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M5S

Mai dire Di Maio

downloadAnni addietro un alto dirigente della società tedesca dove lavoravo fu chiamato a Dusseldorf per giustificarsi delle malversazioni poste in essere dai suoi sottoposti. Al termine gli fu chiesto di chiarire se fosse a conoscenza delle irregolarità, e dovesse essere quindi ritenuto complice, o se ne fosse ignaro e dovesse perciò essere considerato un imbecille. Optò per la seconda opzione che non gli risparmiò l’immediata degradazione e l’allontanamento qualche mese dopo.

Qualcosa di simile vale anche per il Direttorio 5 Stelle nel caso di Quarto. Quattro membri su cinque sono campani (Di Maio, Fico, Scibilia, Ruocco) e fra questi Di Maio è responsabile enti locali e Fico, con Dibba, è responsabile meetup. Con un tale spiegamento di forze, derubricare tutto ad un caso locale appare francamente impossibile.

Le elezioni amministrative del 2015 hanno visto Di Maio fortemente impegnato a sostenere la candidata presidente alla Regione Campania, peraltro trombata senza troppa difficoltà da De Luca e Caldoro. Quarto dista 19,6 km da Napoli ed è quindi poco probabile che il dioscuro non avesse cognizione precisa di quello che avveniva nei dintorni del suo feudo. Ancor meno che la scelta dei candidati sindaco e consiglieri sia avvenuta senza una qualche forma di interessamento e supervisione del  vicepresidente della Camera.

Che il candidato sindaco sia ricattabile per abuso edilizio ed un consigliere effettui voto di scambio con la camorra sono fatti che non possono passare senza lasciare traccia. Del resto che un candidato consigliere ottenga una massa di preferenze è una circostanza che dovrebbe indurre qualche sospetto. Il fatto che un movimento che propugna l’onestà sia infiltrato dalla camorra equivale al caso di un’associazione vegana che all’improvviso si ritrovi fra i membri non dico un carnivoro ma addirittura un cannibale. Vuol dire che tutti i meccanismi di selezione (blog, meetup, assemblee, ecc.) sono privi di senso e di efficacia. Se i capi sapevano, sono complici; se non sapevano o non volevano sapere, sono imbecilli. Tertium non datur.

Dalla cattiva scelta dei candidati derivano tutti i problemi successivi che sono una semplice e lineare conseguenza: malversazioni, ricatti, omertà con il coinvolgimento dei vertici che, mano a mano che emergono nuove informazioni, non possono dichiarare di non sapere e che hanno giocato col fuoco tentando di “gestire” la faccenda senza ricorrere alle drastiche soluzioni del blog. Infatti la novità è che per la prima volta i panni sporchi si lavano nella famiglia 5 Stelle. Questo almeno a livello di Campania, perché G&C alla fine sembrano averla pensata diversamente dando luogo alla rituale espulsione. D’altro canto la frequenza con cui i primi cittadini pentastellati vengono espulsi o messi in croce testimonia della difficoltà che il movimento ha, una volta uscito dalla fase declamatoria elettorale, a fare politica concreta confrontandosi con problemi urgenti, interlocutori reali e tematiche per le quali appare pochissimo attrezzato. La spada di Damocle dell’espulsione alla lunga rende insignificante il voto al candidato sindaco 5 Stelle visto che è alta la probabilità che sia presto costretto a dimettersi o a trasformarsi in un sindaco da lista civica: questo è un messaggio che rende la marcia su Roma, se mai si vorrà realmente provare a vincere, più difficile.

A questo punto si spiega forse anche l’improvvisa marcia indietro sul ruolo di Di Maio, predestinato capo del Movimento, avvenuta dopo l’evento di Imola del 25 ottobre. Forse qualche probllema cominciava a trapelare e quindi i diarchi hanno preferito fargli fare un passo indietro, di pari passo con la crescente sovraesposizione di Di Battista favorita invece dalla situazione di Roma Capitale.

Certo è che il Movimento 5 Stelle, con la parziale fuoriuscita di Grillo, ha cambiato natura. Non è più la forza eversiva ed antisistema del 2013, vagamente anarchica e ribellista, ma è un’organizzazione maggiormente inserita nel sistema politico parlamentare, parzialmente disponibile ad accordi (Corte Costituzionale, CSM), maggiormente interessata alla gestione del potere, che ha lietamente messo in soffitta tutti i meccanismi democratici iniziali e che addirittura si era spinta a teorizzare un movimento fatto solo dagli eletti con esclusione degli attivisti. Di Maio e gli altri ambiscono evidentemente ad una carriera politica che forse non si vorrebbe neanche limitata ai due mandati. Da qui la ricerca di un consenso personale slegato dai contenuti (che fine anno fatto euro, immigrazione, financo reddito di cittadinanza?) ed anche all’efficacia dell’azione politica come il fallimento del Direttorio dimostra.

Il Movimento ha fortissimi problemi di classe dirigente. Forse G&C dovrebbero definitivamente gettare a mare la classe 2013, che ha beneficiato di un colpo di fortuna evidentemente immeritato, ricominciando un lavoro di reclutamento  anche con modalità diverse dai meetup ormai ossificati e popolati di politichini di professione. Forse il meetup nazionale di Pizzarotti, se interpretato come una Leopolda a 5 Stelle, potrebbe anche essere utile per raccogliere professionalità e competenze, di cui il movimento abbisogna disperatamente, ed aggiornare il programma. Opportuno sarebbe anche abbandonare il mantra unico dell’onestà (“A fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro… che ti epura”) e migliorare l’efficacia dell’azione politica ed amministrativa dove a livello locale i problemi sono ormai generalizzati.

Ma questi temi si trascinano da tempo ed il fatto che non siano mai affrontati con decisione dimostra come il progetto politico di Di Maio & C. sia forse molto più limitato e si identifichi con la propria permanenza in carica. Quale sia, se esiste, quello di Casaleggio, invece non è dato saperlo.

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