carta di identità “nato a Firenze” costoro sono pur sempre degli abitanti del “contado”. Però c’è qualcosa di vagamente stonato, di patetico, di grottesco nella Dinasty di provincia che sta coinvolgendo la Boschi e quindi Renzi.

Per cominciare, siamo di fronte ad un’inversione dei ruoli: non sono i figli che beneficiano dei favori dovuti ai genitori potenti ma sono i vecchi che si rimpannucciano dopo che i figli hanno fatto carriera. E si rimpannucciano un po’, ma mica tanto. I reportage di Giornale e Fatto Quotidiano sui benefici che i genitori di Matteo e Maria Elena ha ottenuto dopo che i loro rampolli sono arrivati ai vertici non riescono a scandalizzare fino in fondo. Si tratta pur sempre di piccoli affari di piccoli impresari di provincia, poche centinaia di migliaia di euro o al massimo qualche decina di milioni di immobili in un paesino del contado fiorentino: in fondo peanuts per il vero mondo del business.  Si stenta a vedere in Tiziano Renzi molto di più di quel che è sempre stato: un poveretto che ha sempre navigato al largo degli affari che contano, campando con qualche scamotto dovuto alla ferma fede DC e qualche piccola truffa. Addirittura Pier Luigi Boschi, ras rurale del Valdarno Superiore, sembra essere stato più vittima che carnefice: 8 mesi di vicepresidenza della BPE gli sono costati, oltre all’odio dei suoi concittadini di Laterina (3500 abitanti, mica Los Angeles, quelli ti trovano anche a messa, al bar, al cimitero), 144.000 euro di sanzioni oltre a quelle che verranno e, a questo punto, una sfilza di beghe legali che lo accompagneranno fino alla tomba. Un incarico poco più che onorifico concessogli per sopravvenute benemerenze filiali addirittura dopo che la Banca d’Italia dopo soli 11 anni si era decisa a porre fine alle malversazioni della banchetta aretina: sembra quasi che sia stato un “presta(cog)nome” su cui scaricare, facendo sponda con la figlia, il grosso delle accuse e delle inchieste, permettendo ai veri responsabili di scansare un po’ di problemi, di gestire la vicenda in un relativo anonimato. Caso mai dovremmo addossargli un’altra responsabilità, quella di avere contribuito al dissesto della banca in qualità di “debitore di riferimento”, dati i prestiti ricevuti dalle società di cui era amministratore e mai restituiti.

Se si pensa che Arezzo ha avuto Fanfani e Gelli, scappa da ridere a vedere come la Boschi ha lasciato che venisse gestito il problema della sua città. Se qualcuno si chiede coma mai l’A1 piega leggermente a est prima di dirigersi a Roma, pensi ad Amintore e a come si sta rivoltando nella tomba pensando ad una che si dichiarava sua discepola e che non ha capito come fare a risolvere un problema tutto sommato minore. Se in qualche modo avevano salvato il Banco di Napoli, quello di Roma e quello di Sicilia, com’è che non si è riusciti a salvare una banchina che ha attivi di 7 miliardi contro gli 840 di Unicredit ed i 680 di Banca Intesa, i quasi 200 del MPS (ah già, questo no), i 121 di Banca UBI? Ai tempi sarebbe bastata una telefonata, i titoli sospesi il venerdì, la domenica l’annuncio della fusione e festa finita, i problemi affogati in un mare magnum di liquidità. Al limite fallivano le altre tre, compresa Banca Marche che è il doppio dell’Etruria, però pazienza, erano pur sempre banche marginali, non sistemiche. Tre possibili risposte, una peggio dell’altra.

  • Boschi e Renzi non hanno capito nulla: si sono fatti raccontare che le obbligazioni junior erano titoli da speculatori e hanno provato a fare un colpo da populisti, far piangere i ricchi;
  • Boschi e Renzi hanno capito tutto ma non hanno potuto fare nulla perché le banche contano più di loro e hanno voluto una libbra di carne, oltre a sdoganare il principio che i depositi sono roba loro;
  • Le grandi banche non hanno potuto perché hanno già i loro problemi ed allora occorre cominciare ad avere paura davvero.

Probabilmente tutte e tre sono un po’ vere. Lo storytelling delle banche italiane è rimasto fermo al 2008: probabilmente allora le banche italiane erano davvero più solide di quelle nord europee ma poi il vento è cambiato. Gli enormi afflussi di capitale pubblico agli istituti in crisi di cui le banche italiane non hanno potuto beneficiare causa debolezza della finanza statale, la crisi dei debiti sovrani del 2011, il calo del PIL di 9/10 punti non potevano non avere effetti in termini di peggioramento della solidità patrimoniale. Sarebbe il momento di una cura ricostituente fortissima, fatta di aggregazioni forzate, razionalizzazioni, ricapitalizzazione anche tramite il ricorso alle bad bank per i crediti pregiudicati. Sarebbe il momento di finirla con le “banche del territorio” che erano considerate buone perché troppo piccole per speculare in borsa ma che in realtà speculavano sui loro clienti, concentrate su un’area troppo piccola, poste al servizio degli amici degli amici, fossero questi politici o imprenditori dilettanti o peggio truffatori, costrette a trarre il massimo dal poco che avevano.

Su tutto aleggia la politica europea mai contrastata da un esecutivo italiano. La nuova legge sui risanamenti bancari è un ossimoro assurdo: pretende di aumentare la fiducia nel sistema bancario con norme che rendono lecito e possibile proprio l’evento che mina alla radice la fiducia del risparmiatore nelle banche, cioè la mancata restituzione dei fondi depositati presso di esse. Se ci fosse stato questo dubbio, le banche non sarebbero mai nate e del resto tutta la legislazione dei secoli passati e degli altri paesi è volta a scongiurare questo crollo della fiducia. Addirittura Tsipras a luglio è addivenuto a più miti consigli per evitare che il bank run si traducesse nell’insolvenza delle banche nei confronti dei risparmiatori. Le banche per definizione effettuano un arbitraggio fra depositi a breve/brevissimo termine ed impieghi a medio-lungo termine: se depositi 500 euro, puoi fare il giro dell’isolato e  prelevarli  nuovamente al bancomat, ma nel frattempo la banca può averli usati per concedere un mutuo a 30 anni. L’unico elemento che tiene in piedi un sistema che (le banche greche insegnano) ha liquidità per una settimana scarsa è la FIDUCIA: ma la fiducia nel fatto che le banche restituiranno i soldi non nel fatto che se li terranno per non fallire facendo fallire invece i creditori.

Siamo di fronte all’ennesima mistificazione dell’UE che parla di fiducia intendendo impunità. Il problema delle banche è un problema di attivi non di passivi: nessun risparmiatore, neanche una multinazionale, può realmente prevedere quello che succederà del suo credito verso una banca in caso di crisi, anche in considerazione della dinamica di sistema: puoi essere una banca solidissima ma se falliscono le banche tue debitrici salterai pure tu. Addossare la colpa agli obbligazionisti subordinati rappresentandoli come speculatori avidi non ha senso: se mancheranno le junior esproprieranno le senior ed in mancanza i depositi sopra i 100k e se non bastano cambieranno le norme e colpiranno anche quelli più bassi. Il diritto si piega alle esigenze degli istituti con norme ad bancam customizzate in funzione del profilo patrimoniale dell’istituto da salvare. Se metti in discussione il principio che i debiti si pagano, nessuno sarà più al sicuro.

Di fronte a banche in crisi ma che tengono lo stato per il collo comprando titoli pubblici  manetta, ossessionati da un’onnipresenza della UE che è seconda solo alla sua incapacità di decifrare le cose ed alla sua ossessione sugli aiuti di stato, è difficile inventarsi colpi di genio. Ma d’altro canto è pazzesco che la Boschi pensasse di andare a fare i banchetti in strada ad Arezzo dopo che i suoi conterranei avevano perso i risparmi: significa vivere in un mondo tutto tuo dove la realtà non esiste più ma solo la visione di un futuro reso perfetto dall’abolizione del Senato e dall’Italicum. Nutrito di Playstation e Nutella più che di studi e letture, il Giglio Magico aveva nella Boschi il suo vertice intellettuale. Ammesso che il suo meglio fosse abbastanza, Maria Elena ha probabilmente finito la corsa al vertice e non tanto per il ruolo del padre come amministratore nella Banca Etruria ma per essersi all’improvviso dimostrata vecchia, anch’essa semplice figurina messa lì per dare un tono glamour ad un sistema (ancora una volta) che dietro di lei procedeva con antiche logiche dissipatorie e predatorie. Una che quel sistema lo conosceva bene essendoci nata dentro e che adotta misure espropriative per salvarlo non ha futuro politico: primum vivere anche per gli elettori che le rinfacceranno sempre la sua contiguità al sistema. Non puoi pretendere di ridurre la gente sul lastrico e cavartela con due occhi da cerbiatta.

Ma la caduta della Boschi porta con sé anche Renzi. Matteo sembrava l’uomo giusto per rinnovare questo mondo sclerotizzato e francamente la riforma delle popolari ed anche il decreto salva banchette non erano decisioni sbagliate, se non altro perché spuntavano le unghie all’onnipresente UE ed alla sua fame di sangue fresco dei cittadini. Ma gli manca sempre una lira per fare un milione: anche in un momento grave non riesce a dire cose che ispirino fiducia. E non riesce perché per dirle dovrebbe rinunciare alla sua narrazione iperottimistica per dire un po’ di verità, crescere definitivamente e proporsi come quello che è in grado di guidare il paese fuori dalle secche non perché vive in un mondo tutto suo fatto solo di speranze nel futuro ma perché capisce la gravità del presente.

Quando correva contro Bersani sembrava capire le ansie di coloro che sono fuori dal “sistema”, sembrava quello giusto per spezzare i vincoli che impediscono alle imprese di nascere, crescere ed investire, creare occupazione ed innovare ed ai giovani ed agli outsider di procurarsi una chance. Vincoli fiscali e burocratici, vincoli dettati dall’esistenza di sistemi e cordate, corporazioni e fratellanze che ostacolano il rimescolamento sociale ed economico. Vincoli dettati da obiettivi che di troppo trascendono l’orizzonte ed il percorso di vita di una persona, siano essi la creazione degli Stati Uniti d’Europa, la salvaguardia dell’ambiente, la riduzione delle diseguaglianze riferite a popoli sottosviluppati, l’integrazione di stranieri arrivati in massa ed illegalmente, e che quindi deprimono motivazioni ed intraprendenza a favore di uno stanco allineamento al politicamente corretto. Un po’ come B. con il suo “mito” di tycoon, donnaiolo e pluricampione di calcio, occorreva probabilmente partire dal suo caso umano, di uno che ci aveva provato e ce l’aveva fatta, per creare una nuova narrazione che inducesse ad individuare un percorso di vita e lavoro in cui si potesse parlare di rischio, capacità ed impegno che hanno come premio il successo personale slegato dalle logiche pubbliche tutte orientate a stabilità ed omologazione. Non è stato così: la parabola di Renzi, passato da rottamatore a tutore del sistema, è parallela allo sgonfiamento del suo mito ed al gonfiamento del suo fisico ed è rappresentata nella sua solitudine di fronte ad eventi che sempre più oltrepassano le sue capacità di gestione e, direi, anche di comprensione.

Se era obiettivamente difficile che la Leopolda mantenesse la freschezza di quando radunava un gruppo di ragazzi che dicevano di voler cambiare il mondo e che adesso arrivano in jet ed auto blu, fa impressione lo sforzo titanico di Matteo di coprire con la sua sola personalità, in mezzo alle solite figurine del presepe PD (il giovane, la donna, quello che lotta contro la camorra, ecc.)  il crollo di un gruppo di potere mai interamente maturato ma ora allo sbando.

Essere vecchi e scontati è il principale difetto agli occhi di un leader che ha fatto della novità e della sorpresa la cifra della sua stagione politica. La freddezza da killer di Renzi, già sperimentata da Lupi sulla sua pelle, è probabilmente l’anticipo di condanna della bella ministra ma apre a sua volta un problema perché Renzi è adesso letteralmente solo. A capo di un governo i cui ministri sono stati accuratamente scelti per fargli ala ma non ombra, che a differenza di Roger Moore non sono credibili neanche quando ordinano un drink, che si fanno sbertucciare dal primo grillino di passaggio, non gli resta che andare forsennatamente in TV, nelle redazioni, in Parlamento, in Europa, per dare l’impressione di un esecutivo che non esiste. Con il sostegno di personaggi da dietro le quinte (Lotti, Carrai, Serra) di cui non sono mai capite realmente l’origine, il ruolo, le relazioni e le motivazioni ma che forse a questo punto è bene che rimangano nell’ombra da cui vengono, e di un sostegno parlamentare dato da soggetti la cui principale motivazione è sfuggire alle patrie galere, Renzi continua a rappresentare un monologo autistico in cui parla di un futuro ormai in parte dietro le spalle, auspica che un’Italia alla deriva traini un’Europa sull’orlo della dissoluzione, magnifica un’azione riformatrice e di governo mai incisiva (salvo il Job Act) e adesso quasi in stand by, rinvia tutto al radde rationem del referendum su una riforma costituzionale di cui si sono ormai perse le motivazioni e che comunque non ha senso alla luce della nuova maggioranza parlamentare. Uno storytelling da bullo di paese quasi fuori controllo che non ne indovina più una, dalla mancata solidarietà a Hollande alla fuga dalla responsabilità in Siria, dal patetico pateracchio libico alla sudditanza verso l’Europa che chiede la sua nuova libbra di carne con l’azzeramento dei risparmi italiani mentre i soldi del MES (40 miliardi italiani) vengono usati per banche tedesche e spagnole. Un monologo messianico in cui si esibisce mentre la Confindustria dichiara di non capire più quello che succede e Padoan che stiamo entrando in una stagnazione secolare.

Un uomo solo al comando. Forse ancora per poco.

Annunci

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: