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M5S, Politica Italia

Tintinnar di sentenze

downloadIl teorema Davigo (“non esistono innocenti ma solo colpevoli non ancora scoperti”) comincia a manifestare i suoi effetti sulla politica italiana anche se in modo imprevedibile. Tutti pensavano che si sarebbe limitato a colpire il centrodestra ed il PD ed invece ha lambito anche il M5S con i suoi due sindaci di punta “doverosamente” raggiunti da avvisi di garanzia.

La nomina di Davigo a presidente ANM era evidentemente una dichiarazione di guerra totale. Da un punto di vista politico generale, quello della magistratura sta cominciando a diventare un problema di emergenza democratica. Sono ormai 25 anni che la politica italiana, che è ancora, è bene ricordarlo, espressione di un regime democratico, vive in una condizione di soggezione ad un ordine, non un potere come lo stesso Davigo aveva detto, che di democratico non ha niente. Non che questo “attenzionamento” non sia in parte spiegabile con il pessimo livello che  la stessa politica esprime ma i modi ed i mezzi che i magistrati stanno ponendo in essere meritano anch’essi una critica. Di fatto la  magistratura ha segnato il crollo della prima repubblica, la fine del periodo berlusconiano e adesso sta sparando colpi a palle incatenate contro tutti. Se il ventennio berlusconiano aveva compattato le diverse anime e convinto la sinistra di avere nei giudici un alleato affidabile, adesso la situazione è più articolata con una quota di magistrati che comincia a guardare seriamente verso i pentastellati mentre nel complesso la casta giudiziaria tenta di evitare quello che in qualche modo sta maturando nella consapevolezza di tutti, ovvero la necessità di una seria e profonda riforma della magistratura stessa che ponga dei limiti precisi al suo strapotere, a partire dalle intercettazioni, il cui uso strumentale è ormai evidente, e dalla prescrizione. Su questo ultimo punto vale la pena di dire una parola: 5/10/15 anni erano termini che andavano bene in un’era pre-tecnologica, quando i giudici scrivevano con la penna d’oca sui papiri e si muovevano in carrozza. Adesso che la tecnologia ha messo a loro disposizione un armamentario di strumenti investigativi efficacissimi, i termini possono ben essere ridotti: se, nonostante un apparato intercettatorio ormai pervasivo ed un’abitudine alla denuncia ed alla delazione degne della DDR, i magistrati non riescono a trovare un reato in meno di 5 anni, allora il problema è loro, non del cittadino. Il significato del tempo cambia in funzione delle epoche: se 19 anni (termine massimo di durata dei processi secondo la nuova proposta di riforma) avevano un senso nell’800 in cui l’unità di tempo era il giorno, ne hanno un altro ben diverso nel 2000 in cui i tempi si misurano in secondi e frazioni.  Passare fino a 19 anni a difendersi da accuse, magari pretestuose, in questa epoca in cui l’intensità dell’investigazione è assai maggiore che nell’800, significa alla fine segnare in profondità la vita di una persona. Ed anche rimanere segnato da carichi pendenti per 19 anni, in un’epoca in cui la permanenza delle informazioni e la tracciabilità degli individui sono totali (nell’800 potevi cambiare nome ed andare in Sudamerica per ricominciare) è eccessivo. Ed è eccessivo anche non poter più sperare in un’amnistia che riporti tutto al punto di partenza, magari decine di anni dopo che il reato è stato consumato. Si tratta di questioni che vanno oltre la polemica specifica, che riguardano la possibilità per una persona di vivere degnamente la propria vita in un sistema in cui ormai la produzione normativa, l’organizzazione statale, la tecnologia, i controlli, la comunicazione, non garantiscono a nessuno di non incappare in un incidente di percorso ancorchè lieve che può ribaltarne l’esistenza.

La magistratura si fa forte non solo di un apparato normativo strabordante, in gran parte creato negli ultimi anni proprio sull’onda della presunta necessità di limitare l’autonomia della politica, ma anche di criteri interpretativi del tutto arbitrari e soprattutto di una visione totalitaria del suo ruolo inteso come quello di un’organizzazione che tutto deve sapere e valutare, non importa se si tratta di fatti chiari e comunque fuori della sua portata (come nel caso di inchieste aperte per morti di soldati in teatri di guerra all’estero) o di vicende che dopo una prima occhiata meriterebbero l’archiviazione come probabilmente nel caso di Pizzarotti (non in quello di Nogarin che è diverso). Non passa giorno che non vengano aperte in Italia indagini pretestuose, con capi d’accusa immaginifici, per poter procedere a controlli, interrogatori e sequestri presso soggetti pubblici e privati. Questa è la visione di Davigo, quella secondo cui tutti sono colpevoli in pectore di qualcosa, i politici, gli imprenditori ma anche i singoli cittadini, come i limiti interpretativi imposti alla legittima difesa dimostrano. Una magistratura che non si limita più a valutare casi specifici, analizzando invece arbitrariamente profili personale e atti di rilevanza meramente politica, ma anche interpreta reati chiari (furti, rapine, scippi, occupazioni, aggressioni) in una sua chiave ideologica, prevalentemente moralistica, pauperistica ed immigrazionista.

Pizzarotti non è probabilmente colpevole di niente salvo di avere fatto nomine di persone di sua fiducia in un ente comunale. Letti gli atti del bando di selezione, bastava inviare una richiesta di non luogo a procedere e tutto sarebbe finito lì, ma nessuno può scappare ad un giusto processo che magari finirà fra qualche lustro con assoluzione piena. Peccato che il malcapitato abbia visto rovinata la propria vita politica che, è bene ricordarlo, non è di per sé fatto delittuoso ma espressione della personalità e della libertà personale. Del resto anche l’ascesa di Berlusconi fu favorita dalla condanna di Andreotti per il bacio a Riina che decenni dopo venne annullata, peccato che fosse ormai nonagenario. Visto che ormai nessuno può più alzare il ditino per dire male degli altri, varrebbe la pena che una discussione in merito fosse aperta per una riforma condivisa che dia più garanzie ai politici ma anche ai cittadini.

Il M5S vede crollare tre, forse quattro, dei suoi capisaldi: l’onestismo, il giustizialismo, l’antipolitica, la competenza. Il movimento non è mai stata una forza giustizialista in senso proprio: a differenza dell’IdV, non ha mai propugnato apertamente il governo dei magistrati ma ha visto la magistratura ed i suoi atti solo come strumento da utilizzare per denigrare i propri avversari. La differenza rispetto agli altri doveva essere di natura antropologica: i grillini erano onesti a prescindere, cosa evidentemente insensata e falsa alla prova dei fatti. Anche la possibilità di fare scelte “oggettive”, nell’interesse dei cittadini, non politiche, giuste in assoluto, era evidentemente un sogno svanito all’alba del governo, per ora solo locale, che costringe a scelte complesse e compromessi che sporcano le mani, così come quello della competenza. Quest’ultimo era addirittura inverosimile, se si guarda al livello medio dei militanti della prima ora, tutti sinistrorsi trombati, anarchici alla ricerca di una carriera politica negata loro nei partiti “veri”. Né d’altro canto la forma destrutturata del movimento, legato solo dalla mitica “rete”, ha mai consentito un processo di crescita politico-culturale: ha sempre prevalso la retorica dei “banchetti” che ha coperto la necessità di studiare, capire, applicarsi nella gestione degli incarichi. In questo Pizzarotti, nella sua banalità, era un passo avanti e, pur petulante nel suo ruolo di grillo parlante anti-Grillo, diceva cose sensate sull’evoluzione del movimento e delle sue scelte politiche. Adesso la nuova generazione (Raggi, Appendino, Brambilla) sembra diversa, più preparata e strutturata, meno sbilanciata a sinistra, probabilmente migliore degli stessi portavoce in parlamento che condividono con i sindaci la primogenitura movimentista. I principi di democrazia e trasparenza sono ormai stati abbandonati, non esiste più niente di quella visione comunitaria e condivisa che, se forse era stata di Gianroberto, non è sicuramente quella di Davide Casaleggio.

Su tutto domina la figura di Di Maio, politico mediocre e pavido, algido carrierista mediatico che riscuote probabilmente più consensi fuori dal movimento che dentro, all’estero piuttosto che in Italia. Simbolo di un movimento che doveva portare i cittadini nelle istituzioni e che è finito in mano ad una fondazione mentre lui gira il mondo (e sarebbe bello sapere con quali fondi) per “accreditarsi” presso i potentati stranieri che solo alla fine del 2013 voleva combattere. Soggetto ambiguo, tenuto in sonno per preservarne il mito. Pronto a fare secco chiunque pur di coronare il suo sogno premierale. Con lui il movimento si è trasformato da comunità a setta pronta a fare fuori chiunque ne intralci l’ascesa. Arriverà anche per lui il momento di dimostrare di che panni si veste.

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