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Economia e società, Politica Italia

Una gran figlia di ….

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… contadino, cosa pensavate?

Se in qualche parte del mondo esistesse veramente un’organizzazione tipo Bilderberg in grado di selezionare i futuri leader politici, probabilmente Maria Elena Boschi non sarebbe rientrata nel novero delle sue prime scelte. Figlia di un contadino, come ha orgogliosamente rivendicato nel suo intervento alla Camera, difficilmente avrebbe passato il vaglio degli occhiuti massoni che probabilmente, per una prima scrematura, privilegiano il pedigree.

In un Paese in cui si era atavicamente abituati ad accreditarsi come “figli di”, l’arrivo in forze di 30/40nni ai vertici della politica pone un problema nuovo: il rapporto fra figli politici e genitori, ancora abbastanza giovani ed arzilli da provare non solo a continuare la loro carriera ma anche a svilupparla accreditandosi come “padre di”. Vale per Tiziano Renzi e le sue consulenze immobiliari in quel di Leccio-Reggello e vale a maggior ragione per Pierluigi Boschi ed il suo sottobosco di interessi, relazioni e cariche che giorno dopo giorno si viene a scoprire ed a mappare. Se il babbo di Matteo è in fondo il prototipo del piccolo imprenditore toscano che prova a farsi da solo, con fortuna alterna e nel suo caso abbastanza scarsa, il padre di Maria Elena sta cominciando a definirsi come un personaggio più strutturato, in grado di navigare con abilità nel mondo ricco ma complesso della cooperazione e dell’associazionismo che ad Arezzo sono storicamente di matrice “bianca” e hanno il loro raccordo nell’ormai defunta Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio.

Classe 1948, soggetto ancora giovane ed evidentemente dotato di ambizione, abilità relazionali e buone entrature, membro di 16 consigli di amministrazione locali, già da molti anni importante “debitore di riferimento” della banca, papà Pierluigi aveva probabilmente considerato, nel 2011, il suo ingresso nel CdA di una banca quotata in borsa come l’apice della sua carriera, oltre che come un incarico ben retribuito (€ 75.000 all’anno), poco impegnativo (di soliti i CdA si riuniscono due volte al mese) e per niente rischioso (quando mai una banca era fallita in Italia?). Niente di male, del resto le cariche nei CdA sono una delle posizioni più ambite anche da soggetti francamente, e con tutto il rispetto, di profilo ben superiore al suo. Caso mai sarebbe da questionare il perché una banca quotata in borsa ritenga opportuno dotarsi nel CdA di un personaggio come lui quando di candidati ben più skillati è pieno il mondo. Forse anche questo è uno dei motivi alla base della triste fine dell’istituto.

Del resto nel 2011 la bella figlia era un solo un avvocato da poco avviato che aveva avuto un approccio alla politica poco lungimirante (membro della staff di Michele Ventura, una specie di mummia che solitamente rispondeva all’interlocutore con l’ossessivo intercalare “dipende”) ma che si era rapidamente trasferita nelle fila di un ragazzone che voleva rottamare nientepopodimeno che D’Alema e Bersani: eh sì, certo, come no. Voi che avreste fatto? Avreste rifiutato 6.000 euro al mese in un posto di potere per non essere di intralcio alle illusioni di una ragazza che magari di lì a poco avrebbe avuto una nuova delusione politica, avrebbe messo la testa a posto, si sarebbe maritata ed avrebbe iniziato a sfornare figli?

Magari nel 2014, dopo che le illusioni si erano realizzate e Maria Elena si proponeva di prendere il posto di Umberto Terracini nel pantheon dei padri costituenti, un po’ più di cautela sarebbe stata opportuna. In fondo le norme sul conflitto di interessi esistevano già e magari la figlia sarebbe stata costretta a simulare bisogni fisiologi urgenti per non votare provvedimenti a favore del padre. Ma magari la promozione a vice presidente non esecutivo del CdA era arrivata proprio per la carriera della figlia, lo stipendio saliva a 16.000 euro al mese e poi, dai, ma quando mai una banca è fallita in Italia? E poi quando mai una banchetta aretina diventerà oggetto di un provvedimento del Consiglio dei Ministri? E dai, accettiamo anche questo incarico, vuoi vedere che adesso la carriera accelera proprio perché sono il babbo di Maria Elena?

Al netto dell’inversione di ruoli fra padri e figli, così si è sempre ragionato in Italia nei tempi normali. Ma questi tempi non sono più normali e le banche, anche quelle aretine, possono, pur con molte virgolette, “fallire”. I consigli dei ministri devono essere convocati di notte per provvedimenti urgenti che riguardano anche banche aretine. La figlia ministra magari in quel momento non avverte bisognini da espletare oppure, amando molto suo padre, decide di sfidare il destino e rimanere in CdM per essere sicura che quelle sei magiche paroline (“e di quella dei creditori sociali”) che tanto bene farebbero a papà (ed alla di lui eredità) vengano messe nel punto giusto: del resto non si nasce secchioni per nulla. Arrivano i problemi.

Un contadino che faceva  10 km a piedi per andare a scuola probabilmente avrebbe forse potuto accontentarsi di avere una figlia così ben sistemata, ritirarsi a vita privata ed andare al circolo per godersi gli sguardi invidiosi dei compaesani di Laterina, proprio per non intralciarne la carriera. Ma l’avidità e l’ambizione si dimostrano essere il motore della vita non solo per gli speculatori della finanza globale anche per i Gekko di provincia, forse addirittura più forti dell’amore per la figlia. E Maria Elena rischia di risentirne assai.

In primo luogo perché, anche se non succedesse più niente, si è svelato il travestimento che la voleva fatina azzurra del renzismo, tutta competenza, innovazione ed onestà. Finchè non si conosceva il profilo del padre, si poteva supporre che fosse solo una  giovane volitiva e preparata, magari anche decisa ad emergere, che aveva semplicemente colto l’opportunità che la vita le presentava ma adesso si dimostra essere il frutto migliore di un sottobosco  che mescola tranquillamente e da decenni politica ed affari, interessi collettivi e privati, conflitti di interesse, operazioni opache, ad un livello certo modesto ma in modo strutturato, sicuro del soccorso politico in caso di necessità. Che a partire dai 31 anni, quando si è votata alla causa renziana, non sapesse niente degli affari di un padre e di un fratello invischiati fino al collo nella Banca, nella sua gestione,  impieghi e forme di finanziamento, non è credibile e quindi non è credibile lei quando si propone come una che vuole realizzare un modello di società nuovo, libero da ingessature e da cordate che creano privilegi, quello che enunciava Renzi in una certa fase della sua perenne campagna elettorale  quando diceva che “il Paese dei nostri sogni è quello in cui per avere successo devi conoscere qualcosa e non qualcuno”: forse le fischiavano le orecchie.

Ma d’altra parte non è assolutamente detto che i problemi si fermino a questo livello. Diversamente da qualche giorno fa, la figura del padre appare essere più ambigua di quanto si pensasse e questo non esclude che emergano a suo carico problemi giudiziari o di vigilanza connessi alla gestione della banca che, a torto o a ragione, inevitabilmente andrebbero ad offuscare anche la reputazione del Ministro. Così come è da chiarire se Maria Elena sia effettivamente al riparo da possibili accuse riguardo alla legge Frattini sul conflitto d’interessi in relazione al CdM del 16 novembre e ad altre situazioni che a questo punto non si possono più escludere. Resta il fatto che, sic stantibus, la Boschi difficilmente potrà presentarsi nel collegio di Arezzo alle prossime elezioni se in qualche modo non verrà sanata la crisi che ha investito i risparmiatori locali per cui dovrà elemosinare, come successo alla Bindi, un collegio sicuro altrove assumendo un debito politico non indifferente. Non ultimo il suo intervento alla Camera, tutto giocato sui sentimenti filiali, la fa sprofondare nella più vieta retorica italiana improntata al poverismo ed al familismo segnando anche l’immagine tecnocratica, moderna e cool di se stessa che voleva accreditare.

Questo colpo alla sua reputazione rischia di essere ancora più pericoloso in quanto la indebolisce nei confronti del suo ambiente e soprattutto di Renzi. La Boschi non ha oggettivamente un ruolo politico proprio, è una delle figurine del presepe renziano fatto di giovani, belli, coraggiosi e onesti in cui forse spiccava solo per le relative qualità intellettuali e culturali oltre che per un aspetto accattivante. Come sempre tutto va bene finchè le cose vanno bene ma adesso occorrerà vedere quanto Renzi sia disposto a concedere in termini di appoggio politico ad un ministro che rischia fortemente non solo di inficiare l’ossessivo storytelling del rinnovamento, della rottamazione, del cambio verso e quant’altro ma anche di far sprofondare il governo in una situazione di difficoltà che offuschi il mito del “sempre vincente” che sta provando a creare. Le passate esperienze con Lupi silurato per molto meno, la freddezza alla Leopolda, la fuga a Bruxelles dove ha preferito simulare uno scontro politico globale con la Merkel piuttosto che farsi vedere vicino alla sua vice in un momento sfavorevole, non depongono certamente a favore della Boschi la quale dal canto suo ha il vantaggio di far parte del PD e non di NCD, di svolgere un ruolo decisivo ancorchè in fase finale sulle riforme e di possedere un carattere probabilmente più arcigno di quanto possa sembrare ad un primo sguardo. L’impressione è che la sua carriera ne risentirà, quanto sarà il tempo a mostrarlo.

Resta l’impressione che la Boschi ed il padre, data la loro contiguità con la BPEL, si stiano facendo carico di errori nella gestione delle crisi bancarie che vanno imputati più in generale al governo ed a Renzi. Pare strano, visto dall’esterno, che sia stato possibile sottovalutare in tal misura gli effetti di un esproprio ai danni dei risparmiatori, esproprio che oltretutto realizza i timori atavici del denaro portato in banca che non viene restituito e mina alla radice il rapporto fiduciario che è alla base della stessa esistenza delle banche. Sono regole europee, è vero, ma di fatto dovevano ancora entrare in vigore (dal 01/01/16) e comunque esistevano margini di interpretazione e negoziazione con l’UE che forse non sono stati sfruttati adeguatamente, anche perché si trattava di banche di infima dimensione prive di rilevanza sistemica. Le crisi bancarie in Italia (ma anche all’estero) sono state trattate sempre attraverso processi di acquisizione e fusione e la stessa banca aretina si chiama Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio perchè anni fa rilevò la consorella laziale in crisi. Non si capisce perché adesso non sia possibile promuovere un consolidamento del sistema bancario a partire dalle popolari e BCC che si stanno rivelando (più le prime, ad onor del vero, che le seconde) ricettacoli di mala gestione e comunque prive di dimensioni ed organizzazione adatte a competere in un mercato sempre più difficile. Vero è che pesa la sempre maggiore intromissione europea, che adesso evidenzia in modo netto la perdita di sovranità che stiamo vivendo, nonché la politica BCE a favore degli stati indebitati tramite le banche e la mancanza di sostegno pubblico alle banche nelle fase iniziali della crisi che hanno modificato i rapporti di forza fra potere pubblico e sistema bancario a sfavore del primo.

Renzi rischia molto a non gestire questi aspetti verso l’UE con una modalità seria e strutturata e non estemporanea. È ormai evidente che l’UE non è più un luogo di solidarietà e condivisione ma un club diviso su tutto i cui membri stanno istituzionalizzando il principio del beggar-thy-neighbor. Questo fatto è estremamente pericoloso a livello di sistema bancario perché scelte che ammettessero la possibilità di fallimenti di istituti di grandi dimensioni, oltretutto in un quadro di politiche asimmetriche nei diversi paesi, seminerebbero il panico ed avvierebbero, terminata la fase della crisi del debito pubblico, un altro processo di flight to quality che porterebbe a deflussi verso le banche nord europee o, al limite, il materasso con effetti di disarticolazione ed indebolimento del sistema che avrebbero effetti esiziali sul Paese.

Non c’è dubbio che Renzi è apparso molto superficiale e facilone sottovalutando la portata degli effetti del salva banche e cercando solo di sopperire ex post con fughe strategiche e retorica un tanto al chilo. Ma su questo punto si gioca gran parte del futuro politico. La parlantina sciolta non può sopperire in alcun modo al timore della scomparsa dei risparmi e la punizione dell’opinione pubblica e poi dell’elettorato non si farebbero attendere. Dal mio osservatorio della gente comune in Toscana, in un comune dove nel 2014 il PD renziano degli 80 euro prese il 65%, posso testimoniare di avere beneficiato di diversi caffè offerti in cambio di qualche spiegazione e consiglio sulla crisi dell’Etruria. Sottovalutare le preoccupazioni di pancia delle persone è un atteggiamento snobistico che rischia di essere pagato duramente nelle varie tornate elettorali che verranno: del resto Amato ha visto finire la carriera con il 6 per mille prelevato nottetempo, circostanza che gli ha impedito in varie tornate l’ascesa al Quirinale ed il ritorno in pianta stabile a Palazzo Chigi.

Un ultimo aspetto è relativo alla magistratura che sembra dare segni di risveglio anche vero il PD. È forse la conseguenza della crescita del M5S nei sondaggi, tale da rendere plausibile un avvicendamento nel 2018, e della scelta del movimento di cominciare a distribuire delle cariche a personaggi di “area” come provato nel caso delle nomine al CSM e Corte Costituzionale. Il combinato disposto di questi due eventi può determinare un effetto band wagon che induca qualche magistrato a farsi notare sin da ora con un attivismo inconsueto nei confronti del partito di maggioranza, oltretutto con iniziative dirette alla tutela della gente comune che difficilmente possono essere stigmatizzate.

Una vicenda mal nata e mal gestita che può determinare effetti politici pesanti. Una vicenda con molti aspetti da chiarire sulla quale vale la pena sospendere i giudizi finali.

 

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