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M5S, Politica Italia

La mossa del cavallo

cavallo1La mossa del cavallo di Berlusconi, abbandonare Bertolaso ed appoggiare Marchini, chiarifica il quadro politico e apre la strada alla formazione del Partito della Nazione nella sua forma più compiuta e, attualmente, unica possibile: l’alleanza ed in prospettiva la fusione fra PD e Forza Italia.

Dal punto di vista romano, il significato della decisione di Berlusconi è solo quello di non appoggiare la Meloni: “Arfio” perderà probabilmente come sicuramente avrebbe perso Bertolaso. Tuttavia in questo modo perderà probabilmente anche la Meloni e sarà più facile, al ballottaggio, traghettare i voti di Marchini su Giachetti. Del resto Roma è un mondo politico a parte e certe dinamiche sono poco comprensibili dall’esterno e incoerenti con quelle di carattere nazionale: una santa alleanza fra Berlusconi, Casini, D’Alema per correre in soccorso di Renzi ha poco di comprensibile se non si pensa all’enorme greppia che Roma è diventata e che, tramite trasferimenti statali a babbo morto senza limiti, alimenta un po’ tutti, politica, palazzinari, editori e terra di mezzo.

A livello tattico e strategico la mossa va nell’interesse di Renzi. Matteo ha probabilmente capito che almeno una vittoria di peso la deve ottenere a giugno altrimenti rischia di perdere definitivamente l’aura di vincente per forza del destino che finora gli ha consentito di giganteggiare in un campo politico altrimenti naneggiante. Per lui il radde rationem sarà ad ottobre ma l’effetto band wagon, oltretutto su una riforma costituzionale poco comprensibile ai più e dai contenuti che si prestano a valutazioni contrastanti,  è potentissimo ed arrivarci da winner o da loser fa la sua bella differenza. La vittoria doveva essere a Milano, città su cui ha molto investito politicamente anche a scapito della natia Firenze, ma Sala sta seguendo il percorso di tutti gli outsider, cioè essere logorato dall’incapacità di calcare il palcoscenico e dall’emergere di scheletri che sono plausibili per un funzionario che lavorando nel buio voleva mettersi qualcosa da parte ma che non pensava di essere destinato a ruoli di primo piano tali da aumentare l’attenzione sui suoi affari privati. Allora Roma, abbandonata da Renzi al suo destino post-mariniano, ritorna ad essere importante. La situazione politica locale è condizionata dal fatto che il M5S, che con il Dibba che ha coraggiosamente deciso di non rischiare il lauto posto in Parlamento avrebbe vinto a mani basse, è ancora primo nei sondaggi e rischia di vincere anche con una fica fredda tirata fuori dal nulla e anch’essa afflitta dalla sindrome di Sala. Giachetti ha già fatto molto a candidarsi ma è un poverino mandato al massacro ed allora niente di meglio di una Grosse Koalition che provi a sostenerlo contro i barbari alle porte.

È un altro pezzo della Grosse Koalition nascosta che Renzi e Berlusconi hanno realizzato in questa legislatura. Le due scissioni di FI (NCD e ALA) sono avvenute su impuntature di Berlusconi (sulla sua decadenza prima, sulla nomina di Mattarella dopo) ma alla fine stanno dando luogo ad un disegno politico organico di centrizzazione del PD e di marginalizzazione della mitica sinistra interna (a proposito, che fine ha fatto?) grazie alla preziosa stampella proveniente dagli ex nemici. Renzi da parte sua ha capito che il PD non diventerà mai da solo il partito di riferimento della borghesia italiana che può forse apprezzare il leader ma continua a vedere nel partito il discendente del PCI. Nel medio lungo periodo il traguardo sarà una Grosse Koalition vera fra PD e FI dopo un giro elettorale in cui il PD avrà la maggioranza grazie ai voti della sinistra interna mentre Renzi, per lo stesso motivo, non ce l’avrà e avrà bisogno di una stampella. E quale migliore stampella di un partito del 10%, che parteciperà alle elezioni da solo o con i cespugli centristi del sempiterno Casini, guidato da un ottuagenario ricchissimo ma stufo della politica, interessato solo ad assicurare ai suoi affari e figli un futuro anche dopo la sua dipartita?

La mossa di Berlusconi allontana il rischio che a vincere le politiche fosse la destra. Tutti presi dalla lunga marcia del M5S verso il recupero delle percentuali del 2013, nessuno nota che la destra assemblata (unita sarebbe una parola troppo grossa) ha percentuali superiori a quelle del PD oltre a poter contare su un elettorato tradizionalmente più coeso e definito socialmente e sui temi rampanti della lotta all’immigrazione ed all’Euro. Il limite non è tanto la mancanza di una leadership chiara (se così fosse il M5S sarebbe al 3%) ma la divisione politica fra destra presentabile e destra populista. Con la mossa del cavallo, l’Italia si riallinea alla situazione politica internazionale che vede una quadripartizione fra sinistra moderata ed estrema (in Italia ne fa le veci non tanto SEL quanto il M5S) ed una destra presentabile ed una “populista”, con la tendenza alla convergenza fra le opposte fazioni moderate. È così in Francia, UK, USA, Germania e adesso anche da noi, con la differenza che FI tanto moderata non è mai stata e quindi bisogna vedere come gli elettori sceglieranno fra un’opzione che li porta dritti dritti nelle braccia di Renzi ed il richiamo del populismo. Molto dipenderà anche da quanti africani quest’estate verranno salvati dai nostri eroici ammiragli corrotti: se saranno 200.000 o più, con le frontiere sigillate, Salvini potrebbe vincere anche al sud.

Salvini e Meloni coronano il sogno di essere leader, anche se solo di se stessi, e si avviano alla traversata nel deserto del populismo con il limite, rispetto a FN, FPOe, AfD, UKIP, Trump, di avere molto da perdere visto che insieme a FI sono in maggioranza in regioni e comuni mentre all’estero la destra-destra non comanda niente. Entrambi hanno una connotazione localistica che ne sminuisce la capacità di leadership nazionale e che oltretutto è intrinsecamente poco coerente. E’ vero anche che all’estero il quadro politico è maggiormente spostato a destra mentre in Italia pende maggiormente a sinistra e questo è un ulteriore limite. Ma comunque la convivenza fra due quarantenni ed un tycoon ottantenne bauscia e sessuomane aveva poco di logico e di sostenibile e la rottura era nella realtà delle cose.

La prova di Roma è infine la cartina di tornasole del M5S che si trova solo contro tutti ma che al secondo turno potrebbe avere il supporto degli elettori della Meloni. Una forza politica che ragiona solo di informatica è qualcosa di molto strano. Un movimento di protesta che sarà guidato da una fondazione appare uno scherzo della politica italiana. Ma alla fine la politica esce dai blog e dalle segrete stanze e diventa, se può, consenso. La Raggi diventa d’un tratto la testimonial della capacità del movimento di diventare forza di governo con uno schema ibrido che parte da quello che finora è stato il più gradito ma che alla fine, magari solo a Roma, potrebbe aprire le porte ad una necessaria e tacita alleanza che prefigurerebbe il destino comune di coloro che non vorrebbero morire renziani. Apparentemente è un compito superiore alle sue possibilità ma la sua natura ambigua e flessibile di “grillina 2.0”, non del tutto vergine dal punto di vista professionale e politico, potrebbe paradossalmente rivelarsi un vantaggio al secondo turno. I tassisti romani, mio personale barometro politico, segnano un passo indietro dei penta stellati ed una certa confusione e disillusione. Tutto può succedere.

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