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Immigrazione, Papa Francesco

Lesbian Tour

Grecia_rifugiati_2 (1)Non c’è due senza tre e quindi anche Papa Francesco, che pur dovrebbe essere restio alla superstizione, ci riprova. Le isole gli portano bene, favoriscono “eventi storici”, e quindi dopo Lampedusa e Cuba è pronto a partire per Lesbo.  Ci sarebbe da sorridere per un Papa ansioso di correre nell’isola resa mitica dalla poetessa che ha improntato di sé l’omosessualità femminile ma ormai sono tempi nuovi, i vecchi valori sono cose da farisei ed il futuro della Chiesa è dato da minoranze sessuali e razziali.

Infatti Francesco non va a Lesbo per celebrare giochi saffici e simili ma per invitare ancora una volta gli stranieri provenienti da Africa e MO ad invadere l’Europa. Nel luglio 2013 a Lampedusa, la prima escursione fuori porta del Papa argentino aveva segnato un nuovo orizzonte del politically correct e dato il via alle migrazioni. Di lì a poco sarebbe partita Mare Nostrum ed i nostri ammiragli sarebbero accorsi a 20 miglia dalle spiagge libiche per caricare i disperati che ambiscono a campare bene a nostre spese per tutta la vita e ad imporci anche il loro credo blasfemo e sanguinario, non mancando di farsi avanzare qualche spicciolo sotto forma di indennità, benefit e mazzette, dimostrando che Schettino non è una scheggia impazzita della marineria ma piuttosto il suo fenotipo.

L’insistenza del Papa per favorire l’invasione dell’Europa da parte di popolazioni prevalentemente mussulmane e quindi ostili ai cristiani è poco comprensibile. Se c’è una strategia, questa razionalmente non si vede. Si può forse più facilmente far ascendere ai problemi mentali determinati dal tumore al cervello o al revanchismo di un nativo del nuovo mondo che ancora prova astio verso i conquistadores che hanno portato la civiltà in quelle lontane contrade e che adesso persegue sogni di rivalsa promuovendo una reconquista al contrario del vecchio continente.

La retorica papale sui poveri è stata parte determinante di quell’indottrinamento buonista che ha rimbecillito politica e media europei per un paio d’anni. Sostenuto da una schiera di vescovi urlanti capeggiati da Galantino, la performance papale è durata fino a tutto il 2015 allorchè l’atteggiamento dei paesi europei verso i migranti è definitivamente cambiato.  L’impatto delle migrazioni in termini economici, sociali, di sicurezza ed identità ha iniziato a farsi sentire in campo politico, soprattutto dopo che il bunga bunga islamico di capodanno ha alienato ai partiti di sinistra il consenso dell’elettorato femminile, storico serbatoio di voti. Da lì un susseguirsi di eventi sfavorevoli all’immigrazione: l’accordo con la Turchia, che sembra per adesso funzionare soprattutto in termini di riduzione degli sbarchi piuttosto che di rimpatri; le prime avvisaglie di difesa armata, con la battaglia di Idomeni che ha dato il segno di un cambiamento di rotta delle istituzioni europee; l’inopinata determinazione dell’Austria che sembra essere ricongiunta al gruppo di Visegrad e che sta sigillando le frontiere con Slovenia, Ungheria e Italia. Non ultima, la scomparsa politica dell’UE che, così come aveva assunto potere nei confronti degli stati con la crisi finanziaria, lo ha perso repentinamente con la crisi dell’immigrazione e del terrorismo. Nel delicato equilibrio fra consenso popolare e legittimazione europea, i governi si sono trovati costretti a rivalutare il primo a danno del secondo pena il dilagare dei partiti che rappresentano i nativi europei (altrimenti detti populisti o xenofobi) il che conferma la portata epocale degli eventi e l’importanza che i nativi europei assegnano al mantenimento degli ordinamenti statuali basati su territorio, popolo e ordinamento giuridico.

La posizione austriaca è stata probabilmente imbeccata dalla Germania che per motivi storici fa fatica a prendere posizioni antistranieri troppo rigide. L’Austria, che si è lavata velocemente la coscienza con l’Anschluss, non ha di questi problemi e ha fatto da guardaspalle ai cugini teutonici: con la decisione di non accettare più migranti ha determinato il disseccamento della rotta balcanica con le decisioni conseguenti di Macedonia, Serbia, Ungheria e Slovenia. Che poi si pensi di tirare su muri perché non ci si fida del muro primigenio, quello orbaniano ungherese, rappresenta un’ulteriore conferma della cecità o peggio della malafede dei politici europei che dal 2013 hanno messo le popolazioni native a rischio di invasione. E del resto anche i media hanno cambiato versione: se prima torme di giornalisti stigmatizzavano chi cercava di sgambettare i “popoli in cammino”, adesso nessun reporter documenta la polizia macedone che spara ad altezza di bambino: anche questo un segno dei tempi che cambiano.

E’ abbastanza difficile che il viaggio papale produca effetti simili a quelli della visita a Lampedusa del 2013. Troppo diverso il quadro politico ma anche più debole la sua figura. Nel 2013 Bergoglio doveva ancora essere scoperto ma adesso se ne sa troppo e quel che si vede definisce una figura ideologizzata, indietro 30/40 anni rispetto alla cultura politica europea, poco conoscitrice della dottrina, prigioniera di una “nuova ritualità” (i pranzi con gli immigrati, il lavaggio dei piedi degli islamici, la frequentazione dei “revolucionaros” di tutto il mondo) che ad un solo tempo sconcerta e comincia a sapere di deja vu, incapace di una gestione efficace delle questioni che lo riguardano. Il risanamento delle finanze vaticane si è ridotto alla caccia al Cardinal Bertone mentre il processo ai corvi si è impantanato. Il Sinodo si è tradotto in una sconfitta che cerca adesso di recuperare con una “Amoris Laetitia” che confonde ancora di più il mondo cattolico. La dottrina sociale si è tradotta in una fissazione sui migranti che fa il paio con il totale disinteresse dimostrato per gli europei (non c’è stato un viaggio in Europa salvo quello in Albania del settembre 2014). Persino l’Anno Santo della Misericordia sembra essere passato nel dimenticatoio ed è abbandonato a se stesso. Il segno di questo papato, nato con un atto inopinato come le dimissioni di Benedetto XVI,  è adesso quello del declino e probabilmente solo la morte del Papa emerito potrebbe dargli la scossa aprendo le porte alle future dimissioni anche di Bergoglio.

A questo noioso tran tran si aggiunge ora il viaggio a Lesbo: è difficile che i migranti rischino soldi e pellaccia per aderire all’invito papale di arrivare in un paese disastrato (è notizia di oggi che un ente pubblico greco non ha i soldi per inviarmi dei documenti via DHL, andremo a prenderli noi) ed essere poi accolti a fucilate dai discendenti di Alessandro il Macedone appena cercano di scapparne. Magari Francesco potrà consolarsi con qualcuna delle antiche attrazioni di Lesbo. Chissà, magari ci scappa un’enciclica.

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