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Matteino va alla guerra

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Diceva Pertini che le quattro del mattino sono l’ora peggiore: nel pieno della notte, quando le luci e le voci della sera si sono spente e quelle del mattino sono ancora lontane, quando tutti gli altri dormono e si è soli con se stessi, quello è il momento in cui le paure, le ansie e le angosce ti assalgono e ti tengono sveglio.

A Roma o a Pontassieve, è probabile che la Libia costringa anche Matteo Renzi a passare notti insonni, rimuginando sulla responsabilità di mandare a combattere e probabilmente a morire persone poco più giovani, se non poco più vecchie, di lui. Maledicendo il destino cinico e baro che costringe lui, che voleva portare nella politica e nella società un soffio di gioventù, ottimismo e financo allegria, a condurre in guerra un popolo che mai ne ha avuto la voglia e la vocazione. Imprecando contro il fato avverso che lo costringe a passare dalla difesa dei bambini dei gay all’uccisione dei bambini degli arabi, che tanto una bomba meno intelligente che becca una scuola o un ospedale ci sarà di sicuro e pazienza se i bambini erano lì solo per fare gli  scudi umani di adulti disumani. Bestemmiando gli alleati che hanno chiarito inequivocabilmente che non siamo più paese avanzato, degno di bombardare o di dare appoggio logistico, ma povero stato fornitore di fanti, di boots on the ground, di carne da macello, di candidati alla morte ed alla tortura. Andare in guerra non piace a nessuno. Però è la cosa giusta.

I motivi che ci devono portare in guerra sono chiari ed evidenti e non li ripeterò. I giornali sono pieni di pacifisti d’accatto che hanno già riciclato gli arcobaleni appena riposti per festeggiare o infamare le nozze gay e che ora torneranno utili per le marce della pace. Vecchi imbecilli che con l’Euro hanno regalato il nostro Paese agli stranieri, sconsigliano adesso, senza motivo alcuno,  di fare qualsiasi cosa che lo possa difendere. Tuttologi che avevano appena finito di studiare le norme sull’utero in affitto, sono adesso forbiti esperti di strategie politiche e militari, ci illustrano le similitudini e differenze fra governi e parlamenti di Tobruk e di Tripoli, alleanze e congiure fra clan e tribù, apparentemente informatissimi sulle dinamiche di un paese che nessuno frequenta più da un lustro ma a cui sfugge il dettaglio che ormai l’Isis (o Daesh se volete, così non diciamo che sono islamici) è prossimo ad affacciarsi su quello che era il Mare Nostrum, la pozzanghera che aveva salvato Roma dai Cartaginesi e che noi abbiamo regalato ai barbari. Sciocchi, pavidi, imbelli, venduti, sono tutti lì a suggerire a Matteino che la miglior cosa è non fare niente, ascoltare il Papa, lasciare fare agli imperialisti americani, non stuzzicare gli arabi, abbandonare il petrolio e gli italiani che ci lavorano, dimostrare ancora una volta che l’Italietta non ha le palle, non conta niente, ha paura di tutto, ha altro da fare. Fino a quando milioni di negri invaderanno il Belpaese o gli aerei con la bandiera nera requisiti dai tagliagole sganceranno una bomba a Lampedusa o sulla Vucciria. E allora diranno che è stata comunque colpa nostra, troppo ricchi, troppo cristiani, troppo nichilisti, troppo imperialisti, troppo vivi per gente che ci odia qualunque cosa facciamo.

La maggioranza degli italiani non vuole la guerra: pazienza. Nessuno la vuole, così come nessuno vuole pagare le tasse o avere un tumore. Ma non ci è dato scegliere come devono essere i nostri giorni, possiamo solo scegliere come viverli. I rischi dell’inazione sono evidentissimi e una comunità nazionale non è una somma di individui chiusi nella propria nicchia di interessi, diritti, bisogni e desideri. È qualcosa di più, è qualcosa che chiede che siano prese anche decisioni che individualmente ci danneggiano ma che vanno nella direzione dell’interesse comune. È probabile che il caos libico sia colpa della folle politica anglo-franco-americana degli anni 2000: pazienza. Il passato è passato e non ritorna ma se abbiamo commesso un errore non è che dobbiamo portarne lo stigma per l’eternità e d’altronde solo pochi nel 2011 dissero che Berlusconi sbagliò clamorosamente ad accodarsi agli “alleati” che, volendo portare democrazia e libertà a gente che le considera bestemmie, hanno azzerato ad un tempo un governo amico che aveva sottoscritto nel 2010 un trattato di alleanza con il nostro e la nostra credibilità di italiani, confermandoci i soliti opportunisti e voltagabbana. La Libia verrà ricolonizzata, divisa in parti e zone di influenza: pazienza. La Libia, come tutti gli stati africani escluso l’Egitto, non è una nazione ma un territorio definito con la decolonizzazione. Noi lo avevamo a disposizione, lo abbiamo perso nel 2011 per la nostra debolezza ed insipienza, se ci riprenderemo la Tripolitania potremo recuperare qualcosa che era nostro. Gli arabi hanno dimostrato di non sapersi governare da soli, esprimono differenze antropologiche e culturali che non consentono una coesistenza pacifica ma solo il dominio: meglio il nostro su di loro che viceversa.Moriranno i nemici: pazienza. La guerra è questa e non è colpa nostra se gente che discetta solo di kamikaze, decapitazioni, roghi, schiavi, bombe, paradisi di guerrieri popolati di vergini che si riverginizzano, ce l’ha con noi. Moriranno i nostri soldati: pazienza. Sono professionisti, sapevano che il mestiere comportava un rischio, adesso si è avverato: sono pagati per questo, avranno il loro soldo, i funerali di stato e lapidi riconoscenti nelle piazze.

L’Italia è arrivata ad un livello di crisi che neanche la monotona narrazione politically correct ed i bluff di Matteo possono più nascondere. I dati Istat confermano che ormai il Paese ha fatto un passo indietro nel ciclo di sviluppo, che la struttura industriale non è solo ferma ma è scomparsa e che così stando le cose niente lo può smuovere, non certo gli 80 euri o i 500 o altre regalie. Il Papa conferma che siamo di fronte all’invasione araba e islamica ma che questa sia un fatto positivo lo può dire solo uno che è nato e vissuto a 12.000 chilometri da Poitiers, Lepanto, Vienna e che probabilmente non è mai stato ammesso alla Lateranense. L’UE è diventata una potenza straniera oppressiva che impone scelte senza senso se viste dall’Italia, come l’accoglienza, il bail in ed il fiscal compact, e quindi probabilmente del tutto sensate dal punto di vista dei nemici dell’Italia. Non è più tempo di pannicelli caldi e mezze misure ma di atti di forza che spezzino il giogo ideologico, politico e mediatico che ormai ci opprime e ridiano respiro e speranza agli italiani. 80.000 inglesi hanno dominato per un secolo 800 milioni di indiani, chiara dimostrazione che nessuno può opprimerti se non vuoi essere oppresso.

Ma se andiamo in guerra Matteo ha due doveri. Il primo è di dire la verità: la guerra per l’Italia è cominciata nel 2010/2011, con gli spread e l’austerity. Ci è stata mossa  da coloro che ritenevamo amici. La guerra di Libia del 2011, con i Mirage che bombardavano Gheddafi quando ancora i capi di stato stavano arrivando a Versailles, è stata solo l’episodio militare di un attacco a Berlusconi che la sinistra ha appoggiato perché il nemico del mio nemico è mio amico e perché confermava la sua visione di un popolo italiano  troppo mediocre per governarsi da solo. Su questa si è innestata la guerra che gli islamici stanno muovendo all’Occidente. Adesso sono in discussione valori non negoziabili come l’indipendenza, la sicurezza, la sovranità, la libertà, il benessere a cui,  se non reagiamo, dovremo dire addio per decenni. Questa non sarà un’operazione di peacekeeping o simili: sarà un guerra vera, con scontri e caduti da ambo le parti. Ed il primo dovere è chiamarla con il suo nome.

Il secondo è vincere la guerra: se mandi la gente a morire devi metterla in grado di difendersi. Dalla cattiva stampa, dalla magistratura, dal nichilismo italico sempre pronto a criticare ma mai a proporre. E dai nemici, con una strategia adeguata alle reali dimensioni delle forze in campo ma anche consentendo regole di ingaggio che permettano di ucciderli, senza pietà e senza timori di ritorsioni.

La generazione degli anni ‘60 e ‘70 è vissuta in una bolla fatta di cose belle che ha scambiato per la realtà: nessun problema, nessun rischio, nessun sacrificio, nessuna paura. Tutti tesi a promuovere l’amore, la pace, l’integrazione, la non violenza, la condivisione, non ci siamo accorti che un pianeta cresceva odiandoci. Adesso la realtà ci ripresenta il conto e si avvera il vaticinio di Renzie quando accoppò il Letta dello #staisereno: si diventa grandi quando si capisce che si devono fare anche le cose che non ci piacciono. A 42 anni si deve diventare grandi ed uno che è diventato premier a 39  deve avere l’ambizione di lasciare un segno che non sia solo il ricordo di una sciarada di parole vuote. Coraggio Matteo, dopo le tenebre arriva sempre l’alba.

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