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Economia e società, Politica Italia

Bye Bye ceto medio

foto-anzianiRicordate quando Berlusconi diceva che l’Italia era un paese solido perché il patrimonio degli italiani era superiore al debito pubblico? Magari vi sarà corso un brivido sulla schiena perché questo voleva dire che un giorno i due termini sarebbero stati messi in relazione e quindi gli italiani chiamati a pagare il debito dello stato con mezzi propri. L’ISEE sembra essere il modo subdolo usato per realizzare tale obiettivo.

L’ISEE (Indicatore della Situazione Economica Equivalente) esiste da decenni ma veniva usato solo per le minchiate (il costo del pasto scolastico, dell’asilo nido, del trasporto pubblico, le rette universitarie, ecc.). Nessuno temeva che sarebbe mai stato usato per delimitare il diritto allo prestazione del welfare. La svolta avvenne nel 2011 quando Monti, nel famoso Salva Italia incentrato su IMU e riforma delle pensioni, fece inserire una norma peregrina che ridefiniva l’istituto e legava ad esso l’accesso alle prestazioni sociali. La portata dirompente del meccanismo, pur in un momento in cui Monti aveva in mano il paese, era ben nota allo stesso premier che infatti, quando “salì” in politica, si dimenticò facilmente di dare attuazione alle norme delega. Anche Letta, impreparato a tutto, preferì glissare mentre Renzi, infervorato dal 41% drogato dagli 80 euri, pur con calma le dette attuazione.

Il decreto di riforma dell’ISEE lo ha trasformato in una sorta di dichiarazione redditual-patrimoniale globale delle persone e delle famiglie. Nell’essenza, l’ISEE consta di una parte reddituale, in cui confluiscono tutte le entrate comprese pensioni di invalidità ed accompagnamento, che l’algoritmo computa al 100% salvo alcuni abbattimenti legati al grado di invalidità. La parte patrimoniale considera il patrimonio immobiliare al netto di eventuale mutuo prima casa, valutandolo secondo i criteri IMU, e quello mobiliare al netto di una franchigia di 6.000 euro oltre a 2.000 euro per ogni figlio minore.

Il risultato dell’algoritmo è un numero che computisticamente parlando è privo di senso perché somma valori di flusso (redditi) con percentuali di valori di stock (20% immobili e 100% mobili) per dare un numero che ragionieristicamente non significa niente, un po’ l’equivalente della somma di mele e pere che faceva urlare la maestra in prima elementare. Dal punto di vista economico il numero allude forse ad un valore di ricchezza disponibile nell’anno che comprende tutti i redditi, compresi quelli derivanti dal patrimonio (interessi, fitti, ecc.), la quasi totalità della liquidità ed una quota del 20% degli immobili. Per capire quanto questo valore sia assurdo, basti pensare che la percentuale di ammortamento degli immobili per le aziende è il 4% annuo: un’impresa recupera l’investimento in 25 anni, un privato dovrebbe mangiarselo in 5 anni.

Questo ultimo dato non ha alcun senso concreto. Gli immobili sono un patrimonio illiquido ed indivisibile che in nessun modo può alimentare il flusso di capacità di spesa che si presume. Per di più l’ISEE, rispetto alla prima casa, confonde il valore di scambio con il valore d’uso di marxiana memoria: il fatto che la mia casa valga per ipotesi 500.000  euro, non la rende qualcosa di diverso dalla mia abitazione. Il valore d’uso prevale su quello di scambio e quest’ultimo non è liquidabile separatamente per la parte eventualmente eccedente le mie necessità, salvo che non si ammetta che uno sia costretto a dover cedere la propria casa per andare ad abitare in un quartiere inferiore o più piccolo.

Questo fatto rileva particolarmente in caso di sproporzione fra componente reddituale e patrimoniale: se vivo nella casa ereditata dai nonni in centro a Firenze ma sono disoccupato o invalido, l’ISEE sarà anche altissimo ma data la mancanza di liquidità farò fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. In base a quello, verrò privato pure delle indennità che mi permettevano di limitare il digiuno. Purtroppo Renzi sta dando attuazione al secondo aspetto del Salva Italia proprio in questo senso, legando l’ISEE all’erogazione delle prestazioni sociali e previdenziali. Oltre un certo ISEE le prestazioni non saranno più dovute ed è presumibile che la soglia ISEE sarà bassa e che non terrà conto dell’eventuale squilibrio fra patrimonio e reddito.

La cosa più assurda è che lo stato non ammetta una franchigia costituita almeno per dalla prima casa che, essendo un dato essenziale per la sopravvivenza della persona, dovrebbe essere espunta dal calcolo della ricchezza disponibile. Anche una certa somma in banca dovrebbe essere espunta ragionevolmente dal calcolo, atteso che un minimo di risparmio previdenziale dovrebbe essere considerato un diritto del cittadino. Ma lo stato è sempre più restio a tollerare la ricchezza privata e del resto questo fa il paio con l’interpretazione estensiva e sovietica dell’art. 43 della Costituzione per cui alla fine qualunque cosa, anche comprare il pane (IVA 4%) o bere acqua di rubinetto (IVA 10%), viene considerata indice di capacità contributiva e quindi di ricchezza. Si realizza un sorta di patrimoniale inversa, derivante non dall’imposizione di una tassa ma dall’esclusione da un beneficio, applicata a chiunque possieda qualcosa senza nemmeno la soglia che almeno la CGIL fissava ai tempi in mezzo milione di patrimonio.

È anche da evidenziare che questa criticità dell’ISEE era stata presa in considerazione da Tito Boeri nel progetto di riforma del sistema previdenziale predisposto dall’INPS che prevedeva espressamente di fare riferimento al reddito e non all’ISEE nella selezione delle modalità di accesso alle prestazioni sociali. Il governo quindi non era inconsapevole delle criticità e sembra avere ripreso gli intenti riformatori dell’INPS ma per puro caso declinandoli in senso peggiorativo.

Anche dal lato delle pensioni di reversibilità ci sarebbe da questionare: in fondo se i calcoli attuariali contemplavano un periodo di reversibilità (mediamente 6/8 anni, corrispondenti alla differenza di vita media fra uomini e donne), escludere la reversibilità dovrebbe accompagnarsi ad un aumento della pensione in corso di vita, cosa assolutamente esclusa, o in mancanza essere riconosciuto esplicitamente come un taglio della pensione. Capisco che nessuno avrà mai fatto realmente un calcolo attuariale ma questa è la pura verità. Che poi il taglio delle reversibilità sia giustificato dalla maggior partecipazione al lavoro rispetto al passato di donne di 80/85 anni, nate negli anni ’30, è una boutade talmente cattiva da essere sgradevole. La realtà è  che si vuole considerare la contribuzione come una forma di tassazione e la pensione non un diritto basato su soldi propri versati, alla faccia del contributivo, ma come una pietosa dazione del potere ai suoi sudditi, tutti poveri, assistiti e uguali. E’ già accaduto in Grecia, può accadere anche qui.

Tutto questo andrà a finanziare un fondo per il sollievo dei poveri assoluti la cui efficacia è altamente in dubbio non solo per i modesti stanziamenti ma soprattutto per l’ennesimo meccanismo burocraticamente farraginoso che verrà messo in piedi, con la famiglia povera “presa in carico” da un qualche ente che deve progettare un percorso di riscatto basato anche su formazione ed istruzione. Considerando che molti di questi fondi andranno ai soliti zingari e immigrati naturalizzati o a donne con 5 figli o maschi italici analfabeti, è da capire come tutta questa formazione (parola magica che nasconde una realtà di formatori ipocriti ed imbecilli e di spreco di denaro pubblico) possa produrre un minimo effetto: voi assumereste uno “zingaro formato”? L’ennesimo tentativo di Renzi di comprare voti con dazioni pagate non dai contribuenti ma dal ceto medio italiano.

Perchè la realtà è che il patrimonio immobiliare italiano è  il vero obiettivo della mattanza finanziaria in corso da anni. L’esproprio può avvenire direttamente, per esempio tramite l’ipoteca legale prospettata da Morchio nel 2011, o indirettamente tramite imposizione patrimoniale (IMU) o riduzione delle erogazioni sulla base del valore posseduto. Finanza globalizzata e sinistra comunista marciano insieme per colpire unite il ceto medio possidente italiano ormai visto come bancomat per salvare istituzioni fallite e agnello sacrificale della società ugualitaria livellata verso il basso. Avere risparmiato, investito, pensato al futuro è una iattura di cui pentirsi amaramente in tempi di new normal. E’ una norma senza senso che impoverisce persone non ricche che a tendere avranno bisogno di un aiuto che lo stato fa fatica a dare oggi ai veramente poveri e mina la coesione sociale.

Renzi si è rivoltato contro il ceto medio di cui doveva essere espressione e che lo ha pure entusiasticamente votato. Ha perso contatto con la maggioranza “normale” per inseguire sogni ideologici minoritari, come quello della stepchild adoption senza la quale la legge Cirinnà sarebbe passata fra applausi scroscianti del parlamento. Ha perso il magic touch, fra poco probabilmente anche lo scranno.

 

 

 

 

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