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M5S, Politica Italia

M5S: senza Capo né coda

 

Negli ultimi mesi il M5S è stato interessato da varie traversie politiche ed organizzative che cominciano a presentare il conto. roma-m5s-675x275

Il fatto più eclatante sembra essere l’addio ormai palese di BEPPE GRILLO   che ha fatto “un passo di lato” tornando (pare con modesto successo) allo spettacolo, ha tolto il nome del blog dal simbolo e ha cessato di esserne il capo politico. Questo fatto, salutato dagli encomi dei Dioscuri evidentemente ansiosi di assistere al suo nuovo show e di pugnalarlo alle spalle, non sarà privo di conseguenze elettorali. In primo luogo perché BEPPE GRILLO   è tuttora la faccia più riconoscibile del movimento e quello con la maggior capacità comunicativa: Di Maio, Dibba, Fico e compagnia minore possono andare bene per il day-by-day ma alla fine stanno evidenziando un profilo inadatto alla leadership dimostrandosi al più dei caratteristi adatti per una scena locale e per comparsate TV. Nessuno di loro può ragionevolmente pensare di competere con Renzi e forse neanche con Salvini in una campagna elettorale serrata.

Il secondo aspetto è che BEPPE GRILLO   era il garante  per l’area di destra che vota il M5S. Questo blog è stato fra i primi a evidenziare come gli elettori del M5S non fossero omogeneamente concentrati a sinistra. Bastava vivere un po’ la realtà dei militanti per capirlo ma se non fosse bastato c’era lo studio di Ilvo Diamanti che dimostrava che un 60% degli elettori non si considerava di sinistra. Alla fine è arrivato addirittura D’Alimonte a certificarlo e questo è bastato a Casaleggio per cambiare idea sulla stepchild. L’ambiguità nella percezione del M5S è dovuta al fatto che i capi dei meetup, diventati parlamentari nel 2013, erano tutti o quasi di sinistra estrema: ovvio, avevano tempo, voglia e ambizione per cercare di porsi a capo di un nuovo partito dopo essere stati trombati in SEL, Rifondazione, ecc. Ma evidentemente non rappresentavano completamente un elettorato molto trasversale ed ampiamente frastornato dalle giravolte sul reato di immigrazione clandestina, lo ius soli, l’omofobia, e quant’altro. BEPPE GRILLO   era il contraltare di questi leaderini post sessantottini e spesso la linea del M5S è stata rettificata e indirizzata dai post pubblicati sul blog: si dicevano cose di destra, poi si facevano o volevano fare cose di sinistra, sgravando i portavoce anche dalla sgradevole incombenza di prendere posizione e consentendo all’elettore di trovare nel movimento qualunque cosa cercasse. E’ successo con l’euro, poi con l’immigrazione. Adesso questo equilibrio si è rotto e sarà difficile ricostituirlo da parte di quei soggetti che naturalmente pendono a sinistra.

BEPPE GRILLO   era anche l’incarnazione dell’anima più apertamente apocalittica, ribellista e “contro” del M5S. Nel 2013 aveva preso i voti solo annunciando una catarsi purificatrice di politicanti e caste varie senza avere bisogno di offrire alcuna prospettiva per il dopo. Se lui voleva ripulire, i suoi ragazzi vogliono sostituire: è il passo logico successivo ma non è la stessa cosa. L’ansia di produrre risultati, di dimostrarsi utili ed affidabili, li spinge spesso a collusioni con il PD: legge sulla terra dei fuochi, nomina di giudici costituzionali, nomine RAI. Lo fanno perché si dichiarano  onesti, ma si dimostrano sempre meno distinguibili dal PD. La rottura tattica sul canguro è un tentativo di mantenere in piedi la doppia identità che difficilmente può albergare nella stessa persona e specialmente in un opportunista “integrato” come Di Maio.

L’addio di BEPPE GRILLO   apre il problema della leadership che può essere rinviato ma non oltre le elezioni, che saranno probabilmente il prossimo anno: se Renzi vince il referendum, vorrà sfruttare il momento d’oro, se perde sarà necessario cercare soluzione all’instabilità politica con un nuovo Parlamento. In Italia da metà anni ’90 il sistema elettorale è diventato una disfida fra leader per cui l’idea che il capo del Movimento sia il Movimento, oltre ad essere priva di senso e di riscontro con la realtà, non è spendibile a livello elettorale: un capo serve.

Il capo putativo è Di Maio ma il ragazzo ha forti limiti  personali e politici che già ad ottobre ne avevano bloccato l’ufficializzazione. Nel 2016 il caso Quarto non gli ha giovato ma visto che probabilmente si voterà nel 2017 sarà bene che ci si chiariscano le idee sulla sua situazione e gli si dia il tempo, se del caso, di maturare una personalità ed esperienza da premier in pectore che oggi evidentemente non ha. Del resto è difficile per un movimento carismatico sopravvivere al venire meno del fondatore. Di Maio è soprattutto un fenomeno mediatico e lo è perché si è sin dall’inizio presentato come l’alternativa a Grillo: parlante e non urlante, dialogante e non intollerante, ragionevole e non offensivo, è subito piaciuto alle televisioni. Venuto meno il suo contraltare, comincia a presentarsi come una figura poco interessante e sbiadita ed oltretutto poco capace di gestione politica come la vicenda di Quarto dimostra.

Il caso Quarto, per quanto ambiguo ed alla fine di poca importanza, insieme a Bagheria, porta in evidenza due situazioni. La prima è che non basta essere grillini per essere specchiati. Non che si potesse pensare veramente ad una diversità antropologica dei militanti ma le vicende del sud dimostrano che i meccanismi di selezione e controllo sono assolutamente insufficienti. Si tratta di casi di poca importanza  in generale ma distruggono drammaticamente il mito dei 5 stelle come soggetti magari inesperti ma assolutamente onesti. L’argomento principale della loro narrazione è venuto meno, adesso dovranno sostituirlo con un altro più efficace. E non sarà facile. La seconda questione è relativa alle competenze: solo Pizzarotti forse si salva nella gestione ma Gela, Livorno, Civitavecchia dimostrano la scarsissima capacità gestionale dei sindaci grillini. È vero che si trattava di situazioni dissestate, ma allora se non le sanno gestire perché affidarsi a loro e non a chi ha appoggi politici che possono offsettarle? E la madre di tutti i dissesti, Roma, incombe talmente tanto da impaurire anche la Taverna.

Roma è un’altra spina nel fianco: una vittoria annunciata a novembre sta ovviamente sfumando per il tramite della fuga del Dibba e della lunghissima procedura di selezione del candidato sindaco (da 207 candidati a 10 adesso a 5). Alla fine è rimasta la Raggi che appare perfetta per perdere bene. Meglio così, non puoi fallire a Roma per 18 mesi (come del resto fallirà chiunque altro) e poi vincere le politiche. Però per l’ennesima volta si gioca a ciapanò ed alla fine questa riluttanza a vincere può deludere molti simpatizzanti anche per il venir meno del fenomeno band wagon. Del resto la sinistra estrema si sta riorganizzando per conto suo e sempre meno interessata a scalare il movimento.

La rottura degli equilibri ideologici e politici interni si è scaricata sulle unioni civili. Questo blog ha espresso chiaramente il suo favore alla legge Cirinnà pur capendo le contraddizioni che si portava dentro. Il punto di svolta della vicenda è stata la manifestazione del Family Day del 30 gennaio che non solo ha evidenziato, smentendo tutte le mistificazioni, una partecipazione almeno quintupla di quella complessiva delle piccole manifestazioni arcobaleno della settimana precedente, ma ha sdoganato l’argomento facendolo diventare oggetto di discussione in casa e nei bar. Evidentemente è stata smentita l’inverosimile visione tutta ideologica di un popolo italiano, peraltro intriso di retorica ed ipocrisia familistica, ansioso di varare la stepchild. Un testo “soft” che non si fosse avvicinato particolarmente al matrimonio (del resto, le unioni civili NON SONO il matrimonio e possono essere diversamente normate) ed avesse evitato la stepchild, sarebbe passato con largo margine, velocemente e senza polemiche. Ma le contorsioni dei 5 Stelle, dilaniati tra la voglia di sgambettare Renzi propria della politica politicante e quella di adempiere il mandato parlamentare  primigenio (stare all’opposizione ma votare i provvedimenti ritenuti giusti) li hanno condotti ad un percorso a zig zag in cui, pur dichiarandosi a maggioranza favorevoli alla legge, per almeno tre volte l’hanno sabotata (prima impuntandosi sulla stepchild di fronte alle divisioni PD, poi dando ai parlamentari libertà di coscienza, infine opponendosi al canguro che dava un minimo di sicurezza al PD, che in fondo è portatore sano della maggioranza dei voti al Senato, di non finire in un Vietnam parlamentare) per poi cercare di recuperare in extremis con l’appello di Di Maio a Renzi a votare la Cirinnà senza se e senza ma. Al bivio fra tatticismo e strategia, hanno scelto il primo nel tentativo di sfruttare le indecisioni del PD ed indurre Renzi in un cul de sac da cui è uscito invece abilmente e con il classico cinismo che lo contraddistingue. Troppa la differenza ad oggi fra lui e Di Maio per ipotizzare un duello alla pari: Renzi metterà il nome su una legge che comunque modernizza il paese, il PD si è riunificato su posizioni imposte dall’esterno, il Senato si è rivelato un covo di cazzari privi di pragmatismo ed efficacia e quindi degno di essere eliminato, i vescovi sono stati accontentati, addirittura Alfano ha ottenuto la prima vittoria politica della sua carriera. Il Movimento si è rivelato ad un tempo ideologizzato e timido, velleitario ed inaffidabile, ha cavato ancora una volta le castagne dal fuoco al PD come ha fatto in passato, in altro modo, su immigrazione clandestina e omofobia. Con a capo una testa di legno mai votata ma dominata da un tizio sconosciuto alle elezioni che comunica usando il blog di un altro. Preda di pulsioni ipermoderniste e di sussulti reazionari, con in testa un’idea di “destra” dai forti connotati “codini” che probabilmente non trova riscontro in un elettorato che invece aveva abbandonato il PdL in un tentativo di trovare una forza modernizzatrice del Paese. Alla fin fine inutile: tutto il contrario di una forza che vuole accreditarsi per il governo. Un casino così era difficile da immaginare. Probabilmente l’obiettivo vero è continuare a perdere bene e  a bivaccare serenamente: contenti loro, scontenti tutti.

 

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