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Politica Italia

Election Day

Italy-Day-2-of-General-ElectionDomani parte il secondo round dell’attacco a Renzi che ha avuto la premessa col referendum sulle trivelle di aprile e avrà il suo punto focale nel referendum confermativo della riforma costituzionale ad ottobre. Queste elezioni amministrative sono state depotenziate da mesi in primo luogo dal presidente del Consiglio che si giocherà tutte le carte dopo l’estate. Tuttavia rappresentano una cartina di tornasole per molti protagonisti o presunti tali della politica.

Paradossalmente quello che ha meno da rischiare è proprio Matteo. La strategia di tenersi fuori dalla mischia, evitando gli errori di D’Alema nel 2001, è stata attenuata nell’ultima settimana quando l’indole egocentrica di Renzi lo ha portato a fare un rapido giro elettorale delle 5 grandi città. Un atteggiamento dal “vorrei anche se non dovrei” che si basa probabilmente su qualche buona sensazione ma che, alla peggio, non avrà alcuna ripercussione sul governo ormai blindato dai trasformisti di Alfano e Verdini. Al massimo si avrà una partenza in anticipo del congresso PD con l’ormai mitica sinistra interna che, in caso di sconfitta, comincerà a lanciare alti lai sulla perdita di controllo del territorio. L’impressione è che Renzi abbia usato la carica di sindaco per fare carriera ma che ormai sia lontano dalle esigenze del territorio, anzi la cattiva prova che gli amministratori PD stanno dando negli ultimi mesi, se da un lato è il segnale del collasso del partito e della sua capacità di attrarre e selezionare classe dirigente e quindi una conseguenza della cattiva gestione renziana, dall’altro lo indurrà probabilmente ad attenuare l’attenzione del PD verso il governo locale da cui vengono solo problemi per il governo. Un capo di governo che ambisce a rimanere in posizione per decenni non può farsi condizionare più di tanto dalle esigenze del comune X o della regione Y, come anche il recente referendum sul petrolio conferma. Se dovesse passare la riforma costituzionale, che già contempla la riduzione dell’autonomia delle regioni, è probabile che il prossimo passaggio sia la riforma delle amministrazioni locali e regionali nel senso dell’accorpamento e semplificazione.

Del resto che non ci possano essere quasi 9.000 ottimi amministratori pubblici (così come non ci sono quasi 9.000 ottimi avvocati o commercialisti o ingegneri) è evidente a tutti. Il mestiere del sindaco è cambiato dal 2012 quando si è passati dal finanziamento con trasferimenti statali al finanziamento mediante tassazione locale (Irpef, Tari, IMU, Tasi). Il sindaco vecchio stampo (per dire, Veltroni), il politico vicino alle esigenze della cittadinanza che aveva potere di spesa illimitato e irresponsabile, si è trovato improvvisamente a gestire la scarsità di risorse con la conseguente necessità di scegliere fra peggiori servizi e maggiori tasse, vedendo aumentare i problemi e ridursi la popolarità, in un quadro di gravami provenienti dal passato (tipo municipalizzate decotte) e inadeguatezza normativa. Su tutto si è innestata la gestione dei migranti: sono stato testimone, in una sola ora, di 3 chiamate da parte della Prefettura dirette al sindaco di un comune toscano, tutte aventi ad oggetto nuovi ed ulteriori arrivi di nere risorse. È chiaro che una tale situazione assorbe tempo, energie, concentrazione, risorse organizzative e finanziarie. Ed è quindi chiaro che la carica ha assunto minor fascino e che si è fatta fatica a trovare candidati un po’ in tutti gli schieramenti.

Data per scontata la vittoria a Bologna e probabile quella a Torino, sicura la sconfitta a Napoli in cui De Magistris rappresenta l’ennesima riedizione del pazzariello demagogo, fintoribellista ed inconcludente a cui i napoletani non riescono a non affidarsi, un successo per Renzi potrebbe essere il ballottaggio a Roma e Napoli. Tuttavia la pietra angolare è, più che Roma, Milano, città su cui Renzi ha molto investito politicamente e come immagine ed in cui la vittoria significherebbe la saldatura con i poteri forti dell’economia, dell’editoria e della finanza.

Se Renzi difficilmente piangerà, il centro destra difficilmente riderà, all’insegna del “vorrei ma non posso”. Fuori dai giochi a Torino e Bologna, probabile perdente a Napoli, dovrebbe sperare in una vittoria a Milano ed in una duplice sconfitta, possibilmente al primo turno, a Roma. In questo modo potrebbe andare avanti ancora un po’ l’equivoco di un’alleanza ormai finita nella barbe in attesa della scomparsa, politica o fisica, di Berlusconi che chiarirebbe un po’ il quadro. Quella che rischia di più è la Meloni che, fuori dal ballottaggio, potrebbe essere ridimensionata a politico non solo locale ma di quartiere. Salvini non ha seguaci a Roma e non ha candidati e sindaci uscenti a Milano per cui può sbraitare tanto con poco rischio ma anche con poche opportunità. Berlusconi ha rotto gli indugi con Marchini e potrebbe pagare il fio dell’errore commesso nello scegliere il cavallo. Al secondo turno, se dovessero esserci Marchini o Giachetti, è probabile una spaccatura finale con la Meloni che si sposta verso il M5S e PD e FI che convergono sull’altro candidato sancendo la nascita del partito della nazione.  In ogni caso è improbabile che vada avanti a lungo un’alleanza che è incoerente con il quadro politico europeo (dove la destra moderata è alleata dei socialisti nelle Grosse Koalition), è priva di una strategia, di un programma e di una leadership comuni.

Infine i miei amati 5 Stelle. Il punto di attenzione è che queste elezioni hanno segnato una cambiamento epocale nelle modalità di scelta dei candidati e nella loro profilazione. Riguardo al primo punto bisogna dire che le modalità sono stati diverse da città a città: primarie online a Roma, caucus a Milano (poi rinnegati), Torino e Napoli, scelta diretta di chissacchì a Bologna. La scelta dei candidati ha premiato soprattutto quelli che paiono coniugare un aspetto cool con un minimo di capacità dialettica e di competenza. Proprio Bologna è la città dove la tranvata sarà più forte, segno che un po’ di attenzione al territorio deve essere mantenuta. Milano non è, e probabilmente non sarà mai, una piazza a 5 stelle ma si segnala per il mobbing verso la candidata cicciona costretta a dimettersi e sostituita poi con uno più cool scelto chissà come e chissà da chi. A Napoli Di Maio e Fico hanno sventato il pericolo di vincere candidando un milanese di nome Brambilla che tifa Juve.  A Torino Chiara Appendino, che assomiglia ad una Raggi un po’ meglio, punta ad un ballottaggio assai incerto. A Roma invece il movimento si gioca il futuro. Dopo le dimissioni di Marino la vittoria era pressoché sicura se solo si fosse candidato un big (Dibba o in subordine Taverna). Ma la coraggiosa decisione di non rischiare niente ha ridotto ma,  purtroppo per loro, non annullato le chance di vittoria aprendo un dilemma (per una volta provare a vincere in modo da accreditarsi come vera forza di governo e scatenare l’effetto band wagon o tenersi lontani dalle responsabilità e puntare tutto sul 2018? Mah …) ulteriormente aggravato dalla scomparsa di Casaleggio, dal ritiro (totale, parziale, a tempo determinato, solo un pochino? Mah ….) di Grillo, dalle difficoltà politiche ed amministrative emerse a Quarto, Enna, Livorno, Bagheria ed infine Parma e dalla mancanza di una leadership decente dimostrata dalla nullità politica di Di Maio che, mentre posa da dandy anni ’50 e si accredita (con quali fondi? Mah …) presso i potentati stranieri, non riesce a risolvere una bega di un comune di 40.000 abitanti a 25 km da Napoli o a telefonare a Pizzarotti. Detto per inciso, da questa campagna emerge nettamente la sensazione che Renzi sia di un paio di spanne sopra a tutti come energia, capacità di comunicazione, generosità, grinta, capacità di leadership, ed alla fine anche l’elettore se ne accorge e ne tiene conto nei momenti della decisione. Detto ciò l’impressione è che il M5S sia sull’orlo del caos in una situazione in cui:

  • i vecchi principi (uno vale uno, voto online, trasparenza, diretta streaming di ogni cosa, onestà, senso di comunità) sono ormai roba del passato ma non sono stati sostituiti da meccanismi operativi democratici,
  • i meetup sono stati abbandonati (c’è ancora qualche parlamentare che fa le agora? Mah …) e sono rinsecchiti con il risultato di presentare liste solo nel 18% dei comuni che votano,
  • i leader sono assenti (mi rifiuto di chiamare leader Di Maio mentre il ruolo di Casaleggio Davide è oscuro e probabilmente legato solo al business) ed anzi il lunghissimo purgatorio di Di Maio, che data da Italia 5 Stelle di Imola e che lo sta inducendo a rompere gli indugi e ad autocandidarsi, sta aprendo la strada alla sensazione che i giochi non siano fatti e sta facendo emergere candidature alternative, ancorchè improbabili, come quella di Fico,
  • la comunicazione è affidata a Facebook,
  • la strategia è opaca e confusa (se Renzi perde cosa facciamo, chiediamo le dimissioni o no? Vogliamo andare alle elezioni o no? Mah …),
  • la struttura è carente e ciò non consente di raccordare centro e periferia e di sostenere e controllare i sindaci locali,
  • L’elaborazione politica ha fatto la fine del dodo scomparendo completamente (dov’è finito, per dire, il reddito di cittadinanza? Mah …).

Potrei continuare, lo farò in un prossimo post. Il dubbio se provare o no a vincere a Roma, all’insegna del “potrei ma non voglio”, ha partorito Virginia Raggi, prototipo del grillino 2.0, soggetto su cui all’inizio c’erano poche speranze ma che poi è apparsa quella che, nel dubbio che penso ancora si stia trascinando fra gli eredi del grande pianificatore, poteva vincere “ma anche” perdere bene: abbastanza discreta (per i non toscani: gnocca), abbastanza preparata, abbastanza scafata, abbastanza pacata, abbastanza priva di personalità da sottomettersi sia allo staff che al direttorio. Bisogna dire che non ha disperso il vantaggio che esisteva alla fine della giunta Marino ma che al contempo è evidentemente priva della personalità e del killer instinct che avrebbe permesso di vincere facilmente in presenza di una situazione di frammentazione politica che forse non si riproporrà più. Né si deve fare eccessivo affidamento sul ballottaggio vista la spaccatura fra le due destre che potrebbe portare voti al candidato, chiunque sia, del partito della nazione mentre la Meloni potrebbe raccogliere anche voti marchiniani: questa volta l’effetto Parma potrebbe non ripetersi. D’altro canto se vince si trova incastrata in una vicenda che la surclassa, non di poco ma di interi ordini di grandezza, facendo così il male di tutto il movimento e del suo leader (sicuro? In pectore? Illuso? Nascosto? Mah …) Luigino. La sensazione è che, passata la fase acuta della protesta, con un po’ più PIL per tutti, il movimento stia scontando l’incapacità di fare scelte politiche ed organizzative chiare (che posizione hanno su economia, immigrazione, diritti? Chi è il capo? Mah …) e sia iniziata una fase discendente che potrà, ma anche no, essere arginata in futuro.

Il mio personale barometro politico romano, i taxisti capitolini, segna disillusione, sfiducia, astensionismo alto: tutto può accadere. Anche che alla fine vinca Giachetti.

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