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Immigrazione, Politica Europa, Politica Italia

Non passa lo straniero

95280Purtroppo solo in Austria. Infatti anche le elezioni presidenziali austriache certificano il trend europeo ed il candidato FPOe (europeista vero e quindi per i media mainstream da rappresentare come xenofobo, razzista, nazionalista, probabilmente anche fascista) si colloca al primo posto nel primo turno con una percentuale quasi doppia del secondo e pari alla somma dei due candidati che lo seguono. Come la Francia ha insegnato, è possibile, per non dire probabile, che si creerà il solito carrozzone democratico-repubblicano-decente che farà prevalere al secondo turno un altro candidato. Tuttavia, come nel caso della Francia e della Germania, ormai il tema è sul tavolo: i partiti tradizionali sono in rotta, nel caso specifico il problema non riguarda solo i socialisti ma prende in pieno anche i popolari con entrambi i partiti attorno all’11%, ed il tema dell’immigrazione e quindi della resistenza all’invasione straniera diviene la questione centrale e dirimente delle elezioni, ovunque si tengano, sovrastando per importanza le tematiche economiche e le fedeltà ideologiche. E un minimo di onestà intellettuale, se non di decenza, dovrebbe indurre i media a cambiare i modelli interpretativi e narrativi dei fenomeni che si stanno verificando.

La politica austriaca paga in prima persona il clamoroso errore commesso dalla Merkel lo scorso agosto quando ha consentito ed incentivato qualcosa di inaudito per gli europei: l’ingresso libero di un milione di stranieri privi di qualsiasi cosa (documenti, soldi, professionalità, voglia di fare) in paesi che hanno fatto del rispetto delle regole un mantra asfissiante nella sua monotonia. Sin dall’inizio i suoi ministri si erano opposti ma l’impeto dei “popoli in cammino”, la retorica “dei ponti, non muri”, di fatto la sostanziale resa all’invasione ed all’illegalità celebrata da manipoli di decerebrati (o, più facilmente, prezzolati) festanti alla stazioni di Vienna e di Monaco, avevano determinato una situazione di fatto di difficile comprensione prima ancora che soluzione. L’allegra camminata degli islamici poteva essere facilmente fermata, come la recente battaglia di Idomeni ha dimostrato: idranti, fumogeni, qualche pallottola di gomma, manganelli, nulla di molto diverso dal trattamento riservato ogni maledetta domenica ai black block o agli ultras. Ma in quei giorni si voleva raccontare una storia diversa ed allora via con la narrazione rimbecillente del politicamente corretto. Il paese che più di tutti, oltre alla Germania, ha patito la decisione è stata proprio la “Marca dell’Est” trasformata in territorio franco per consentire il passaggio dei gaudenti invasori.

Questo blog aveva sollevato dubbi politicamente scorretti quando ancora Galantino urlava, il Papa pontificava, l’Annunziata gioiva sul cadaverino ancoro caldo di un cucciolo umano strumentalizzato da coloro che dicono di amare gli umani. Mi appare quindi incomprensibile come leader politici scafati non abbiano capito quello che stavano mettendo in moto.

A dispetto delle anime candide o almeno candeggiate, l’Europa è per definizione un continente “razzista”: la sua storia è stata una sequenza di vicende caratterizzate dalla contrapposizione etnica, a partire dalle invasioni romane e barbariche passando dalle guerre di indipendenza dell’800/900 fino alla guerra dei Balcani degli anni ’90. Gli stati europei sono stati etnici nella loro intima natura, non a caso se ne contano circa 50, più o meno quanti quelli dell’Africa  che, in base alle sue dimensioni e seguendo lo stesso principio, ne dovrebbe avere invece circa 200. L’omogeneità etnica ha dato luogo a conflitti sanguinosi ma si è rivelata la base formidabile dell’adesione spontanea dei cittadini all’istituzione e conseguentemente della solidità statuale europea ed il presupposto dell’affermazione della democrazia: posso accettare che la maggioranza decida solo se considero gli altri miei simili. Non a caso, salvo poche eccezioni (USA, in parte Russia) la democrazia nei paesi con popolazioni eterogenee non esiste (Cina) o dà luogo ad una sorta di confederazione blanda (India) se addirittura non siamo di fronte a meri territori spappolati fra tribù, clan, famiglie e milizie armate come quasi tutti gli stati africani ed in particolare la Libia. E non a caso l’Europa è squassata dai sentimenti indipendentisti che lambiscono UK, Belgio, Spagna dopo avere ridisegnato l’est europeo ex comunista. Se nemmeno 65 anni di UE hanno superato le diversità nazionali, come in queste condizioni si potesse ipotizzare l’idilliaca integrazione di popolazioni di origine etnica profondamente diversa, animate da una religione da 15 secoli ostile all’Europa e da una diversità orgogliosamente esibita che le induce a rifiutare l’integrazione stessa, appare un mistero della politica buonista.

Questo elemento si unisce ad altre due considerazioni. L’Europa non è solo il continente dove è nato lo stato moderno con la sua triade di sovranità, popolo e territorio. E’ anche il continente dove lo stato di diritto si è sviluppato fino ai limiti della patologia giudiziaria e burocratica. È un continente pervaso di regole da rispettare: con che logica si poteva pensare che i popoli nativi, così avvezzi alle regolamentazioni da essere diventati incapaci di difendersi da soli, potessero alla fine accettare senza rimostranze l’invasione di stranieri esentati da qualsiasi norma e controllo? Il bunga bunga di capodanno è stato la conseguenza di questo andazzo ed al tempo  stesso ha segnato la penosa fine di questa cecità, contribuendo enormemente ad aumentare l’ostilità verso gli invasori da parte delle donne, altra categoria oggetto di particolare attenzione da parte dei politici.

Infine l’economia. E’ vero che gli europei sono enormemente più ricchi dei disgraziati che ci invadono ma il problema del riequilibrio è mal posto, in primo luogo in termini quantitativi: che riequilibrio ci può essere fra un austriaco con un PIL procapite di 50.000 dollari ed un senegalese che ne vanta 1000, da effettuarsi immediatamente, senza limiti numerici ed oltretutto senza che gli immigrati abbiano alcuna reale possibilità o addirittura intenzione di provvedere in proprio al loro mantenimento? Si può parlare realisticamente solo di esproprio del primo a vantaggio del secondo. Messa in questi termini, crudi ma realistici, davvero si pensa che la gente accetti supinamente di lasciare la casa non ai figli ma a degli sconosciuti? La propaganda, specie quella pontificia, insiste sul tema della fame ma la popolazione che muore di fame nel mondo è in continuo calo e comunque non è quella che si butta su un gommone bucato per essere salvata dai nostri eroici corrotti, pardon, marinai. Mantenere questa gente in termini di vitto e alloggio costerebbe relativamente poco, specie se a casa loro, ma quello che si vorrebbe è diverso, è l’equiparazione immediata a standard di vita europei che hanno richiesto secoli di impegno e di investimento per il loro raggiungimento. Estenderli “a gratis” a milioni di immigrati non vorrebbe dire solo mangiare meno e rinunciare alle vacanze ma abbassare il livello dei servizi pubblici di base, sanità scuola ed assistenza sociale. Già adesso la crisi economica sta portando ad un abbassamento della speranza di vita che è segno di un peggioramento complessivo delle garanzie pubbliche, vogliamo veramente seguire questa strada per dare benessere immeritato a masse di stranieri?

Questa è gente che si presenta alle porte senza essere invitata, senza sapere fare nulla di utile e senza probabilmente neanche volerlo fare visto che la loro cultura è parassitaria e aborre il lavoro considerato attività servile. Se non fosse così, come mai negroni grandi e grossi non hanno mai sfruttato le immense ricchezze africane di cui l’Europa è priva? E questo è l’altro aspetto da affrontare chiaramente: l’Europa non è ricca perché ha petrolio, oro o diamanti ma perché sa, fra le altre cose, estrarre petrolio, oro e diamanti. Non è ricca perché ha ma perché sa fare e lo fa in un modo altamente organizzato, specializzato e disciplinato. Nessuno di questi stranieri è lontanamente in grado di entrare nel gioco, ammesso che lo voglia, nemmeno a livelli bassissimi. Dividere con loro vuol dire accettare di diventarne schiavi, lavorare perché il reddito prodotto venga redistribuito a loro via fisco o furto: si pensa davvero che sia sostenibile la prospettiva di diventare schiavi a casa propria? Ed oltretutto la distruzione del tessuto sociale e civile quanto potrà pregiudicare la creazione di questa stessa ricchezza? Lascio perdere poi il terrorismo, l’intolleranza religiosa e l’insicurezza prodotti da soggetti che hanno tassi di criminalità superiore di 6 volte a quelli dei nativi.

Timori per la perdita di indipendenza, libertà, benessere, sicurezza ed identità hanno dato luogo alla risposta che ad agosto ritenevo scontata: la vittoria dei partiti europeisti veri, quelli che difendono i nativi europei,  quasi dappertutto. Si tratta di un azzardo che le elite attuali potrebbero pagare caro se solo si pensa che quasi tutti i partiti “xenofobi” sono anche euroscettici e la combinazione fra i temi dell’immigrazione e quelli dell’uscita dall’Euro potrebbero essere fatali per la moneta unica.

L’Austria è il paese occidentale che sembra disposto a reagire più energicamente all’invasione tanto da essersi ormai avvicinato alle posizione del gruppo di Visegrad del famigerato Orban. Lo ha fatto a marzo quando la chiusura dei suoi confini orientali ha determinato immediatamente l’analoga decisione della filiera balcanica e l’inaridimento della rotta proveniente dalla Turchia. E lo sta facendo adesso con la predisposizione delle strutture per chiudere i varchi meridionali del Brennero e del Tarvisio. Aldilà della diplomazia riservata agli incontri con Alfano, la decisione sembra ormai presa ed il combinato disposto dell’aumento dei flussi per la bella stagione e del ballottaggio di maggio comporterà presumibilmente l’attuazione della decisione. Se ciò avverrà, il peso dei flussi africani e di quel che resta dei flussi mediorientali resterà esclusivamente a carico dell’Italia.

Quello della migrazione è il primo dei tre nodi che Renzi deve sciogliere (gli altri due sono i parametri finanziari e le banche). Occorre ricordare che le missioni di recupero in mare verso la Libia furono un’iniziativa italiana presa inopinatamente da Letta e non condivisa con l’Europa che ci dette poi il contentino della condivisione di pochi milioni di euro dei costi. I migranti provenienti dalla Libia non possono scegliere dove arrivare perché le navi militari li raccolgono ancora vicini alle coste africane e li portano poi dove decidono. Lo scorso anno ne sono arrivati molti in Grecia per via dell’accordo di luglio con l’UE ma in ogni caso alla fine tutti venivano fatti passare fino alla Germania ed alla Svezia. Quest’anno la Grecia è stata salvaguardata con l’accordo UE/Turchia e difficilmente verrà sovraccaricata quindi molti di questi arriveranno in Italia. I confini nord sono già sigillati (Francia, Svizzera) o lo saranno presto (Austria, Slovenia) per cui chi arriva rimarrà sicuramente qui. Dato che non ci sono posti nei centri accoglienza che già ne accolgono oltre 100.000, distribuire anche solo gli arrivi dello scorso anno (150.000) appare difficile ed oltretutto il clima politico non appare più così favorevole all’accoglienza come dimostrato anche dagli esiti modesti del Lesbian Tour papale che ha fatto fatica tenere i titoli dei siti di informazione e che quindi, per rialzare l’audience, si è concluso con la penosa sceneggiata in salsa peronista dell’invito a seguirlo fatto a 12 mussulmani, scelti con una riffa che offende la dignità umana e comunque alloggiati presso la Comunità di S. Egidio e quindi non in Vaticano ma, guarda un po’, in Italia.

Il Migration Compact è solo un escamotage per fare finta di fare qualcosa e dare la colpa all’UE per quello che accadrà. L’accordo UE-Turchia non è replicabile dato che la Libia non ha un assetto stabile e ci si è rifiutati di darglielo con l’unica soluzione plausibile che era l’occupazione militare. Inoltre i paesi di provenienza non sono solo 2-3, come nel caso della Turchia, ma decine e nella stragrande maggioranza di casi si tratta di migranti economici non gestibili a livello europeo per mancanza di requisiti per il diritto di asilo. In queste condizioni oggettive e politiche la revisione del patto di Dublino è inverosimile mentre il trattato di Schengen è stato salvato nella forma e tradito nella sostanza con un susseguirsi di limiti alla circolazione camuffati che lo lasciano in vigore mentre si comincia a chiedere nuovamente la carta d’identità alle frontiere. La priorità europea è ora evitare la Brexit per cui niente verrà fatto fino a fine giugno. Infine aver messo lì, come per caso, il termine eurobond porta per riflesso condizionato ad un niet tedesco per cui sembra quasi che il piano sia stato formulato per essere rifiutato.

La determinazione austriaca è la chiave di volta della salvezza del nord Europa: nessun migrante arriverà in Germania o Scandinavia se non potrà passare dall’Austria. Il nord Europa si è blindato e l’Italia è stata lasciata al suo destino. Ed appare inverosimile che decisioni di questa portata politica siano state prese senza consultare i cugini tedeschi. Se Renzi non prenderà misure per fermare l’afflusso, gli arrivi potrebbero essere incontrollabili dati anche gli errori di gestione del caso Regeni che hanno inimicato l’Egitto e potrebbero aprire una rotta egiziana accanto a quella libica. E cominciano a pesare anche gli errori commessi con la Merkel sulla Turchia, con Obama sulle operazioni in Libia e con Hollande sulla reazione post-attentati.

Questo non significa che le intenzioni non siano condivisibili: il pianeta scoppia ed in qualche modo occorre trovare soluzioni che permettano di bloccare l’esodo dai paesi poveri a quelli ricchi. Solo che si tratta di situazioni di tale complessità e lunghezza che in nessun caso eviteranno l’invasione della penisola in estate. Lo sviluppo africano non può inoltre prescindere da un cambiamento profondo delle popolazioni e delle classi dirigenti locali. La colonizzazione è finita da almeno mezzo secolo ma l’Africa è sempre in condizioni disperate mentre nel frattempo si è avuto il miracolo economico di Italia, Germania, Giappone, tigri asiatiche, Cina, ecc.: vuol dire che c’è uno specifico africano che ostacola lo sviluppo economico che non può avvenire in mancanza di regimi politici stabili e tali da consentire agli investitori stranieri perlomeno di tornare vivi in patria, di assetti istituzionali coerenti e di un ambiente favorevole agli investimenti ed al profitto. Si parla di temi di portata secolare che in nessun modo possono essere influenzati dall’Italia mentre invece la ricerca di un seggio all’ONU può forse spiegare la permissività verso l’immigrazione come tentativo di ottenere il via libera dei paesi africani beneficiati.

Gli austriaci hanno fatto loro le strofe della canzone del Piave, speriamo che la ricorrenza del 25 aprile induca gli italiani a riprendere la lotta per la liberazione del Paese dagli invasori stranieri. Questa volta, probabilmente, sotto insegne diverse da quelle dei vincitori di allora.

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