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Politica Europa, Politica Italia

Ritorno al passato

l43-libia-mappa-cirenaica-120307142415_bigIl punto di partenza è di una evidenza e banalità disarmanti: la politica estera non è un contenitore di ideali e buone intenzioni ma l’espressione massima e brutale del pragmatismo e del senso degli interessi nazionali. Il secondo punto è che esiste al mondo un solo paese dove l’Italia ha interessi geopolitici diretti e strategici: la Libia. E quindi è necessario che l’esercito italiano intervenga in Libia a tutela di questi interessi che sono principalmente tre:

  • Il petrolio dell’Eni, e non servono altre spiegazioni;
  • L’immigrazione: il Sahel è presidiato da regimi filo occidentali (Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto) e l’unico buco è la Libia da cui arrivano migranti da tutta l’Africa. Le dinamiche recenti della politica UE rendono necessario per l’Italia tappare il buco se non vuole che la prossima estate i 600/700.000 migranti che Frontex nel 2015 ha recapitato a Tsipras vengano consegnati a Renzi e trasformino il Belpaese in un enorme campo profughi;
  • La Libia è vicina, troppo vicina: Tripoli dista 583 km da Palermo e  297 da Lampedusa. Questo rende realistica la possibilità di attacchi missilistici ed aerei contro il nostro paese.

L’ISIS in Siria ha trovato la resistenza di uno stato ancora in piedi, dotato di organizzazione e gerarchia militare. La resistenza curda e l’intervento russo hanno reso viepiù difficili le cose per i terroristi che si sono caratterizzati soprattutto per efferatezza ma anche per scarsa efficacia militare. In Libia la situazione è diversa: lo stato è collassato dal 2011 e gli arsenali di armi pesanti e magari anche chimiche sono disponibili al miglior offerente. L’adesione al Daesh da parte di quel che resta delle strutture militari potrebbe essere dovuta a convinzione, opportunismo o paura ma il risultato sarebbe lo stesso: un rischio elevatissimo per il nostro paese.

I recenti wikileaks hanno dimostrato che l’attacco francese a Gheddafi era quello che si capiva bene sin dall’inizio: un’aggressione diretta agli interessi italiani ed alla sovranità nazionale. E l’incapacità di Berlusconi di opporvisi rientrava in quel sistema di pressioni e ricatti all’Italia che hanno caratterizzato tutto il 2011 fino alla sua caduta. Sarebbe bene che adesso non cadessimo nei soliti errori: Renzi non sarà Giolitti ma è l’ultimo baluardo rispetto ad un nuovo Quisling che confermi lo stato di sottomissione dell’Italia a Paesi stranieri mentre il revanscismo islamico riporta alla luce problemi elementari di sicurezza che si pensavano persi nelle nebbie del XIX e XX secolo. Le anime belle del pacifismo imbelle e del tatticismo politico farebbero solo il gioco di poteri forti che delle loro motivazioni se ne fregano altamente. Invece, un’unità politica che portasse ad una soluzione stabile del caos libico potrebbe far emergere la spinta ad un rinnovamento politico e morale del Paese che è la premessa per una ripresa complessiva.

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