//
stai leggendo...
Economia e società, Politica Italia

Drill, drill, drill

oil-gas-eni-retrofit-piattaforme-1-d8Come sempre accade, i referendum si caricano di significati politici diversi e maggiori di quelli insiti nel quesito specifico. Non sfugge a questo destino neanche il referendum di domenica sulle trivelle per l’estrazione di gas nell’Adriatico. Per questo occorre respingere il quesito referendario non andando a votare ed evitando il raggiungimento del quorum.

Il quesito specifico è privo di senso: le trivelle ci sono e stanno operando da decenni, continuerebbero ugualmente ad operare per altri anni e l’operatività potrebbe essere ulteriormente prorogata oltre la scadenza delle licenze. L’unica cosa che cambierebbe sarebbe quella di imporre alle imprese estrattrici l’ennesimo fardello di adempimenti burocratici di marca ambientalista mettendole ancor di più alla mercé di politici rapaci, burocrati inefficienti e corrotti e magistrati show men. Occupano alcune migliaia di dipendenti diretti e molti altri dell’indotto che perderebbero il lavoro e andrebbero ricollocati: non certo un bel servizio per l’economia e l’occupazione. Il gas che estraggono è una fonte di energia pulita e concorre in maniera significativa al mix energetico nazionale riducendo il fabbisogno dall’estero con tutti i condizionamenti politici e militari che questo comporta. Il costo dell’energia prodotta dal gas è circa 1/3 di quella proveniente dalle fonti rinnovabili e la differenza di costo viene compensata con le bollette elettriche più care d’Europa. La presenza pluridecennale delle piattaforme non ha impedito lo sviluppo turistico lungo tutta la costiera adriatica e del resto non tutto il territorio ha vocazione turistica e quindi occorre anche prevedere posti dove l’industria possa collocarsi. Non c’è quindi alcun motivo specifico di prendersi il disturbo di votare SI.

Ma il referendum ha un altro significato implicito, quello della scelta fra due modelli di Italia. Vogliamo un Paese che, pur fra tutte le difficoltà ed i limiti, continua a fare impresa, industria, crescita, innovazione, o vogliamo un Paese che cede definitivamente al politicamente corretto che comporta decrescita, deindustrializzazione, disoccupazione strutturale, burocrazia patologica, magistratura che si considera un potere al pari di quello legislativo, ambientalismo cieco che conduce a generazioni perdute di giovani inoccupati o migranti? Se vincerà il SI, questo sarà il destino italiano che in un orizzonte temporale breve condurrà all’implosione del paese.

L’Italia ha una vocazione industriale, purtroppo ormai in declino, mortificata da leggi vessatorie, poteri locali ispirati ad un mix di NIMBY e mazzette, magistratura interventista, che hanno l’unico effetto di allontanare gli investimenti esteri e far chiudere le imprese italiane. L’industria è necessaria perché non tutti gli esseri umani hanno le capacità intellettuali per svolgere mestieri non manuali e la ricchezza di ogni paese ricco è stata quella di far lavorare con le mani le numerose persone che non possono lavorare con la mente. Il valore aggiunto, l’innovazione tecnologica e l’occupazione che provengono dall’industria e dal suo indotto non sono  nemmeno paragonabili a quelli provenienti da agriturismi, agricoltura biologica ed altre fesserie propagate da ambientalisti e decrescitisti. Ed infine la redistribuzione della ricchezza, mantra dell’ultimo decennio, trova un limite insuperabile nella mancanza della ricchezza stessa per cui, in qualche modo, il ciclo di sviluppo dell’Italia deve essere riavviato ed è assurdo pensare di distruggere quello che esiste, funziona e non dà noia per inseguire sogni utopici e ideologici di una società deindustrializzata. Del resto che il PIL condizioni la qualità della vita è dimostrato dal fatto che la stessa speranza di vita in Italia ha iniziato a decrescere allineandosi al trend del PIL procapite, come del resto avviene a livello internazionale ed è confermato dai dati storici. Le condizioni di vita e la qualità dell’ambiente sono funzione delle risorse che possono essere destinate a questi obiettivi e ovviamente esse sono maggiori nelle società ricche: la crescita economica è amica, non nemica, della protezione ambientale ma non delle teorie ambientaliste.

La globalizzazione ha portato alla perdita di focalizzazione industriale in tutta Europa. Inizialmente, agli albori del XXI secolo, la narrazione pro global aveva individuato nei servizi avanzati la nuova frontiera dell’economia del continente. Purtroppo l’Europa, a differenza degli USA, ha sostanzialmente mancato l’aggancio con l’economia del web mentre lo sviluppo della finanza ha dato i risultati che stiamo vivendo. In ogni caso i settori evoluti non sono labor intensive (Google ha solo 32.000 dipendenti, per dire) e quindi insufficienti a mantenere alto il livello di occupazione: l’industria è una necessità ineludibile se non si vuole sprofondare nel gorgo della decrescita, della povertà e della diseguaglianza. E’ anche l’unico settore che, privilegiando il “fare” e aggregando anche fisicamente grandi masse umane, può realmente favorire la mobilità sociale e l’integrazione. Adesso questa narrazione si è trasfusa nel tema dell’uguaglianza e della redistribuzione secondaria dei redditi che, al di là dei limiti economici e delle resistenze politiche, porta di nuovo con sé una teoria politica livellatrice e dirigista che è fallita nel secolo scorso. L’ambientalismo stesso, basato su teorie estreme di dubbia scientificità e di sicuro anti umanesimo, si sta dimostrando il cavallo di troia attraverso cui riproporre una teoria ed una prassi politica antidemocratiche che limitano e vincolano lo sviluppo umano e pongono l’individuo al servizio di un disegno elitario che ne trascende gli obiettivi individuali e la stessa durata fisica della vita. In questo si intravvedono derive totalitarie che, a differenza delle teorie del ‘900, vanno ad impattare sugli stessi stili di vita individuali, compresi quelli alimentari con la quasi forzata conversione al vegan delle nuove generazioni.

L’Italia, impigrita da una presenza statale ormai ai livelli dei regimi comunisti, è come sempre antesignana di tutte queste tendenze. È però folle pensare di accentuarle ulteriormente votando sì ad un referendum che, come è accaduto per quello dell’energia nucleare, avrà come effetto indotto quello di indurre i politici a sospendere qualsiasi iniziativa di politica industriale. Politicamente, finchè la legge prevederà un quorum referendario così alto, l’astensione è una scelta politica legittima in funzione degli obiettivi perseguiti: a turno, nei decenni, sinistra e destra si sono alternate nell’invitare a votare o ad astenersi. Si tratta di una mera scelta politica che non può essere ammantata di valori costituzionali o di rilevanze penali.

Questo referendum esprime una scelta ideologica insensata. Domenica  la cosa giusta da fare è andare al mare.

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: