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Politica Europa, Politica Italia

Italia-Germania

italia-germania-sfide-1970-1982-2006-352x288Nella prima repubblica il viaggio a Washington era il sigillo che confermava  il salto di qualità dei politici italiani. Le poche parole scambiate a favore di giornalisti dal presidente americano con i mutevoli premier italiani attribuivano a questi ultimi una vitale patente di affidabilità, credibilità ed autorevolezza da spendere in patria. In epoca recente lo stesso significato lo ha assunto il vertice con la cancelliera Merkel: dal giorno in cui i sorrisini di Angela e Sarkozy avviarono Berlusconi verso l’uscita, tutti i neo premier  (Monti, Letta e Renzi) hanno fatto a gara per avere il suo imprimatur. Per dire, ci provò anche Bersani che tuttavia non fu neanche ricevuto. Renzi, grazie alla sua maggior durata ed alla sua faccia tosta, è un frequentatore seriale di meeting italo-teutonici con cui cerca spesso di ottenere vantaggi immediati di politica interna. A novembre usò l’incontro per sviare l’attenzione dai problemi del salva-banche e della Boschi con un’inusitata polemica contro la cancelliera. Ieri la piena concordia sul niente ha permesso di prendere una boccata di ossigeno da una situazione interna che, fra grane giudiziarie e calo del consenso, non è per niente rosea.

In realtà i problemi fra Italia e Germania sono molti, nella cornice della politica europea. Il Sole li elenca minuziosamente ma i principali sono tre.

Il primo è la questione delle migrazioni. La Merkel, con l’improvvido invito ad invadere l’Europa e la Germania rivolto ai mussulmani lo scorso agosto e con il rapido dietrofront dei mesi successivi causa sdoganamento di AfD, ha creato un problema drammatico al Belpaese che già si era complicato la vita da solo con Mare Nostrum (giova ricordare che si trattò di un’iniziativa unilaterale italo-francescana che solo dopo si è tramutata, e solo finanziariamente, in un’operazione europea). Di fatto la questione migrazioni ha assunto in meno di un anno una portata devastante per la politica di tutti gli stati europei diventando il principale driver delle decisioni di voto, sdoganando partiti altrimenti appesi alla stantia valutazione di fascismo e provocando di fatto la fine politica dell’UE che, come aveva preso tanto potere nei confronti degli stati con la crisi finanziaria, altrettanto ne ha perso con la crisi migratoria, senza contare l’impatto che il fenomeno potrebbe avere sul referendum sulla Brexit che probabilmente avvierebbe l’UE verso una profonda trasformazione se non dissoluzione. La spregiudicatezza della cancelliera ha lasciato l’Italia in prima linea senza alcun supporto delle retrovie: seccata o quasi la rotta balcanica con l’accordo esplicito con la Turchia e quello probabilmente tacito con l’Austria ed i paesi balcanici, il problema che lei stessa aveva creato non ha più una portata europea ma nazionale e l’opportuna chiusura dei confini italici a nord (Francia per terrorismo, Svizzera per tradizione, di fatto Slovenia ed Austria per migrazioni) ha risolto il problema anche della rotta centro mediterranea. Di fatto l’Italia è isolata dal centro nord Europa e non ha più la valvola di sfogo delle mancate identificazioni per favorire il deflusso dei migranti africani verso altri lidi. Saranno 150.000, 250.000, mezzo milione, ma la realtà è che tutti i fancazzisti africani che vorranno venire a farsi mantenere a sbafo la prossima estate resteranno in Italia aggiungendosi a quelli che ci sono già. Al costo di 15.000 euro ciascuno, l’impatto sulle finanze italiane sarà di miliardi senza contare i problemi sociali, identitari  e di sicurezza che provocano e che stanno determinando il rigetto anche da parte di amministrazioni locali PD della Toscana comunista e felix. Il progetto di modificare il trattato di Dublino con l’imposizioni di penali ai paesi renitenti è acqua da pestare nel mortaio: il clima è cambiato, come dimostra anche il bassissimo impatto mediatico e politico della vacanza lesbica di Francesco, e la proposta non passerà mai in un momento politico che assomiglia molto, in tanti paesi, ad cambio di regime. Il Migrant Compact è un disegno teoricamente valido, frutto della migliore tradizione solidale catto-comunista, ma del tutto inefficace per modalità e tempi. Nessun investimento in Africa può nel breve periodo colmare il gap fra la redditività di un lavoro in loco ed i benefit di una permanenza  a tempo indeterminato in Italia, senza contare che i piani di investimenti prospettati hanno tempi lunghi di programmazione, attuazione e verifica dei risultati e si scontrano con una realtà africana del tutto aliena ai concetti occidentali e moderni di produzione della ricchezza e di stabilità istituzionale che sono la base (Cina docet) per una crescita forte e sana. In nessun modo può dare risultati in mancanza di un chiaro segnale di stop al soccorso in mare che questo governo non sembra avere intenzione di dare. Lo scopo del migration compact è più prosaicamente quello di dare mazzette ai capi locali perché usino con i migranti quella forza che ormai l’Europa rifiuta. Ma l’Africa non è la Turchia, i paesi coinvolti sono decine, i regimi poco stabili e ancor meno affidabili: che questo piano possa essere attuato e produca effetti, soprattutto immediati,  è assai improbabile. Anche perché la previsione di eurobond per finanziarlo sa di provocazione. È dal 2011 che la Germania rifiuta, a ragione, qualsiasi impegno a condividere il rischio dei paesi mediterranei. Pensare che lo faccia adesso e su un tema così impopolare non sta né in cielo né in terra e sembra una clausola messa lì apposta per farsi dire di no e dare la colpa ai tedeschi brutti e cattivi. Alla fine dei salmi, il fatto che Angela dica che non devono esistere blocchi alle frontiere quando la Germania ha appena ottenuto di sospendere il trattato di Schengen verso l’Austria fino a fine anno e ha accolto ben 20 (sì, venti) migranti del piano di ricollocamento di Junker sa a sua volta di presa in giro.

Il secondo fronte è quello delle banche. La Germania, sconfitta da Draghi nella guerra del debito pubblico del 2011/2012, ci riprova con l’intento di affossare le banche italiche. Il primo intervento di Draghi non fu il QE ma il LTRO con cui rimise in piedi la circolazione di fondi fra istituti di credito che si era bloccata verso le banche italiane e che le costringeva a subire spread altissimi e rischi quotidiani di collasso. LTRO ebbe anche il merito di avviare un circolo virtuoso per cui le banche ricominciarono a comprare titoli pubblici italiani riducendo tassi e spread ed allontanando i rischi di default sovrano. Adesso le banche hanno in pancia oltre 200 miliardi di titoli pubblici italiani su cui hanno lucrato, causa QE, ingenti plusvalenze ed il QE è anche un modo per permettere loro di realizzare le plusvalenze cedendo i titoli alle banche centrali.  La proposta della Germania di limitare il peso di titoli pubblici al 10% del patrimonio netto delle banche (circa 40 miliardi) porterebbe a vendite obbligate e/o mancati rinnovi per quasi l’intera cifra attuale con impatti sui rendimenti devastanti. Peggio ancora prevedere l’obbligo di accantonamenti per il rischio di default che riporterebbe in auge i dubbi sulla solvibilità dello stato che Draghi ha per ora allontanato e che costringerebbe le banche ad accantonamenti ed aumenti di capitale che le recenti vicende venete dimostrano impossibili. Con il regime del bail in ormai in essere, provvedimento assolutamente cretino ma inopinatamente approvato pochi mesi fa senza alcuna rimostranza da politici e banchieri italici salvo pentirsene oggi, queste decisioni provocherebbero una self-fullfilling profecy sull’insolvenza del sistema bancario con conseguente fuga di capitali, insolvenza bancaria, collasso del credito ed alla fine un esito greco della vicenda. Renzi non ha capito nulla della materia a novembre ma adesso si trova con le spalle al muro e sta difendendo bene gli interessi italiani mentre coloro che appoggiano le proposte di Weidmann dovrebbero più semplicemente essere messi al muro per alto tradimento. Il fatto che la proposta tedesca si intrecci con il negoziato sulla garanzia europea sui depositi rispetto alla quale, come sempre, abbiamo accetto subito la loppa della sorveglianza e del bail in sperando nella successiva carità altrui, rende la vicenda ancora più complessa e delicata.

Il terzo fronte è quello della politica economica. Il QE della BCE ha sollevato gli stati indebitati dalla necessità di fare le riforme strutturali e ridotto il potere di direzione tedesco. Siccome non esistono pasti gratis, la salvezza italiana è stata pagata dai risparmiatori nord europei a furia di tassi negativi. Fino allo scorso anno hanno potuto beneficiare delle plusvalenze derivanti dalla crescita dei corsi dei titoli i cui rendimenti si abbassavano ma adesso anche questa provvidenza inizia a terminare, mettendo a repentaglio la stabilità di banche, assicurazioni e fondi pensione. La corsa alla successione di Draghi è già iniziata, Marione nostro comincia ad assomigliare ad un’anatra zoppa, ha già sparato molte munizioni con poco successo e comincia a perdere a sua volta potere ed autorevolezza e comunque sapeva anche lui che le sue erano soluzioni di emergenza in attesa di una ripresa economica che sola può salvare il salvabile. Per far questo occorrerebbe invertire le aspettative degli operatori economici con qualche anno di politica fiscale lassista che BCE potrebbe agevolare con una continuazione dell’allentamento quantitativo che garantisca il collocamento dei titoli e produca effetti inversi a quelli voluti dai tedeschi (in soldoni, più debito e più deficit). La Merkel, forse, avrebbe anche abbozzato ma la crisi politica latente in Germania con la cancelliera indebolita dopo le due enormi boiate del 2015 (no alla Grexit, si all’invasione) sta invece rilanciando gli estremismi della CDU/CSU con Schauble in testa per cui il conflitto anche su questo punto sarà asperrimo.

Renzi è un farlocco che ha peccato di ignoranza, ottimismo, opportunismo. La strategia sui migranti è folle ma per il resto la polemica iniziata a dicembre con la Germania non si è rivelata un fuoco di paglia tattico e corrisponde alla difesa di vitalissimi interessi nazionali. Su questo punto deve essere appoggiato fino alla fine. Speriamo per noi che il cielo sia ancora azzurro sopra Berlino

 

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