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Immigrazione, Politica Europa

Bye Bye Europa

downloadQualcosa si muove nel contrasto all’invasione dell’Europa. La novità più importante è che il trattato di Schengen sarà sospeso probabilmente per due anni: un escamotage per evitarne l’immediata dipartita e per consentire che l’Election Year 2017 (politiche in Germania, Presidenziali in Francia, referendum su Brexit in UK e forse elezioni anticipate in Italia) si svolga senza il condizionamento dell’invasione di migranti stranieri in corso. Poi si vedrà, anche se appare difficile che si possa tornare sic e simpliciter alla libertà incondizionata di spostamento all’interno della UE. Non si  ricorda a memoria d’uomo un altro caso in cui una politica europea, oltretutto di così alta valenza pratica e simbolica, sia stata quasi unanimemente disattesa dagli stati: 5 stati membri, oltre alla Norvegia, hanno formalmente sospeso il trattato (Germania, Austria, Francia, Svezia, Danimarca), 6 hanno politiche di rifiuto dell’immigrazione clandestina (Polonia, Cechia, Slovacchia, Ungheria, Spagna, Malta), 2 hanno di fatto bloccato i confini senza dirlo (Slovenia e Croazia) senza considerare quelli come la Gran Bretagna che non ne fanno parte e hanno assunto posizioni nettissime anti immigratorie.  Sono inoltre da citare anche le decisioni di Svezia e Finlandia di dare il via ad un programma di rimpatri forzosi di non aventi diritto all’asilo e ulteriori limiti alla circolazione di minori immigrati posti in dalla Gran Bretagna. Anche la Germania sta adottando misure più restrittive mentre in Italia Renzi è stato costretto a rinunciare alla depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina, misura simbolica più che reale ma che la dice lunga sul livello di tensione politica che il tema ha scatenato, mentre la polemica con Junker e la Merkel che sembrava nata solo per sviare l’attenzione dai problemi della Boschi sta cominciando ad assumere toni e durata inusitati per la politica italiana.

Il disconoscimento del trattato di Schengen rappresenta la semplice conseguenza di un dato di fatto politico ormai evidente: differentemente da quanto sbandierato dai media, non esiste alcun CONSENSO dei cittadini europei verso le politiche di immigrazione incontrollata che hanno prodotto solo frutti avvelenati. E questa mancanza di consenso  ha seguito la via “naturale” ovvero quella della pressione sui governi nazionali che, a differenza di quello antidemocratico europeo fatto di cooptati e nominati, dipendono dal benestare degli elettori e delle pubbliche opinioni. Il fatto  che l’Europa non parli come tale ma con la voce di singoli stati non è quindi un’anomalia da correggere ma la semplice conseguenza del gioco democratico, che probabilmente opinionisti e maitre a penser ritengono ormai superfluo e deteriore, ed al contempo la conferma del fatto che l’UE non è un organismo democratico. Ulteriore conferma che prima di dissolvere gli stati per diventare “cittadini del mondo” sarebbe bene pensarci non una ma mille volte. Oltre al terrorismo, oggettivamente favorito dalla carenza di controlli sugli spostamenti, e la crisi economica, in questo senso si è probabilmente già realizzata la previsione fatta su questo blog solo pochi giorni fa sull’impatto devastante che il bunga bunga islamico di capodanno avrebbe avuto sulle opinioni pubbliche progressiste ed in particolare su quella femminile. Questa iniziativa, che dopo settimane sembra assumere sempre più connotati di organizzazione al livello internazionale, ha evidenziato come gli immigrati non pensino proprio di arrivare e rimanere qui con il cappello in mano, in attesa di una elemosina dei nativi europei, ma di giocare un ruolo attivo politicamente finalizzato al condizionamento ed in prospettiva al dominio sulle società europee. L’Islam è una religione che predica conquista e predazione, come 15 secoli di storia dovrebbero avere insegnato. Per quanto ricchissimi, i paesi arabi non producono niente perché sono intrisi di una storia in cui lavorare è attività servile di esclusiva competenza di servitori e schiavi, concetti che esprimono ancora nel III millennio senza che nessuno si senta di scandalizzarsi almeno nello stesso modo in cui fa scandalo un allenatore che urla “Finocchio!” ad un collega. Il fatto che i rimpatri inizino proprio dai paesi scandinavi, per decenni alfieri dell’accoglienza, è la dimostrazione palese di come la convivenza sia percepita ormai pericolosa per quei valori di fondo su cui le nostre società, e quelle nord europee in particolare, sono basate.

Se l’abolizione di Schengen rappresenta una buona notizia in generale, occorrerà anche prestare attenzione alle conseguenze per Grecia e Italia che rischiano di diventare stati cuscinetto a tutela dei nord europei e di essere travolte da ondate di migranti che non potranno più trovare sfogo nelle impermeabili frontiere del nord. Sarà necessario difendere attentamente le frontiere comprese quelle marine, il che significa in primo luogo la cessazione della missione Frontex che rappresenta il canale per l’arrivo dei migranti in questi paesi, atteso che poche delle imbarcazioni partite dall’Africa arriverebbero da sole in Europa. Difesa delle frontiere è cosa diversa dal controllo: si possono controllare ed identificare milioni di migranti che poi, in virtù del trattato di Dublino, rimarranno per sempre a nostro carico, come vorrebbe l’Europa. Difendere le frontiere vuol dire impedire l’ingresso di clandestini anche con mezzi militari nel rispetto dei principi di uso responsabile della forza. La vicenda della Grecia, ormai povera cavia per tutti gli esperimenti sociali che la cricca europea vuole compiere, ricorda la favola del lupo e dell’agnello: aggredita da masse di migranti richiamate dalle promesse merkeliane e per niente interessate ovviamente a stazionare in una paese forse più povero di quelli di provenienza, è adesso accusata di non avere fatto abbastanza per opporsi all’invasione che ha travolto anche Macedonia, Ungheria, Croazia, Slovenia e Austria e minacciata di espulsione. Solo un apparato mediatico venduto ai poteri forti può giustificare affermazioni prive di qualsiasi razionalità. Renzi farebbe bene a prendere nota di quello che accade e cominciare ad elaborare proprie risposte: nessuno in Europa lo aiuterà (anche per gli errori commessi con Tsipras e Hollande) e se Frontex portasse nel 2016 700.000 clandestini probabilmente Salvini vincerebbe anche a Filicudi.

Nel complesso pare di dire che la gestione della politica immigratoria viene tolta all’UE per essere ripresa in mano dai singoli stati con ciò riconoscendola per quello che è, cioè un problema di politica estera e di difesa dei confini. In questo senso viene meno la mistificazione posta in essere negli ultimi mesi che voleva configurare il fenomeno come un mero problema di politica interna che, a partire da un dato di fatto (la violazione sistematica delle frontiere e della sovranità statale sul territorio) considerato come naturale ed inevitabile, si voleva gestire non inaridendone le fonti ma soltanto attraverso i ricollocamenti fra stati organizzati mediante meeting di ministri degli interni.

Tutto ciò porta con sé, come ampiamente avevo previsto, anche la fine dell’UE come soggetto politico autonomo e sovraordinato agli stati membri. Fine su cui ha influito anche l’enorme debolezza politica e modestia personale del Presidente della Commissione Europea. In effetti appare sempre più sconcertante la figura di Junker che non solo non è in grado di esercitare alcun potere sugli stati, non solo non esce con alcuna dichiarazione, ma addirittura non appare neanche più nelle cronache: è stato di fatto esautorato, presidente travicello che non è neanche più in grado di rappresentare formalmente un potere. Renzi può pensare di aggredire Junker perchè questo non conta più  niente e non conta più niente per l’indebolimento del suo grande sponsor, la Merkel, causato dagli errori su Grecia e immigrati.

Il trattato di Schengen era il tentativo di espropriare gli stati della loro sovranità limitando il controllo sui confini e quindi sul territorio. Tentativo oltretutto compiuto con l’inganno se è vero che la libertà di circolazione interna doveva accompagnarsi al controllo dei confini esterni che l’UE non solo non ha attuato  ma che ha cercato di impedire esercitando sugli stati una pressione normativa, politica e mediatica feroce, un esempio della quale è stato il trattamento riservato a Orban ad agosto. La scomparsa di Schengen riporta invece in auge un protagonista della storia europea che solo a fine estate si pensava perso in un passato remoto fatto di ideologie deteriori: lo stato, che in Europa si qualifica intrinsecamente come stato nazionale cioè costituito, con buona pace delle anime candide, su base etnica. E lo stato moderno è lo strumento di tutela dei cittadini perbene, non degli stranieri illegali come invece pensa il Papa. In passato su questo blog avevo già evidenziato quanto fosse antidemocratico l’atteggiamento europeo di considerare come un’abiezione l’unico istituto che nella storia ha offerto una protezione generale  dell’essere umano dai nemici interni ed esterni ed in epoca recente l’affermazione dei diritti civili e sociali e la democrazia. L’Europa è nata e si è sviluppata sulla base dell’identità nazionale e la frammentazione di stati non solo non ha mai impedito negli ultimi 6 secoli una crescita economica e tecnologica che  ha fatto del nostro continente il motore del pianeta ma ne è stata probabilmente la causa positiva. Nel XIV secolo la Cina era incomparabilmente più avanzata degli stati europei ma l’esistenza di un potere unico e centralizzato ne ha determinato, con gli errori commessi, la caduta e la perdita di indipendenza che l’Europa ha evitato proprio per la frammentazione e la concorrenza fra i suoi “piccoli” stati. A parte che non si capisce perché la Germania, con i suoi 90 milioni di abitanti, dovrebbe avere più problemi del Giappone che ne ha 100 o dell’Iran che adesso tutti corteggiano e che ne ha più o meno altrettanti, o come abbiano fatto a perseguire una via di sviluppo accelerato stati come Australia, Canada, Taiwan e Corea del Sud, tutti serenamente sotto la soglia dei 50 milioni, quello che gli ultimi anni hanno dimostrato è che le dimensioni contano fino ad un certo punto per poi dare spazio all’importanza dell’omogeneità e coesione sociale che proprio l’immigrazione mette in discussione. Il miracolo economico europeo, ma anche quello giapponese e cinese oltre a quello secolare degli USA,  è avvenuto a partire non dalla disponibilità di materie prime ma dall’operosità ed intraprendenza delle popolazioni, sostenute da sistemi sociali altamente organizzati e regolati che da noi  sono in fase di collasso proprio per l’abbandono di quei principi (rispetto delle regole e responsabilità individuale) che il buonismo pro immigrazione ha permesso di infrangere. Il disconoscimento del concetto di Stato ha addirittura impedito di riconoscere la minaccia: in altre epoche la violazione dei confini da parte di masse di stranieri avrebbe provocato una qualche reazione impedita adesso da una visione minimalista del fenomeno, come se la migrazione di popolazioni in altri territori già abitati avesse qualcosa a che fare con la storia moderna. Con questa logica, nella II GM francesi, sovietici e polacchi sarebbero stati tacciati di xenofobia verso i nazisti invasori.

Cadono anche le mistificazioni che durante lo scorso anno ci erano state ammannite sull’utilità dei migranti. Era a tutti evidente che un continente che ha tassi di disoccupazione medi attorno all’11% non ha alcun interesse a ricevere persone povere e ignoranti, molte delle quali (donne, minori) del tutto inadatte ad un sia pur modesto inserimento lavorativo. Ma i dati FMI dimostrano anche che l’impatto sul PIL è del tutto marginale ed indiretto, non derivando da attività economiche svolte dai migranti ma dalla semplice attività di assistenza loro prestata a spese di popolazioni native sempre più depredate per via fiscale della ricchezza che producono. Anche la scelta della Cina di abbandonare la politica del figlio unico dimostra che i fenomeni demografici possono essere governati su lassi di tempo adeguati e che quindi l’Europa potrebbe agevolmente contrastare l’invecchiamento della popolazione mediante politiche di sostegno familiare, magari usando proprio le risorse regalate agli stranieri. E cadono anche le mistificazioni sull’impossibilità di adottare misure di contenimento dell’invasione: il muro ha difeso l’Ungheria Orbaniana mentre i rimpatri sono considerati possibili ed efficaci dalla mitica Svezia. Saranno pure costosi ma mai quanto sottomettersi a popolazioni pretenziose ed aggressive.

Cadono anche i miti dell’integrazione e del multiculturalismo. Appare ormai assurda la scommessa fatta dai burocrati europei di bypassare identità millenarie offrendo in cambio  un modello di convivenza civile che ha avuto successo solo da pochi decenni e solo in poche aree del pianeta (Europa, Nord America, Oceania, Giappone), che non è stato tale da consentire neppure il superamento delle diverse identità europee e che è considerato addirittura blasfemo dagli islamici. La storia chiarirà se si è trattato di insipienza o corruzione. Si è a rinunciato a difendere la propria cultura e civiltà accettando di accompagnarla a quella degli immigrati senza considerare che l’Europa non è l’America spopolata, dove diverse comunità possono (o, forse, potevano) vivere relativamente separate, ma un continente sovrappopolato e frammentato dove l’arrivo di gente più motivata ed aggressiva può avere come unica conseguenza la sottomissione.

L’UE si è dimostrata come una costruzione artificiale che ha forse dato qualcosa in epoca di tempi buoni, quando ha favorito il coordinamento e la condivisione dei benefici della crescita economica sia pure, probabilmente, su basi sin dall’inizio diseguali. Ma si è rivelata assolutamente inefficace quando lo scenario è cambiato, dimostrando che neanche una palese minaccia esterna è in grado di generare una risposta comune ma solo di innescare un gigantesco tentativo di fregare i vicini. Una grande potenza come l’Europa si vantava di essere non avrebbe problemi a difendere i confini esterni anche in modo energico ed a negoziare da una posizione di forza con la Turchia che invece viene pagata per continuare a gestire il flusso dei migranti. 70 anni non sono stati sufficienti a creare un’identità europea condivisa, è ben strano che si sia pensato che stranieri diversi per caratteristiche etniche, religiose, economiche e civili potessero essere facilmente accolti ed integrati.

L’Europa deve fare i conti con la realtà: la belle epoque post II GM è finita. Si ripropongono problemi di difesa che non possono semplicemente essere ignorati nascondendosi dietro il ripudio della guerra che invece gli arabi bramano. Ma si ripropongono anche problemi economici che si pensava essere stati risolti per sempre. L’Europa ha inventato il materialismo storico ma ha abbandonato la visione economicistica del mondo e della vita, nel frattempo accolta da tutti gli altri (USA, Cina, Russia), per abbracciare un neoidealismo fatto di umanitarismo, mondialismo, ambientalismo, multiculturalismo ed auto colpevolizzazione. Ha dismesso la propria industria in nome di obiettivi ambientalisti e di redistribuzione su scala planetaria che al massimo dovevano essere dei vincoli. Ha perso il treno della rivoluzione di internet e della finanza in nome di un pauperismo ed egualitarismo che ha ucciso gli animal spirits ed accapponato le popolazioni inducendole a pensare che il  destino individuale non dipenda più da capacità, impegno, coraggio ed intraprendenza ma da scelte burocratiche di vertice. Ha perseguito obiettivi globali e millenaristici troppo lontani dall’esperienza e dalla  stessa durata della vita individuale per poter essere davvero fattori motivanti. Ha perso la primazia tecnologica anche in settori su cui ha strategicamente puntato, come l’automotive. Si ritrova adesso a competere sui prezzi con paesi dove la manodopera costa da 10 a 20 volte meno.

Perso lo spirito iniziale, l’Europa si è trasformata nello spazio vitale della Germania e dei suoi satelliti, non più luogo di mediazione e condivisione ma strumento di dominio ed oppressione su stati e popolazioni meno forti, macchina infernale che produce ed impone regole suicide come  i casi dell’Euro, delle banche e dell’immigrazione dimostrano ampiamente. L’Europa non è palesemente più un livello di governo migliore, più competente ed onesto rispetto a quelli nazionali, ma un sistema moralmente corrotto che intende esercitare un potere tirannico su popolazioni ritenute sottomesse. Nessuno, tranne forse i tedeschi, vuole “più Europa”, i partiti dei nativi europei vincono dappertutto ed anche la Germania è entrata in una crisi politica che, se fossero confermati i sondaggi del 13% per AfD, imporrà la Grosse Koalition vita natural durante.

L’immigrazione, nella misura in cui favorisce la vittoria di partiti euroscettici, mette in discussione anche la faticosa costruzione dell’Euro a cui spesso gli stessi partiti sono contrari. Si apre una partita delicatissima da cui l’Europa, se sopravviverà, uscirà profondamente cambiata e ridimensionata.

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