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Politica Italia

Forze deboli

downloadIl dato più evidente del primo turno delle amministrative di ieri è senza dubbio la frammentazione politica. Il fatto che si votasse per i comuni implica di per sé una certa variabilità dei risultati in relazione alle situazioni locali. Altro fatto da considerare è che il sistema è ormai tripolare e se i poli rimangono tutti attorno al 30% sarà difficile di volta in volta individuare un vincitore netto in elezioni articolate dove, zona per zona, la forza di uno riflette la debolezza di almeno un altro. Infine è il gioco delle aspettative preliminari che può indurre a valutazioni diverse a seconda della forza (o debolezza politica) esaminata.

Un dato evidente è comunque il fatto che il PD non ha più il monopolio del governo locale il che rappresenta una novità rispetto addirittura agli ultimi 30/40 anni. La tradizione di buon governo locale data addirittura dalle giunte rosse dei tempi di Cossutta (metà anni ’70) e ha sempre rappresentato per il PCI/PDS/DS/PD una caratteristica quasi genetica ed una scuola di politica che ha selezionato molti talenti. Vero è che tale tradizione era soprattutto legata all’impossibilità per il maggior partito di sinistra di accedere al governo nazionale, almeno fino al 1996, per cui concentrarsi su regioni e comuni era una buona alternativa all’obiettivo principale irraggiungibile. Adesso che il PD governa e che Renzi ha obiettivi decennali e immaginifici, rimanere ancorati alla dimensione locale appare difficile anche per la contraddizione esistente fra interessi dello stato centrale e degli enti locali, basti pensare a come l’ANCI condizionò l’operato di Monti e Letta sulle tasse immobiliari per salvaguardare le finanze comunali. Da quel momento, dal momento in cui i sindaci hanno dovuto mettere le mani nelle tasche dei propri cittadini per finanziarsi, il ruolo del sindaco è decaduto.

Il PD raggiunge risultati qualitativamente simili a quelli attesi (fuori dal ballottaggio a Napoli, ballottaggio a Roma, Milano, Torino e Bologna) ma quantitativamente peggiori. Probabilmente le attese erano troppo in alto e quindi influiscono sulle valutazioni: ormai da settimane si sapeva che non ci sarebbero state vittorie al primo turno, magari si aspettavano 3-4 punti in più a nel nord Italia mentre a Roma oggettivamente Giachetti ha fatto almeno un mezzo miracolo soprattutto avendo accettato l’incarico (curiosamente questa volta nessuno aveva voluto le primarie) in un’epoca in cui, a Roma, dire “candidato sindaco del PD” equivaleva ad un insulto. Il secondo turno porterà presumibilmente una vittoria senza gloria a Bologna (diverso sarebbe stato se il secondo fosse stato Bugani), mentre i rischi sono a Torino e Milano. La Appendino è una Raggi probabilmente un po’ meglio e rischia di fare secco uno dei migliori esponenti politici del PD: da un punto di vista di politica locale, per il PD, sarebbe il caso di fare un’analisi del perché questo succede. A Milano invece il risultato finale sarà da ascrivere totalmente a Renzi: è lui che ha scelto Sala, è lui che ha valutato eccessivamente il significato dell’Expo che, per milanesi ed altri italiani, non è stato un evento epocale ma una simpatica kermesse enogastronomica di taglia XXL, e quindi il ruolo e la personalità del manager. Poi bisognerebbe prendere un po’ ad esempio i 5 Stelle per la valutazione del passato perché dimenticare appartamenti in Svizzera e depositi all’estero è una cosa spiacevole per un candidato.

Il governo non è a rischio e Renzi sta soffrendo forse la classica crisi di metà legislatura ma di notte, alle quattro, da solo, dovrebbe pensare che non può inaugurare un ciclo politico ventennale e trasformare il PD nel Partito della Nazione se non risolve due problemi esiziali: la crescita economica, che deve essere forte e continua, e l’immigrazione, che deve invece essere almeno regimentata. Senza la prima non avremmo avuto Clinton (Bill, forse anche Hillary), Blair, Lula. Con la seconda avremo Trump, Marine e la Brexit. E anche se non lo dicono, anche i piddini patiscono molto la carenza della prima e l’eccesso della seconda. E tutta questa insoddisfazione può scatenarsi nelle urne del referendum  anche se non c’entra nulla con la modifica delle norme costituzionali. L’impressione è che Renzi abbia sopravvalutato se stesso e sottovalutato i problemi nel 2014, quando le priorità non erano Italicum (col 41% avrebbe vinto comunque) e Costituzione. Adesso forse sta maturando, si spende di più, si circonda di gente un po’ meglio (come Calenda) ma gli manca ancora concretezza e, quel che è peggio, forse tempo. Buttare sempre la palla in braccio al sindaco, come con le coppie di fatto e la mirabilia di annunci quotidiani, non basta di fronte a problematiche che i cittadini ormai pensano vadano ad incidere sui primi due gradini della piramide di Maslow.

La destra vive una situazione strana: nonostante una gestione drammatica che si protrae da anni continua a rischiare di vincere. Certo le aspettative erano basse ma lo spareggio, pur senza speranza, a Napoli e Bologna rappresenta un’aspirina mentre il colpo grosso sarebbe far vincere Parisi a Milano. La destra ha un riferimento socio-economico molto preciso: quel ceto medio possidente che è stato la base della prosperità italiana del dopoguerra e che ora viene insidiato da austerity europea, politiche redistributive ed immigrazione. Il suo problema è che questo ceto si è restrinto con la crisi ma potrebbe riallargarsi in caso di ripresa più marcata e duratura e allora tornerebbe competitiva. Altro problema è la spaccatura fra moderati e populisti e la conseguente mancanza di leadership chiara. Berlusconi, come Totti, gestisce gli ultimi spiccioli di carriera indeciso se continuare o passare tutto ad un altro ed in questo secondo caso a quale dei due mattei. Salvini ha invece raggiunto probabilmente il suo limite politico: la Lega non varca il Rubicone e quindi non può procedere se non la sdogana facendola uscire dal lombardo-veneto per farla entrare nel novero delle destre nazionaliste europee. Questo vuol dire rinunciare probabilmente, nelle more, alla rendita di posizione delle presidenze regionali e scontentare molti: la differenza fra la Lega, FN e FPO è soprattutto il fatto che il potere la Lega lo gestisce davvero mentre gli altri sono outsiders. Invece senza appello la sconfitta della Meloni: se non sei forte a casa tua, non puoi pretendere di avere un ruolo nazionale.

Infine, i miei amati 5 Stelle: l’euforia per Raggi (risultato superiore alle attese) ed Appendino (ancora di più della Raggi) non può far dimenticare che:

  1. Se Virginia fa 37%, Dibba, coraggiosamente postosi a difesa dello scranno parlamentare, probabilmente avrebbe vinto al primo turno;
  2. a Bologna il fortissimo Bugani per cui si sono sospese le regole del movimento fa 16%;
  3. a Napoli e Milano  arrivano sì e no al 10%;
  4. si sono presentati solo in 251 comuni su 1342 (18,70%). È vero che il PD si è presentato in meno, ma politicamente tramite le liste civiche c’era dappertutto;
  5. in questi comuni vince in una manciata di paesini e va al ballottaggio in un po’ di cittadine, nel resto oscilla fra 5 e 15%. Alla fine i nuovi comuni a 5 Stelle saranno una decina e tutti medio-piccoli o piccoli: poteva andare bene 3 anni fa ma questo non è più un passo da forza politica che vuole vincere le elezioni nel 2018.

Il M5S ottiene risultati importanti a Roma ma soprattutto a Torino, per  cui valgono ragionamenti speculari a quelli fatti per Fassino. Tolto questo, risulta che il movimento vince solo dove ci sono situazioni disastrate (voto di protesta e antisistema) e con un personaggio minimamente presentabile che abbia anche fatto un po’ di gavetta amministrativa. Sarebbe da capire se la regola dei due mandati è ancora produttiva visto che per essere un buon politico l’onestà è il punto di partenza ma poi serve anche un po’ di capacità ed esperienza (se la Raggi fosse un fenomeno, dovrebbe essere costretta a ritirarsi a vita privata visto che nel 2021 avrà già fatto due mandati?). In generale il M5S non è adatto alle amministrative, si presta meglio alle politiche dove può avvalersi del carisma dei suoi leader. Il gran successo delle metropoli nasconde una debolezza sul territorio abbandonato dai parlamentari e privato della linfa dei meetup. Il nord è terra incognita, passato il Tevere la concorrenza della Lega limita la crescita (cosa speculare al sud) e castra ogni speranza di successo nazionale. Dovrebbe cominciare a preoccupare il buco nero di Napoli, città apparentemente fatta apposta per i penta stellati che invece non dà mai una soddisfazione (19% regionali 2015, 9% ieri, storiaccia di Quarto). Questo chiama in causa Di Maio che sembra più bravo ad atteggiarsi ad eminenza grigia e a mettere il cappello sulle vittorie degli altri che a fare politica: forse per lui cominciano a valere le considerazioni fatte per la Meloni. La vittoria di ieri rischia di nascondere problemi più grossi sorti con la mancata rottamazione della pessima leva del 2013 (se Di Maio è il meglio, figuriamoci il peggio) e con la conseguente scelta di fossilizzare il movimento per evitare che emergesse qualcosa di meglio. La politica non sarà sangue e merda (Rino Formica Dixit) ma neanche solo blog, piattaforme e social network: servono doti diverse che possono maturare solo in contesti concreti di confronto e scontro costruttivo, cosa che il movimento non sembra saper fare. La Raggi, che probabilmente vincerà e sarà sotto la luce dei media internazionali per anni, potrebbe contribuire a cambiare questa situazione. Se non verrà espulsa prima.

La frammentazione politica è un fenomeno comune a Europa e USA. Anche in Italia le forze politiche si confrontano in condizioni di relativa debolezza. In queste condizioni sarebbe pazzesco per tutti voler modificare l’Italicum: è una lotteria e può darsi che quel giorno la fortuna ti arrida, anche oltre i tuoi meriti.

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