//
stai leggendo...
Immigrazione, Politica Italia

Una giornata ridicola

Una_giornata_particolare_(film)_-_2 Le parate hanno sempre avuto un significato simbolico ampio e variegato. Lo spiegamento di forze militari numerose e ben inquadrate, corredate da carri armati, missili, aerei in volo, ha avuto storicamente lo scopo di celebrare il momento fondativo dello Stato, solitamente conseguente ad un atto di guerra interna od esterna, di rassicurare i cittadini sulla capacità dello stato stesso di difenderli dai nemici ma anche di reprimere eventuali sommosse ed insurrezioni, di intimidire i nemici avvertendoli che, in caso di aggressione, avrebbero trovato pane per i loro denti. Lasciando perdere Hitler e Mussolini, le parate militari dell’URSS sulla Piazza Rossa, anche negli anni ’80 prodromici alla dissoluzione di quello stato, lasciavano trasparire un senso di potenza che non poteva che affascinare anche coloro (ed io a quei tempi manco ero fra loro) che non erano assolutamente vicini a quell’ideologia.

In epoca di pace, il senso di quelle manifestazioni si è perso ma permane ancora in Russia, Cina, nelle Coree ed anche in paesi più vicini: la Francia festeggia il 14 luglio con la parata militare sugli Champs Elisee per rassicurarsi che la Grandeur esiste ancora. Gli USA festeggiano il 4 luglio con parate meno trionfali ma pur sempre di impronta militare. Anche il Regno Unito sottolinea i momenti topici della monarchia con un profluvio di dragoni e ussari. Addirittura, figuriamoci un po’, una parata militare non se la nega neanche il Belgio.

La Repubblica Italiana è nata il 2 giugno 1946 come conseguenza di un atto militare: la Resistenza. Lasciamo perdere che i partigiani, al massimo 100.000 unità negli ultimi giorni nella primavera 1945, quando ormai per molti era impellente fare un atto di presenza e riposizionarsi in vista dell’imminente cambio di regime, mai avrebbero vinto da soli senza l’impegno diretto ed indiretto degli Alleati. Lasciamo perdere che la Resistenza si è ammantata di valori politici, ideologici ed ideali che hanno fatto rapidamente passare in secondo piano i temi militari che spesso hanno assunto i connotati di guerra civile. Lasciamo perdere pure che festeggiare una data di spaccatura del Paese lascia un po’ il tempo che trova. Però la parata di quest’anno, non a caso priva di aggettivazioni di carattere bellico, lascia basiti.

Preso da priorità lavorative e familiari, ero rimasto lontano per qualche giorno dai temi politici e quindi non avevo notizia della novità 2016: la sfilata dei sindaci. Non bastavano vigili del fuoco, protezione civile, financo crocerossine ed atleti paralimpici, ad annacquare il brodo della rappresentazione militare dell’Italia. Non bastava avere una donnetta inesperta come ministro della difesa ed un nonnetto assente come presidente. Occorreva addirittura negare tale forza facendo aprire la sfilata da 400 ometti e donnette di mezza età, con la pancetta, i capelli mesciati, vestiti a festa, evidentemente privi di qualsiasi piglio marziale, non inquadrati e quindi simili a gitanti il giorno di festa. E allora, se le parate mandano messaggi, che messaggi vogliamo mandare nel 2016? Direi due:

1) La politica celebra se stessa: non basta più usare il mandato per usare ed abusare di denaro e potere, si pretende anche di essere onorati sfilando in rassegna davanti ai cittadini plaudenti, in una riedizione politicamente corretta del motto del Marchese del Grillo: io so’ io e voi nun siete un ….. Se c’era bisogno di una dimostrazione dell’autoreferenzialità della politica, questa è forse la migliore. L’evoluzione della nostra società ha portato a crescenti differenze fra i cittadini ma probabilmente questa è la più grande: la differenza fra il popolo ed una classe politica ormai immersa in una visione del proprio operato che mixa sapientemente belle parole ed atti inconfessabili per perpetuare un ruolo ed un potere che ormai prescinde completamente dal servizio a quel popolo che tuttavia pretende di rappresentare;

2) l’Italia ha rinunciato a difendersi. Ridicolizzando la parata, dando la dimostrazione più palese della propria natura imbelle, dimostra una volta di più che l’art. 11 della Costituzione viene inteso nel senso che è meglio arrendersi che difendere i cittadini, soccombere che combattere, morire che uccidere. Ed allora ringraziamo iddio che nel 1945 vigeva lo Statuto Albertino che non prevedeva l’opzione “resa incondizionata a prescindere” e che il Papa era Pio XII che, nonostante tutte le sue ambiguità, non ha mai sognato un mondo in cui “esere nasisti non è un pecato”.

Se qualcuno dalle parti di Mosul ha avuto il tempo di vedere lo spettacolo ed era in possesso dei mezzi culturali per capirlo, avrà inteso che i guerrieri italiani sono degli omini e delle donnine vestiti in modo bizzarro che passeggiano sorridenti e plaudenti. Per quale motivo andare a scontrarsi con i legionari stranieri, i parà belgi, i Marines, i Gurka britannici, il Mossad: andiamo in Italia, ci verranno a prendere a pochi metri dalle spiagge, ci nutriranno, cureranno, finanzieranno ed al momento opportuno manco si difenderanno, sono prede facili. I governi italiani, cinici sostenitori dell’”armiamoci e partite”, sono passati con Renzi all’”Armatevi e partite” ma adesso si sta andando verso un inopinato “Armatevi e venite”. Unito al fatto che il TG1 ha fatto sorgere il dubbio che i soldati in effetti alla parata manco ci fossero, dubbio fortunatamente fugato dall’apparizione per pochi istanti di un drappello di Bersaglieri, questo modello di parata non può non trasmettere un tale messaggio. E questo apre la strada a qualche riflessione su chi siamo, chi sono gli altri, cosa succederà in futuro.

L’Italia non è mai stata una potenza militare, né un paese propenso alla guerra. Tuttavia, anche solo per obblighi assunti con gli alleati, ha sempre mantenuto una parvenza di forze armate e si è specializzata, con ottimi risultati, in missioni di peace keeping. Era tuttavia difficile pensare che le forze armate sarebbero state trasformate in una sorta di ONG pietosa che soccorre i derelitti del mondo, con la differenza che le spese non sono pagate dai volontari ma dai contribuenti. Ma questo, a monte, è reso possibile dal semplice fatto che la classe politica italiana sta rinunciando a considerare l’Italia uno “Stato” inteso nella sua accezione tradizionale fatta di popolo (i cittadini, opposti agli stranieri), di territorio (delimitato dai confini difesi anche dalle forze armate) e di ordinamento giuridico sovrano. I diritti dei cittadini sono concessi gratuitamente agli stranieri purchè poveri in canna (questo non accade invece per i doveri), le forze armate aiutano gli stranieri ad entrare illegittimamente nel territorio statale e le scelte politiche e legislative sono prese in luoghi alieni, condizionate dall’apparato burocratico/mediatico/finanziario UE e ONU.

È vero che i tempi sono mutati. In un passato non remoto la recrudescenza di guerre e rivolte aveva forgiato nel ferro e nel fuoco il legame del cittadino con il suo stato: il dovere di difenderlo, molto più concreto di oggi, anche solo prestando il servizio militare, rendeva questo legame molto più stretto e pregnante di oggi. Lo stato non ancora sociale era uno stato patrigno e non materno, più propenso a imporre doveri e obblighi che a riconoscere diritti e quindi anche a graduare maggiormente gli uni e gli altri a seconda che questo legame esistesse o meno. Oggi, noi che nello stato vediamo solo un simpatico dispensatore di servizi essenziali gratuiti e di regalie economiche, non ci poniamo più di tanto il problema dei costi e delle spettanze degli uni e delle altre: che problema c’è a condividerli con stranieri appena arrivati da chissà dove? Questo è il messaggio che si sta cercando di fare passare e che rispecchia la visione francescana, fatta di un pianeta indifferenziato dove i poveri, titolari di diritti incomprimibili ad essere arricchiti, possono spostarsi da un paese all’altro in cerca del loro benessere. Che poi questo benessere non sia dato dalla provvidenza o dal loro lavoro ma dal lavoro di altri a cui viene tolto il frutto, per via fiscale o tramite criminalità, è un pensiero che non sfiora il nostro gaucho ma magari dovrebbe ogni tanto comparire nella testa di un politico.

Anche perché l’Italia, negli ultimi sei mesi, si è trovata sola a ragionare così. Al netto della sbandata merkeliana di agosto e ad oggi priva di spiegazioni razionali che non siano quelle inerenti un colpo di sole, tutti i governi europei, volenti o nolenti, apertamente o in maniera subdola, hanno ripreso il controllo delle frontiere e del territorio. E hanno fatto scelte politiche chiare di contenimento dell’immigrazione. E dove non le hanno fatte loro, le ha fatte l’elettorato. Il rischio di trovarsi in una morsa fatta di salvataggi di pazzi che si gettano su barche sfondate per attraversare il Mediterraneo e di muri, veri o virtuali, che sigillano le nostre frontiere è altissimo. Vale la pena dare qualche numero: oltre 47.000 arrivi da gennaio a maggio, 12.000/15.000 (le fonti variano) in una settimana, 700/100 morti (anche qui un po’ di incertezza). Numeri in linea con quelli del 2015 ma che vanno anche un po’ interpretati. In primo luogo perché nello scorso anno la stagione dei “salvataggi” era partita bene ma si era un po’ affievolita dopo le elezioni regionali che avevano premiato Salvini e lanciato la questione migratoria come problema politico di primaria importanza. Da allora le navi europee avevano preso prevalentemente la strada greca portando con loro i migranti che, ovviamente “salvati” a poche miglia dalla Libia, non potevano scegliere dove andare. Inoltre eravamo vicini allo psicodramma greco di giugno/luglio e quindi Tsipras aveva poco potere contrattuale. Non ultima si era aperta la rotta balcanica, più sicura e vantaggiosa con il suo arrivo diretto in nord Europa, che aveva attratto molti dei migranti che altrimenti si sarebbero gettati su un gommone sgonfio. Quest’anno la situazione è speculare: Tsipras, tradendo i greci, ha scalzato Renzi dal ruolo di Pet Premier della Merkel ed il contrasto, vero e millantato, fra Italia e Germania non lascia ipotizzare che Angela si commuova più di tanto per Matteino. Il quale ha pure fatto incazzare Hollande con il dopo Bataclan e Obama con la Libia per cui non ha molte speranze di vedere il mondo muoversi in suo soccorso come invece auspicherebbe con il Migration Compact, una riedizione inglesizzata delle ubbie cattocomuniste anni ‘60/70 (stile La Pira, per intendersi) che non ha alcuna probabilità di essere accettato da governi che si ritrovano addosso Le Pen, Brexit e Trump e che, se attuato, ha scarsissime probabilità di dare frutti data la mancanza delle precondizioni per uno sviluppo economico africano che laddove presenti renderebbero quei paesi i più ricchi del pianeta e soprattutto ha una visione di lunghissimo periodo che si scontra con la necessità di risolvere il problema nei prossimi quattro mesi. Per di più la rotta balcanica si è interrotta con l’accordo con la Turchia ed è comunque presidiata dall’Austria che ormai vive una crisi di regime e non può permettersi di abbassare la guardia. L’UE conta come il due di picche dopo che il piano Junker ha portato a riposizionamenti di migranti nell’ordine delle centinaia (non di migliaia, proprio centinaia) e rischia di scomparire con l’uscita del Regno Unito e dei paesi dell’Est se insiste troppo su temi del genere. Nessuna risorsa umana di nero colore passerà quest’anno le Alpi se non vogliamo vedere FN e FPO passeggiare sulle macerie dei partiti democratici, per cui dobbiamo prepararci all’invasione. Addirittura, viene il dubbio che solo Renzi non ne sia consapevole visto che addirittura Casini ed Alfano stanno cominciando ad innervosirsi.

Ovviamente chi si butta in mare non è spinto dalla fame, dalla guerra o dalle carestie. Chi ha fame, non spende migliaia di euro per gettarsi a capofitto in un’avventura così rischiosa lasciandosi dietro tutta la famiglia: o non ha quei soldi, o li userebbe per mangiare. Ed in ogni caso lo spettacolo dei nostri negroni che appena salvati si fanno i selfie è abbastanza lontano da queste immagini della vera carestia etiope del 1984. fameetiopia

Le guerre nel mondo sono molte di meno di quelle che si pensa e comunque se sei un profugo vero magari vuoi stare vicino a casa per poterci tornare appena la guerra finisce. La realtà è che i migranti sono i figli migliori di un ceto medio africano ovviamente molto più povero in termini assoluti del corrispondente occidentale ma che ha tuttavia abbastanza soldi per fare un tentativo di sistemarsi sfruttando le norme europee ed il senso di colpa che tormenta l’occidente. Essi fuggono non dalla fame e dalla guerra ma dalla povertà e dal disordine delle società in cui vivono e di cui sono parte essenziale. Formano una massa di vigliacchi che disertano il loro paese per portare altrove i vizi che da quello hanno imparato. Evidentemente questi soggetti non avrebbero bisogno di essere salvati se non si imbarcassero, liberamente e spontaneamente, in traversate del mare su gusci di noce sfondati. E comunque, una volta salvati, non dovrebbero essere premiati con un’assistenza generalizzata a tempo indeterminato ma rinviati in patria, salvi i casi di asilo, previo stazionamento in centri adeguati per il controllo della persona. Fra l’altro questo è esattamente quanto ci chiede l’UE quando parla di Hot Spot che noi non vogliamo fare perché troppo simili a campi di concentramento, come dice Caracciolo su Repubblica: meglio metterli a carico dei cittadini italiani a cui sono negate pensioni e provvidenze sociali magari andando, alla fine succederà, ad espropriare il tesoretto che fa gola a tutti, le case.

I numeri di questa estate possono arrivare tranquillamente a quei 400/500.000 di cui si sente vociferare da tempo. Soprattutto nessuno di questi se ne andrà perché nessun leader europeo può più pensare di accoglierli senza tornare rapidamente un privato cittadino. Se poi non cambiamo politica gli arrivi nei prossimi anni saranno milioni: come rinunciare alla possibilità di mettersi a posto per la vita sfruttando la beozia degli italiani? Non è solo una questione economica, sia pure esiziale, ma anche di identità ed organizzazione sociale. Gli immigrati portano con sé le loro deficienze cognitive, culturali, organizzative, religiose che hanno determinato il fallimento dei loro stati. Vedendoli bighellonare, novelli vitelloni, neigli agriturismi delle colline fiorentine, si direbbero del tutto disinteressati al lavoro e comunque non in possesso delle skills necessarie per le nostre società evolute. Quando saranno molti lo stesso destino colpirà le nostre società ancora più delicate in quanto altamente organizzate e normate per cui qualsiasi elemento di disordine può ancora di più ferirle. Di fronte a questi problemi, sarebbe da auspicare che le forze armate spazzassero via questo ceto politico corrotto e traditore del popolo, non che si prestassero a compiacerlo in cambio di  due lire di indennità e qualche mazzetta. Invece oggi un esercito ridicolo ha marciato su Roma: non avrei mai pensato di rimpiangere le parate di Breznev e di Cernenko.

 

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: