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Politica Italia

Sempre più solo

imageL’epopea di Matteo continua ad essere caratterizzata dagli errori delle persone di cui si è circondato e quindi anche di lui che le ha scelte. Prima Lupi, poi la Boschi, ora la Guidi. Alla fin dei salmi, Lupi è quello che l’ha fatta meno grossa: un Rolex in regalo ed un posto per il figlio rientrano nella normale routine di un ministro che ai tempi gestiva un portafoglio ben pesante. Le donne invece hanno sbagliato assai, portando Matteino in un tunnel di rapporti familiari e sentimentali di cui forse non era del tutto conscio.

La questione della Guidi è più grave e paradossalmente capovolta rispetto a quella della Boschi. Le norme salva Etruria hanno penalizzato migliaia di persone ma non hanno evidentemente beneficiato il padre del ministro che anzi adesso dovrà vedersela con l’accusa non da ridere di bancarotta fraudolenta. Si pone una questione politica sul personaggio, in termini di novità, capacità ed autonomia politica ampiamente discussa in questo post, ma probabilmente non giudiziaria.

La Guidi invece ha fatto una bella marchetta a favore del fidanzato che a sua volta se l’è rivenduta alla Total per avere delle commesse. Questa norma probabilmente era di per sé utile perché sbloccava dopo 25 anni una situazione che potrebbe generare benefici per la Basilicata e l’Italia: la produzione del giacimento Tempa Rossa è di circa 50.000 barili/giorno, poca roba rispetto ai paesi arabi ma pari a circa il 5% del consumo medio giornaliero italiano e quindi una quota da tenere in considerazione in un mix energetico finalizzato all’autonomia del paese che ci preservi magari in futuro dalla necessità ormai lampante di ricolonizzare la Libia. Ma per come è maturata porta pari pari a carico del governo l’accusa di corruzione, il fantasma che negli ultimi 25 anni ha interrotto carriere politiche ben più consolidate di quella di Renzi e  spesso senza neppure il fastidio di dovere provare le accuse.

Oggi Renzi si è addossato la responsabilità politica di questa norma in un modo che non trova conferma nei fatti dimostrati dalle intercettazioni. A parte che se fosse stato così orgoglioso della scelta non avrebbe fatto a meno di farcelo notare nei mesi passati, come ha fatto con l’impianto FIAT di Melfi e l’Expo. Ma se veramente questa norma fosse stata di rilevanza strategica, probabilmente non sarebbe saltata nello Sblocca Italia di ottobre e non sarebbe stata inserita nottetempo nella finanziaria 2016. E neanche la Guidi avrebbe avuto bisogno di dire al fidanzato che la norma sarebbe stata inserita salvo il consenso di Maria Elena: c’è qualcuno che pensa davvero che la Boschi post 22 novembre avrebbe avuto potere di veto su una norma di rilevanza strategica voluta da Renzi? Siamo seri, non scherziamo. Del resto se così fosse stato, allora che colpa avrebbe la Guidi? Quella di avere anticipato al suo compagno un’informazione sull’esito, in quel caso ovviamente scontato, della vicenda? E basta questo per dover dare le dimissioni? E quella di Gemelli quale sarebbe? Forse quella di avere millantato credito verso la Total per avere un beneficio in termini di appalti? E allora? Si tratta di due società private e alla fin fine nessuno può questionare le scelte di un imprenditore a favore di un altro, anche se basate su affermazioni false come del resto nel mondo del business spesso accade.

Invece la situazione è ben diversa. Sorge il dubbio che né Renzi né la Boschi sapessero o avessero davvero capito cosa stavano facendo (e sarebbe la seconda volta dopo il Salva banchette di novembre), che la Guidi abbia ciurlato nel manico per favorire il compagno, che questo si sia venduto ai petrolieri come mediatore con la politica in cambio degli appalti. Come sempre più spesso accade Renzi si trova solo nel momento del bisogno e deve correre a coprire il governo con la sua persona.

La figura di Renzi sta cominciando ad essere logorata oltre misura. Sta cominciando a pagare due errori, uno originale ed uno successivo. Quello originale è nella scelta delle persone: si capisce che il sindaco di una media città italiana non avesse, a gennaio 2014, relazioni estese con il mondo politico inteso in senso lato e che quindi abbia privilegiato nomi che gli dessero garanzie in termini di visibilità, fedeltà e basso profilo. Ma ormai sono passati due anni e mezzo e dovrebbe cominciare a tirare le fila delle valutazioni. Non tutti sono all’altezza del compito e un tagliando al governo sarebbe ormai doveroso. Del resto la Guidi, per quanto ho visto in materia di gestione dei fondi europei, era già di per sé meritevole di sostituzione. Ma non lo può fare perché aprirebbe il vaso di pandora dei micro partiti (SC, NCD, ALA) che vorrebbero essere compensati per la loro fedeltà, della sinistra interna oltre che dei vari responsabili prezzolati che appoggiano il governo al Senato.

Il secondo errore, ed è quello che alla fine lo farà affondare, è l’indeterminatezza. Il suo fascino era legato soprattutto all’immagine di ragazzo giovane, volitivo, con un orizzonte temporale lunghissimo, lontano da interessi immediati, che non si fermava di fronte a niente, neanche a quelle logiche, a quei rituali, a quelle forze che per 20 anni hanno bloccato l’Italia e che adesso la stanno spingendo sull’orlo di un baratro fatto di declino economico, sociale e civile e di meticciamento etnico. Che l’Italia non possa continuare su una strada tracciata dal politicamente corretto quotidianamente scandito da Europa, BCE, Papa, vescovi, magistratura, ambientalisti, enti locali, è un qualcosa che ormai è diventato senso comune. Molti italiani erano scettici sulla sua possibilità di farcela, molti lo hanno appoggiato, praticamente tutti avrebbero salutato con favore i suoi successi. Ma il problema di Matteo è stato quello di tirare il freno a mano appena salito sul motore. L’unica cosa su cui ha dimostrato determinazione feroce sono state le riforme politiche, della Costituzione e della legge elettorale. A livello economico ha mescolato provvedimenti peronisti (80 euro, assunzioni nella scuola, benefici dispersi a pioggia) con una pletora di norme speciali (Expo, banche, Tempa Rossa, ecc.) che rappresentano semplici eccezioni ad una tradizione di statalismo e dirigismo che lui continua a perpetuare. Se si toglie il Jobs Act, non ha fatto niente per incentivare una ripresa dell’imprenditoria italiana basata sulla semplificazione e liberalizzazione che è l’unica strada per riavviare lo sviluppo e che, modificando le aspettative, renderebbe automaticamente possibile lo sblocco delle ingenti risorse accantonate invece dagli italiani per i momenti peggiori. Si tratta di una situazione talmente evidente che la Confindustria ha preferito scegliersi un presidente in grado di dialogare col potere politico invece di uno aperto alle sfide industriali del terzo millennio. 

Renzi sta collezionando molteplici situazioni sospese, ognuna di portata enorme: immigrazione, legata a doppio filo alla questione libica ed alle relazione con UK, Francia e USA; terrorismo, con una richiesta di “più Europa” priva di contenuto e stridente con il “non possumus” dichiarato a Hollande dopo i fatti di Parigi, alla Merkel nella trattativa con Erdogan e a Obama sulla Libia; sistema bancario, evidentemente in condizioni di dissesto; ripresa economica ed occupazionale, ferma agli zero virgola e comunque lontana anche dal ritmo non frenetico del resto d’Europa; rapporti con una UE in cui la tregua con Junker è evidentemente solo transitoria. Si sta dimostrando un politico incolto, poco attento ai provvedimenti proposti da altri ministri, schiavo del politicamente corretto in tutti i campi e di un ottimismo privo di riscontri concreti, ossessionato dai sondaggi che bloccano anche quel poco di iniziativa che occasionalmente mette in mostra.

La sua debolezza è talmente evidente che anche alcuni poteri tradizionalmente vicini, come la magistratura, si stanno rivoltando: la possibilità che il M5S vinca le prossime elezioni, legata alla disponibilità del movimento a votare le nomine dei magistrati “di area” in Consulta e CSM, probabilmente sta inducendo alcuni magistrati a valutare la possibilità di farsi vedere attivi sui temi propri del movimento per acquisire benemerenze future. E così si spiegano le intercettazioni che emergono come ai tempi di Berlusconi.

Dovrebbe essergli ben chiaro che nessun leader può ambire ad una lunga stagione politica in mancanza di una ripresa economica duratura e sostenuta. Del resto questa è stata la strada scelta dai leader di sinistra di maggior successo degli ultimi venti anni (Clinton, Blair, Lula). Renzi, moderno leader di sinistra non marxista, aveva tutti i requisiti per ambire a qualcosa di simile ma non è mai riuscito a passare ad una execution che tagliasse definitivamente i ponti del PD con una tradizione di fatto anticapitalista ammantata di argomenti spendibili nel XXI secolo, siano essi la tutela ambientale, l’accoglienza dei migranti o le pari opportunità, lasciando questa retorica ai reduci dell’estrema sinistra delle percentuali da prefisso telefonico e concentrandosi sul corpaccione del ceto medio italiano che è inevitabilmente il tramite da cui passare per la ripresa economica ed il successo politico.

Sempre più solo, sempre più in difficoltà. Magari il dopo Renzi è già cominciato.

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