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Politica internazionale

Go, Donald, Go!

Sarà Clinton contro Trump, come avevo previsto due mesi fa, ma entrambi ci arrivano in modo diverso rispetto ad allora. La Clinton mantiene la debolezza che sin dall’inizio l’ha contraddistinta e che è il segno di una carriera politica, troppo lunga, troppo ordinaria e con troppi errori, che l’ha logorata e che le impedisce di far valere appieno il suo atout principale, quello di poter essere la prima “presidenta” americana. Se non avesse  l’appoggio pieno dell’establishment democratico, con i   570 grandi elettori che l’appoggiano a prescindere, la vera convention aperta sarebbe quella democratica e non quella repubblicana. Hillary è un prodotto degli anni ’90, troppo donna in carriera e troppo paladina del sistema per intercettare il voto pieno dell’America dei millenials che la crisi e l’immigrazione hanno profondamente cambiato. L’America terra delle opportunità si basava su una visione profondamente individualistica della vita e del destino personale, corroborata dalla sensazione che le occasioni di successo fossero a portata di mano purchè le si volesse cogliere, che l’ascensore sociale fosse sempre in moto, permeata da una morale protestante che vedeva nel successo il segno del favore divino. La crisi, tamponata da misure talmente straordinarie da essere diventate ormai ingestibili, ha salvato poco di questa narrazione determinando uno spostamento di ricchezza dal ceto medio a quello alto ed altissimo e bloccando la mobilità sociale. In più, anni di immigrazione sostenuta hanno cambiato il panorama umano americano con la crescita di etnie, soprattutto “latinos”, che hanno una visione della vita e della politica più vicine a quelle europee o, peggio, sudamericane e che ormai ambiscono ad un ruolo attivo e pervasivo dello stato. Come in Europa, è entrata in crisi la narrazione mainstream, secondo cui si tratta solo di un incidente di percorso ma l’impianto va bene, riducendo il consenso di coloro che se ne fanno portatori: la Clinton ed i repubblicani moderati (Kesich, Rubio) da un lato dell’Atlantico, i partiti democristiani e socialisti dall’altro lato.

Le dinamiche americane intrecciano fenomeni sociali e razziali. Il ceto medio americano è prevalentemente bianco, protestante ed eterosessuale. La riposta alla crisi è stata la spaccatura fra la narrazione di Sanders e quella di Trump, mentre la Clinton intercetta maggiormente i voti delle minoranze etniche. Le primarie hanno dimostrato l’esistenza di  un elemento di spaccatura ideologica ed etnica che può ricomporsi, nelle elezioni generali, in modo imprevedibili: i Sanderiani vedranno in Hillary un problema o una soluzione? La rincorsa a sinistra sarà compatibile con lo sfondamento al centro necessario ovunque per vincere? Le cicatrici sono profonde, che possano essere curate da un plotone di spin doctor assoldati per l’occasione è tutto da vedere.

Anche perché Hillary si inserisce in un filone di continuità con Obama che la penalizza assai. Barack si era portato dietro troppe speranze che oggi sono deluse. La crisi di Obama è la crisi del politicamente corretto che ha promosso a livello mondiale ed il cui apice è quello di un progressivo disimpegno americano dal controllo del mondo che, se nel 2008 del pieno della crisi sembrava plausibile, non corrisponde più alla realtà di adesso, segnata dalla crisi europea, cinese ed araba e da nuove e gravissime minacce all’ordine mondiale. Troppo presto si è voluta la liquidazione dell’impero americano, in ossequio ad un misto di codardia ed ingenuità dei buoni sentimenti, e troppo Obama se ne è fatto interprete tradendo una lontananza dallo spirito yankee che non può non essere messa in relazione anche alla sua etnia, alle sue origini solo blandamente americane ed a quella che probabilmente è la sua vera appartenenza religiosa mussulmana.

È per questo che buona parte degli elettori bianchi si è spostata su Trump. Il solo fatto che un tizio che all’inizio i media consideravano e descrivevano come una macchietta sia arrivato in finale la dice lunga sulla frattura sociale ed ideologica esistente in America e sullo scollamento fra élite e cittadini. La crisi e l’evoluzione dei costumi hanno colpito anche i repubblicani peri quali è entrata in crisi la strategia basata in economia sul lassaiz faire a vantaggio delle corporation e nella società su un set di valori religiosi non negoziabili da opporre all’ondata LGBT. Dieci anni non passano invano e l’elettore conservatore repubblicano ha scoperto la priorità dei temi della sicurezza e dell’economia personali dimostrandosi meno propenso a credere alla teoria per cui i ricchi che si arricchiscono fanno bene anche ai poveri e che tutto quello che non è scritto nella Bibbia non esiste. L’ascesa di Trump è la crisi del Grand Old Party che dovrà partire da una rifondazione ideologica che lo rimetta in sintonia con la società. Ma intanto Trump ha preso confidenza, si è fatto conoscere meglio, ha schiantato gli avversari determinando il classico effetto band wagon a suo favore e andrà probabilmente a chiudere la partita con la maggioranza alla convention repubblicana mentre qualche sondaggio comincia a vederlo in testa anche a novembre. Comunque vada, i problemi che pone sono sul tavolo e con questi si dovranno fare i conti. Un ritorno alla realtà dopo anni di sbornia mediatica politicamente corretta che si è tradotta in un limite alla libertà di opinione. Fosse anche solo questo, avrebbe già fatto abbastanza. Ma l’appetito vien mangiando ed allora: Go, Donald, Go!

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