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Politica internazionale

La Brutta e la Bestia

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Immagine1Il Supertuesday non ha chiarito tutto ma qualcosa ha detto. Apparentemente si va verso uno scontro fra Hillary e Donald, Clinton e Trump. Se così fosse si tratterebbe, nella narrazione polically correct, della iconica personificazione del derby “umani vs bestie” lanciato da Renzi a settembre. Una donna contro un uomo, una politica esperta cultrice di amore e gentilezza contro un rude e sgarbato milionario, una “moglie di” contro un self made man, una che apre le porte contro uno che alza i muri. E potremmo continuare a lungo.

Hillary cerca di coronare un percorso di avvicinamento alla Casa Bianca che comincia ad essere un po’ troppo lungo. Femminista americana degli anni ’80, non bella ma brava (stile “donna in carriera” tutta meeting, briefing, report e colf), ha probabilmente sempre coltivato il sogno di essere la prima donna presidente della storia USA. Per farlo ha accettato il ruolo stretto di first lady di uno scopatore seriale da cui evidentemente non ha tratto il segreto del carisma e della leggerezza con cui ancora oggi, dopo 15 anni dalla fine della carriera, il coniuge si approccia alla scena politica. Rigida, algida, impostata, vestita in un modo che ad un europeo ricorda l’inconfondibile stile dei mormoni ed al cui confronto  Marine è una magistra elegantiorum ed Angela Merkel sembra un’epigona di Lady Gaga, ha cercato di sopperire all’istintiva antipatia che provoca con un mix di costanza, determinazione e secchionaggine. Otto anni di Senato, quattro di Segretariato di Stato non senza passi falsi ed errori, rappresentano il cursus onorem di una classica politica di professione che avrebbe forse potuto accontentarsi di quanto già ottenuto, accettare i suoi limiti e riconoscersi inferiore al marito, magari dedicandosi al ruolo di matriarca per la figlia Chelsea ormai vicina al momento giusto per lanciare la sua candidatura. Trombata, purtroppo per lei solo politicamente, da Obama nel 2008 nel “derby della prima volta” (un nero contro una donna), ha chinato il capo, si è appoggiata alla sua grande pazienza e ha atteso altri otto anni per continuare la sua sfida.

Poteva presentarsi come il prosieguo del nuovo non fosse stato per il fatto che Barack è stato il peggior presidente americano dopo Carter: condizionato dalla necessità di mostrarsi all’altezza della pillola avvelenata del Nobel per la Pace 2008  generosamente concesso sulla fiducia ed a futura memoria, Obama ha accettato troppo passivamente e troppo presto la teoria del declino dell’impero americano di fronte a forze emergenti (la Cina, gli arabi) che invece stanno probabilmente a loro volta iniziando la fase discendente, come i giapponesi negli anni ’90, traditi dalle loro risorse, fra una popolazione che invecchia e un petrolio che si scopre ovunque e diventa davvero commodity da pochi spiccioli. Irresoluto nella politica estera, in politica economica si è dimostrato molto vicino ai poteri forti sponsorizzando un ciclo economico basato sulla turbo finanza, l’alta tecnologia e l’outsourcing verso l’Asia che ha aumentato le differenze ma soprattutto non ha permesso il recupero pieno delle condizioni di vita del ceto medio rispetto ai livelli precrisi. Sul piano sociale ha oscillato intorno ai teoremi della nuova frontiera della sinistra mondialista fatta di buonismo verso gli immigrati (12 milioni di clandestini), perdonismo verso i nemici (ritiro da Iraq e Afganistan, chiusura di Guantanamo), lassismo verso i delinquenti (limiti al porto d’armi), innovazione antropologica con aperture a LGBT, matrimoni gay, uteri in affitto, aborto e quant’altro.

Hillary nel frattempo ha valorizzato il suo ruolo e quello di Bill facendosi pagare $ 100.000 l’ora per conferenze tenute ovunque, chiaro  esempio di commistione con i poteri forti che adesso vorrebbe a parole combattere. Invecchiata, carrierista ma logorata da una carriera ormai tendente all’ordinarietà, ambigua, poco talentuosa, meno nuova dopo Obama, tradita dall’ultimo presidente nero della storia americana, un po’ stanca, tutto questo mix di situazioni rischia di renderla agli occhi degli elettori un’icona del passato, un po’ come i Duran Duran. Così si spiega il successo di Bernie Sanders, il Bertinotti americano, il ricco che vorrebbe guidare i “povevi”, apparso dal nulla a 75 anni ma più carismatico e innovativo, almeno a parole, della Clinton. Come tutti gli esponenti dell’estrema sinistra, è riuscito a guadagnare il consenso di coloro che considerano la povertà uno stato nobilitante per fortuna mai sperimentato ma non quello di coloro che la considerano un’esperienza di vita concreta da cui scappare: ha preso il voto della high class WASP del mitologico Nord Est della IVY League, fatta di graduated a Harvard, Yale e MIT, tanto attenta ai poveri quanto poco desiderosa di vederli, e non ha preso quello dei poveri veri che hanno guardato altrove.

E dove hanno guardato? In due direzioni diverse. Le minoranze nere e latinos, galvanizzate dal Papa gaucho e comunista, ormai vogliose di un welfare compassionevole all’europea, verso la Clinton, che ha ulteriormente beneficiato dell’eredità politica di Bill. Ma i bianchi, ex ceto medio decaduto, fatto di delusi e disoccupati, verso Trump.

La classe media bianca, in America come in Europa, è la classe che è uscita veramente sconfitta dalla crisi finanziaria globale. Il suo benessere si è ridotto per finanziare il nascente ceto medio dei Brics ed il sottoproletariato immigrato. La sua sicurezza è stata messa in discussione dall’immigrazione illegale che ha sconfitto la legge e dal terrorismo che vede negli americani l’obiettivo principale. Il suo futuro messo in discussione dalla scomparsa della manifattura, vera matrice della mobilità sociale in tutto l’occidente, e dall’informatizzazione via internet delle attività intellettuali di medio-basso livello che formavano la base dell’enorme ceto impiegatizio ora non più necessario. La sua intelligenza offesa da una retorica politicamente corretta che pare prescindere del tutto dalla percezione della realtà e che rappresenta un mondo in cui chi si accontenta di pagare il mutuo, comprare la Chevrolet, andare in vacanza a Disneyland, scopare le donne, far laureare i figli, viene descritto come un essere mentalmente e culturalmente limitato, egoista, retrogrado, razzista, degno di censura se non di percorsi coattivi di riabilitazione che lo portino ad apprezzare la bellezza di una vita dedicata alla salvaguardia dell’ambiente, delle minoranze, dell’eguaglianza e di qualsiasi altra cosa che passi in testa alle elite purché tale da trascenderne la stessa materiale esistenza. Quella che per due secoli è stata il pilastro delle società occidentali di matrice europea, la maggioranza silenziosa bianca, cristiana, eterosessuale, viene definita come il cancro dell’umanità.

Visto dall’Italia, Trump ha qualche somiglianza con Berlusconi: entrambi uomini d’affari, dalla bizzarra capigliatura, amanti della passera, che hanno alternato una vita imprenditoriale boarderline con la politica con la politica stessa. Poi le somiglianze finiscono qui perché diverso è il contesto. Berlusconi era troppo per la politica italiana: troppo ricco, troppo presente, troppo spregiudicato. Trump è invece uno dei tanti miliardari americani, neanche uno dei primi, mediamente dotato di bulbi piliferi gastrici, che ha avuto diversi alti e bassi imprenditoriali e personali e che alla fine si è fatto forte soprattutto del suo nome e della sua immagine. Se Berlusconi è stato accusato di vincere perché controllava il sistema dell’informazione, questa accusa non può essere rivolta al buon Donald che non solo non ha l’equivalente americano (circa 30 reti televisive) dell’ex Cavaliere ma addirittura spende meno dei suoi concorrenti per la campagna elettorale, ergo per gli spot.

Se la gente lo vota, il significato è duplice. Il primo è che, sussistendo la necessità di dotarsi di una classe dirigente, la sfiducia è talmente tanta nella classe politica da indurre a rivolgersi al mondo del business. In questo l’Italia sembrerebbe quasi essere stata la mosca cocchiera di una tendenza globale. La seconda è che probabilmente le cose che Trump dice piacciono alla gente. Questo secondo punto è l’epicentro dell’errore di presunzione che la sinistra mondiale compie quando parla di soggetti come Silvio e Donald. Quando guarda il ceto medio, la sinistra ha un atteggiamento schifiltoso per i motivi sopra detti. Considera chi non ragiona secondo i suoi paradigmi come un soggetto non evoluto e non degno di rappresentanza politica. Ma la sinistra, da 20/25 anni e maggiormente negli ultimi 10, ha perso di vita la piramide dei bisogni di Maslow e non si sta accorgendo che la globalizzazione e l’informatizzazione hanno messo in discussione, per il ceto medio bianco, i primi due gradini della piramide, la sopravvivenza immediata (cibo, casa, incolumità) e a medio lungo termine (istruzione, sanità, servizi). Essa continua a rappresentare la società occidentale come oramai lanciata verso gli obiettivi dei gradini superiori fatti di appartenenza, riconoscimento ed autorealizzazione, come se fosse formata da milioni di Epuloni tronfi del loro benessere che si rifiutano di condividere anche le briciole del superfluo con i miliardi di Lazzari ormai presenti ovunque. Ma questa rappresentazione è mistificatoria: la pressione fiscale esosa, la precarietà lavorativa, la riduzione della spesa sociale, le preferenze accordate a minoranza etniche e sessuali che sono il contraltare della discriminazione dei “normali”, l’arrivo incontrollato di moltitudini che, per il fatto stesso di avere reale necessità  di mettere qualcosa sotto i denti e addosso, si appropriano di  risorse comuni (via fisco) o private (via criminalità), raccontano una storia di progressivo decadimento della middle class che non trova spazio nella narrazione ufficiale della RAI e della CNN, del gruppo Espresso e del New York Times, di Umberto Eco e di Michael Moore.

La sinistra mondialista bolla ideologicamente questi argomenti come espressione, a seconda dei casi, di populismo, razzismo, classismo, sessismo, peccato, nazionalismo, fascismo e nazismo. Ma coloro che sono immersi in queste situazioni sembrano vivere confinati in una realtà che non ha contatti con una narrazione ufficiale, politica e mediatica, monotona ed unilaterale che semplicemente ignora loro ed i loro bisogni e che oltretutto costringe la politica all’inazione perché qualsiasi intervento smentirebbe l’idilliaca rappresentazione che si vuole veicolare. Da qui l’attenzione, il sollievo, la curiosità, la soddisfazione di sentire uno, ignorante ed equivoco quanto vuoi, che ha il potere, la visibilità, il coraggio, l’interesse, ad esprimerli apertamente in prima serata.

L’unitarietà degli USA rispetto alla frammentazione politica europea rende chiaro il discrimine ormai esistente nelle società avanzate occidentali: una maggioranza, ancora tale ma in fase di declino, di integrati politicamente corretti contro una crescente minoranza di beceri apocalittici antisistema. Quello che in Europa sarebbe un inverosimile scontro fra Marine Le Pen (od Orban o Salvini) e Merkel (o Hollande o Renzi), qui diventa il normale confronto elettorale fra Clinton e Trump. Con il forte rischio che il primo populista al mondo a vincere le elezioni sia un cittadino dello stato poliziotto del mondo. E con l’elefante e l’asinello costretti a far fronte comune contro gli antisistema, manco fossero normali partiti popolari e socialisti europei ormai condannati alla Grosse Koalition eterna.

L’America conferma che ormai il quadro politico è frammentato in 3-4 segmenti corrispondenti a diverse narrazioni: quella socialisteggiante che addossa la colpa ai ricchi e trova la soluzione nella redistribuzione (Sanders); quella populista che dà la colpa agli stranieri e trova soluzione nei muri e nel ritorno ai valori del passato (Trump, Cruz); quella politicamente corretta che dice che va tutto bene così e che bastano pochi correttivi al sistema (Obama, Hillary, forse Rubio). È una realtà che trova ormai riscontro in misura diversa in tutte le società occidentali e con cui dovremo convivere per anni. Negli USA il Partito Repubblicano ha appaltato per decenni alla famiglia Bush la sua rappresentanza e questa costrizione in un ambito familistico ha determinato per reazione il nascere di spinte estremistiche che Trump e Cruz, non a caso primo e secondo, interpretano. Probabile che si vada verso una scissione che porti ad un grande Partito della Nazione costruito attorno ai Democratici che invece hanno avuto in 25 anni un grande presidente (Clinton, Bill) ed un grande personaggio (Obama). Lo scontro fra la Racchia e la Bestia accelererà questa tendenza. Resta da vedere se la narrazione conformistica di Hillary e la strategia fatta di coalizione delle minoranze risulterà sufficiente o se l’”ultima speranza bianca” non riuscirà a raccogliere attorno a sé una parte dell’elettorato di Sanders  che in fondo vede nella Clinton una parte del problema e non della soluzione.

 

 

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