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Immigrazione, Politica Europa, Terrorismo

Noi e Loro

13294_html_3125b51d-690x429Gli attentati di Bruxelles hanno avuto un’eco mediatica ed una risonanza politica molto inferiori a quelli di Parigi. Evidentemente Bruxelles non è la Ville Lumiere, il Belgio è una piccola e ridicola nazione mentre la Francia è pur sempre una potenza nucleare, Di Rupo è … Di Rupo e tanto basta a far sembrare Hollande un gigante politico.

Ha fatto impressione il silenzio dei grandi di mercoledì e giovedì: pochissime dichiarazioni, pochi attestati di solidarietà, per fortuna e per qualche ora anche un po’ di sospensione della retorica ricorrente sui maggiori sforzi necessari per l’integrazione, le colpe dei bianchi, i diritti degli immigrati ecc.  Si è avuta l’impressione che politici e opinion leader fossero quasi sbigottiti di fronte a questo attentato, come se fosse arrivato inaspettato. Forse pensavano che le misure prese dopo Parigi fossero state sufficienti? Forse pensavano davvero che Salah fosse qualcosa di più di quel che è e che il suo arresto avesse bloccato i gruppi di fuoco? O forse pensavano quello che non si può dire, cioè che esisteva un accordo, magari neanche tacito, in forza del quale la polizia e l’intelligence (oddio, come amo questa parola!) belghe facevano finta di indagare ed in cambio i terroristi garantivano l’incolumità del Belgio (e quindi di Bruxelles, e quindi dell’UE, della NATO, dell’ONU e tutto il resto che lì ha sede) rispetto agli attentati? Se è così, allora può darsi che il patto sia stato rotto quando hanno fatto la forzatura di arrestare Salah ma può anche darsi che Salah sia stato sacrificato proprio per favorire un abbassamento della guardia e agevolare gli attacchi suicidi. Come che sia un equilibrio pare essersi spezzato e adesso qualche decisione politica andrà presa.

In primis per il Belgio che appare uno stato che ha perso il controllo del territorio. Il fatto di essere sede dell’UE è stato, per la nazione e soprattutto per la capitale Bruxelles, una delizia ed una dannazione. Il Belgio copre appena 30.000 kmq e ha 11 milioni di abitanti, Bruxelles ne ha solo 1,2 milioni: una media città europea in una nazione decisamente piccola. La presenza di uffici internazionali è decisamente sovradimensionata rispetto alle dimensioni della nazione. La presenza degli uffici burocratici di UE, NATO, Commissione Europea, ecc.  rappresenta un’opportunità troppo ghiotta per il belga medio: posti dove le carriere sono facili, gli stipendi alti (il 16% degli impiegati guadagna più di 100.000 euro), il lavoro poco (anni addietro, essendo fornitore di enti dell’UE, ho scoperto che i loro dipendenti  beneficiano di tutte le festività nazionali di tutti i paesi UE indipendentemente dalla nazionalità di ciascuno), hanno attratto la meglio gioventù locale che ben si è guardata dal fare mestieri normali come l’impiegato, l’operaio, il panettiere, il macellaio, il fruttivendolo. Per questo si sono messi ad importare manovalanza che fosse contenta di fare questi lavori da basso ceto e gli arabi erano al tempo la migliore scelta: abili commercianti, poco orientati all’industria ma comunque più motivati degli africani, hanno progressivamente sostituito i belgi nei settori meno chic cosicchè oggi a Bruxelles si mangia solo pane turco e carne halal. Probabilmente il meccanismo è scappato di mano e la presenza araba-mussulmana in Belgio è adesso probabilmente abnorme. I soldi facili d’altronde corrompono ed ecco allora le divisioni fra fiamminghi e valloni per spartirsi la torta, i giochetti politici con cui i presidenti dei quartieri di Bruxelles si sono presi i voti degli immigrati in cambio del  lassaiz faire verso la Sharia, in definitiva una politica debole e debosciata (ricordiamoci dei 540 giorni senza governo) che ha condotto il Belgio in una morsa: dall’alto i capintesta UE, ONU e Nato che ovviamente non vogliono problemi di sicurezza e di immagine e quindi hanno costretto i governi belgi ad una politica accomodante per evitare tensioni etniche e sociali; dal basso una massa di immigrati che ha superato forse il livello critico e che adesso, passata la fase della riconoscenza e quella della sopportazione, comincia ad accarezzare sogni di dominazione indotti dall’apparente (e forse non solo apparente) debolezza con cui le istituzioni contrastano i loro comportamenti oggettivamente contrari alla legge e accettano il loro dominio di fatto su ampie porzioni del territorio metropolitano. In definitiva il Belgio si è trasformato in quello per cui era stato creato: uno stato cuscinetto fra le grandi potenze europee, un territorio eretto a stato, con poca autonomia, poca identità, poca sovranità.

Sarebbero solo affari loro se non fosse che nella UE a 28 le debolezze di uno diventano le debolezze di tutti. Quindi se Bruxelles è una città aperta, diventa rapidamente una piattaforma logistica, organizzativa e finanziaria per i terroristi arabi operanti in Europa. E a questo punto l’UE deve cominciare a decidere una strategia.

Nell’UE ci sono circa 500 milioni di abitanti, di cui solo 25 o 30 mussulmani. L’Islam non è una religione autoctona europea essendo arrivata nel nostro continente a seguito delle invasioni araba della Spagna e della Sicilia e ottomana dei Balcani. Gli unici stati europei dove esiste una popolazione mussulmana autoctona sono Albania e Bosnia, peraltro entrambe fuori dall’UE. Nell’UE i mussulmani sono quasi esclusivamente provenienti dall’estero (Africa e Paesi Arabi in generale) essendovi arrivati a partire dagli anni ’50-’60 a seguito della decolonizzazione anglo-francese. In alcuni paesi (UK, Francia, Belgio) si è arrivati alla seconda e terza generazione, in altri fra cui l’Italia si è ancora fra la prima e la seconda. Ovviamente il flusso migratorio iniziato nel 2013 ha aumentato questi numeri. Detto che il numero complessivo dei mussulmani è oggettivamente ancora limitato, attorno al  5/6% della popolazione totale, occorrerebbe anche capire come si dividono fra africani e arabi in senso stretto (essendo questi ultimi attori del terrorismo), quanti sono immigrati irregolari, quanti sono residenti senza cittadinanza, quanti sono diventati cittadini di un paese europeo. Fra questi ultimi occorrerebbe anche  distinguere quelli che sono diventati tali attraverso meccanismi di naturalizzazione (matrimonio, ius soli) da quelli che possono vantare una cittadinanza basata sullo ius sanguinis. Sono tutti dati che sarebbero utili per una gestione attiva dell’immigrazione e del contrasto al terrorismo atteso che la sovranità degli stati del territorio si esercita anche espellendo coloro che non hanno diritto a rimanerci in forza della cittadinanza e, in prospettiva, magari anche prevedendo forme di revoca della cittadinanza qualora se ne dimostri l’indegnità.

La prima questione da porre è semplicemente questa: a cosa servono tutti questi immigrati, mussulmani e non?  In una fase in cui la disoccupazione media in Europa è ormai stabilmente superiore al 10%, non c’è assolutamente richiesta di forza lavoro aggiuntiva rispetto a quella autoctona. In più c’è il problema delle competenze: l’Europa ha ormai abbandonato i paradigmi dell’agricoltura e dell’industria pesante, dove occorrevano molti muscoli e pochi neuroni, e, anche se non è riuscita a fare realmente il salto verso un’economia basata sulle nuove tecnologie, il suo modello economico basato su industria avanzata e servizi richiede manodopera molto qualificata. Nessuno degli immigrati provenienti dai paesi arabi ha tali skills: anche i mitici ingegneri siriani ambiti dalla Merkel hanno bisogno di tre anni di formazione per equipararsi a quelli occidentali, figuriamoci gli altri. Del resto il problema dell’equiparazione dei titoli di studio fra paesi europei non è stato ancora risolto, cosa ci possiamo aspettare da un confronto con il terzo mondo? Senza considerare quella quota formata da minori e donne sempre incinta che non si pongono nemmeno il problema del lavoro ma solo quello del mantenimento. Facendo entrare masse su masse di semianalfabeti privi di possibilità di impiego possiamo ottenere solo il risultato di creare masse di persone disilluse, incattivite, alienate, facile preda di pulsioni aggressive (Colonia), criminalità ed infine terrorismo. Soltanto il progressivo abbassamento della soglia di legalità consente di mantenere sottotraccia questo fenomeno, abbassamento realizzato non solo in campo penale con la continua depenalizzazione dei reati dei migranti (furti, violenze, occupazioni, ecc.) ma anche con l’accettazione di prassi diverse per cittadini e migranti in campo economico ed amministrativo: qualcuno pensa davvero che in Italia i ristoranti cinesi ed i kebabbari rispettino rigorosamente la legge 155 sulla sicurezza alimentare, la legge 81 sulla sicurezza del lavoro, le norme sulle dichiarazioni fiscali, ecc.? In questo modo ottenendo il risultato di frustrare le aspettative dei residenti, fra i quali pure gli immigrati regolari, verso un minimo di ordine sociale e rispetto delle regole.

La cosa paradossale è che questa invasione non mira nemmeno a depredare i cittadini europei delle loro risorse (terreni, case, beni produttivi) ma ad imporre loro di provvedere coattivamente al loro mantenimento per via fiscale. Questo assetto è insostenibile a livello politico ma soprattutto economico. Indipendentemente dal fatto che ciò sia giusto, resta la circostanza che l’economia europea è basata su livelli altissimi di specializzazione, organizzazione e normazione ed il disordine sociale e politico derivante dall’afflusso di stranieri estranei al nostro way of life non può che pregiudicare i meccanismi di produzione della ricchezza con effetti nefasti per i nativi ma anche per i nuovi venuti. Gli attentati di mercoledì hanno prodotto danni per 4 miliardi, una situazione di disordine più estesa e grave potrebbe essere esiziale. Che questo fatto non venga visto dai governanti, è sintomo di cecità o di malafede.

Il secondo problema è quello della convivenza fra europei e mussulmani. Per affrontarlo occorrerebbe in primo luogo ammettere che questi due gruppi umani esistono, c’è un “NOI” ed un “LORO” da ambo le parti. Ma l’approccio politicamente corretto pretende di negare l’esistenza di diversi gruppi umani, riducendo tutto a mere differenze interpersonali. Non esistono quindi bianchi e neri, europei e arabi, cristiani e mussulmani, alloctoni ed autoctoni e così via. Solo un enorme ed indistinto caleidoscopio umano che, nella visione “mondialista” fatta propria dalla UE, si muove in maniera pressoché libera da ogni vincolo ignorando confini e ordinamenti giuridici. A parte che questa prerogativa viene riconosciuta solo ai migranti perché il privilegio di vagare liberamente da uno stato all’altro senza documenti e deliquendo non spetta ai cittadini europei,  la validità di questo approccio è talmente smentita dai fatti che viene il dubbio che il politicamente corretto abbia preso il posto anche del principio di razionalità che la civiltà europea aveva fatto proprio negli ultimi tre secoli. L’approccio politicamente corretto è quello del mirmecologo che classifica le formiche senza chiedersi come le formiche si classificano fra di loro: la volontà di negare che la specie umana si divide in “gruppi”, che questi gruppi si formano e si riconoscono su base volontaria e che le vicende umane sono dominate dalle dinamiche fra questi gruppi, rimanendo quelle individuali un fattore del tutto minore, appare del tutto irrazionale e porta a risultati catastrofici. Ed è particolarmente penoso che questo approccio mistifichi la realtà dell’insegnamento del Corano pretendendo di dirci come i mussulmani lo interpretano senza riguardo alle concrete manifestazioni di questa interpretazione da parte loro.

La distinzione fra “Noi e Loro” è una categoria interpretativa della realtà connatura agli esseri umani dai tempi dei Sapiens e dei Neanderthal. Noi e Voi erano i fiorentini ed i senesi, i pisani ed i genovesi, i tedeschi ed i francesi, l’occidente democratico e l’oriente comunista. E’ una categoria che è andata ampliandosi mano a mano che tecnologia e scienza permettevano di muoversi su distanze maggiori ed entrare in contatto con popolazioni più lontane. Dire che esistono differenze fra gruppi umani non è razzismo ma onestà intellettuale ed aderenza al principio di realtà. Razzismo è imporre ad uno di questi gruppi di modificare, senza consenso, la propria identità, rinunciare alla propria cultura, spezzare il legame con il proprio territorio ed il proprio passato, accettare una convivenza non richiesta e non conveniente: esattamente quello che sta accadendo alle popolazioni occidentali.

L’Europa stessa è andata configurandosi come aggregazione di gruppi umani eterogenei – le etnie – sulla base dei quali ha dato luogo alle forme di organizzazione umana: gli stati europei sono stati nazionali, quindi etnici, e questa tendenza si è accentuata e non ridotta negli ultimi 30 anni (URSS, Jugoslavia, Cecoslovacchia) e sta cercando nuove forme di manifestazione (Paesi Baschi, Catalogna, Fiandre, Scozia). La resilienza del carattere etnico degli stati ha dato luogo agli ultimi conflitti europei, da quello serbo-croato a quello civile ucraino. La stessa UE è entrata in crisi nel momento in cui le difficoltà finanziarie hanno determinato contrapposizioni fra stati che hanno messo in secondo piano la comune appartenenza europea.

Se esistono ancora, dopo oltre un millennio, differenze e rivalità spinte fino al limite del conflitto armato fra i vari gruppi umani europei, non si vede come le differenze possano essere smussate nel confronto con un gruppo così diverso come quello arabo-mussulmano, a partire dal fatto che la presenza mussulmana in Europa viene ancora vista in generale in modo negativo per il lungo passato di aggressione e dominazione – basti pensare agli esiti del conflitto serbo-croato, in cui i due gruppi slavi si sono allegramente massacrati a vicenda salvo allearsi proprio per massacrare i mussulmani di Bosnia – e per il carattere eclatante ed aggressivo delle manifestazioni odierne. E’ del tutto illusorio pensare che dove non si riesce ad integrare gruppi umani molto simili si possa integrare un gruppo del tutto diverso.

Il Noi e Loro attraversa, è bene dirlo chiaramente, anche la comunità dei cittadini nella misura in cui essa unifica formalmente realtà antropologiche diverse. Dire che i terroristi islamici sono cittadini europei, come fa la Mogherini, significa aprire un problema enorme e non risolverlo. Se la si prende per buona, ciò significa che neanche Hitler e Mussolini sono mai stati un problema perchè in fondo nazisti e fascisti erano cittadini tedeschi ed italiani. L’equivoco è enorme. Con lo stato sociale ci siamo abituati a considerare la cittadinanza solo un vantaggio: permette di avere sussidi, case popolari, assistenza sociale e sanitaria, istruzione. Ma la cittadinanza è prima di tutto un onere: è un patto di lealtà con lo lo stato a cui appartieni. E’ l’obbligo di porre la fedeltà allo stato sopra ad ogni altro obbligo di fedeltà. E’ l’impegno a rispettare le istituzioni e le regole ed a proporsi di cambiarle solo nei limiti e con i mezzi previsti dall’ordinamento. E’ l’obbligo di difendere istituzioni ed ordinamento. Per questo l’occidente ha combattuto il terrorismo politico che si proponeva di sovvertire l’ordinamento politico con la forza. In fondo anche le BR e la RAF erano formate da cittadini, se ci fosse stata la Mogherini ai tempi sarebbe stato il Generale Dalla Chiesa ad essere arrestato.

Il fatto che gli arabi kamikaze fossero cittadini belgi dimostra quanto la loro realtà antropologica contrasti con quella codificata nello status di cittadino e  con quanta avventatezza le cittadinanze siano state concesse  ed apre la strada anche a una riflessione sulla possibilità di revocarle, perlomeno a coloro che sono naturalizzati o che ne hanno una doppia, qualora si dimostri che il loro comportamento è contrario al patto di lealtà.

L’Europa ha definito negli ultimi decenni un percorso di convergenza interna basato su alcuni fattori comuni fra i quali: la cultura cristiana come elemento etico di fondo ed unificatore ancorchè oramai molto sbiadito nella dimensione pubblica e nella prassi corrente; la natura etnica-nazionale degli stati connessa ad un ruolo forte degli stessi in una cornice di mediazione rappresentata dalla UE; la laicità dell’ordinamento giuridico e la sua superiorità rispetto al credo religioso; il carattere democratico degli ordinamenti giuridici; il riconoscimento dei diritti civili e sociali; l’uguaglianza di tutti davanti alla legge; l’autonomia della scienza e dell’arte. Francamente  nessuno di questi elementi è compatibile con una visione mussulmana della società, come questo articolo di Ostellino spiega in modo approfondito. La differenza fra europei e arabi non è razziale ma è antropologica, è legata al modo in cui le due società e civiltà si sono evolute nel corso di due millenni e non è risolvibile attraverso atti di volontà o richiami incessanti a fantasmagorici doveri di solidarietà. Oggettivamente il nostro modello civile è superiore ma  comunque è quello che i cittadini nativi europei – il 95% della popolazione – bene o male si sono scelti, fra l’altro combattendo per 15 secoli proprio contro l’Islam. Esclusa un’islamizzazione volontaria dei nativi europei, l’avvicinamento richiederebbe all’Islam di rimettersi in discussione ma è illusorio pensare che questo avvenga adesso, in una fase in cui le tendenze più radicali sono vincenti, i mussulmani hanno la sensazione di stare vincendo e gli europei non oppongono alcuna resistenza da loro interpretabile come tale. Le battaglie culturali renziane sono state fatte negli ultimi 30 anni e sono state perse: il modello civile europeo è visto come corrotto e deteriore e non attira più gente che in ultima istanza è disponibile a farsi esplodere per testimoniare la propria fede.

La retorica corrente sulla mancanza di integrazione, imputata sempre e solo ai nativi europei ricchi ed egoisti, non solo manca di sottolineare la volontà di molti gruppi di immigrati di non integrarsi (cinesi e arabi in primis, con solo questi ultimi che creano problemi di ordine pubblico) ma, vedendo gli ostacoli all’integrazione solo come mancanza di volontà delle popolazioni autoctone, appare venata da una visione verticistica, pianificatoria ed autoritaria che rende verosimile il famoso piano Kalergi e che snatura totalmente i presupposti su cui si è proceduto allo sviluppo civile europeo negli ultimi 70 anni. Apparentemente appare illusorio realizzare tali obiettivi a partire da simili presupposti, ma questi sono tempi strani e non si dovrebbe sottovalutare il rischio di una vera involuzione autoritaria degli ordinamenti europei che faccia strame dei principi attuali.

La presenza araba comincia ad essere visibilmente presente nel nostro contesto non soltanto nelle forme estreme del mero parassitismo socio-economico e del terrorismo ma anche in quelle del condizionamento delle nostre abitudini e stili di vita. Se questo avviene quando i mussulmani sono solo il 5% del totale, figuriamoci cosa accadrà quando la loro presenza si moltiplicherà. L’oltranzismo islamico è favorito anche dalla giovane età di molti fedeli che accentua le tendenze estremistiche per un mero fattore caratteriale. Se ci sono alcune decine di potenziali kamikaze, alcune centinaia di foreign fighters pronti a sparare, alcune migliaia di fiancheggiatori, un ambiente chiuso ed omertoso che protegge chiunque e vede nello stato il nemico, possiamo anche temere che in una fase successiva si sviluppi qualcosa di simile ad una guerra civile con la partecipazione attiva di molti che ora sono alla finestra ma che al momento buono potrebbero provare a saltare sul carro del vincitore. I problemi sarebbero probabilmente molto superiori a quelli attuali.

Quindi le autorità europee – intese come vertici UE e degli stati nazionali – hanno di fronte tre possibilità:

  1. intervenire seriamente nei confronti dell’islamismo, con misure che permettano di riprendere il controllo del territorio e chiariscano che le regole europee valgono per tutti, indipendentemente dalla confessione religiosa, prevedendo prudenzialmente anche misure di de-islamizzazione delle nostre società, regolando l’immigrazione e riducendo incentivi e benefici per coloro che non sono cittadini;
  2. accettare una divisione del territorio con la nascita di pseudo ghetti, in realtà mini califfati, dove vige una legge diversa;
  3. abbassare la guardia ed andare verso forme di islamizzazione della società sotto il ricatto mussulmano della guerra civile.

Se la prima soluzione è quella verso cui andranno probabilmente i paesi del nord guidati dalla Germania e la Gran Bretagna, la seconda era quella adottata da Francia e Belgio che trova il suo limite nel carattere espansionista dell’Islam che non si ferma di fronte alle concessioni fatte ma tende a realizzare il suo ideale di conquista. E la terza di chi è? Ah già, dell’Italia di Renzi e Papa Francesco.

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