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Politica Europa

Quando il Jo-co si fa duro

downloadDopo il referendum greco del luglio 2015 e le elezioni austriache del mese scorso, l’UE affronta il terzo round del suo personale percorso di sopravvivenza politica. E questo è bello tosto perché si tratta del referendum Brexit: difficile che nel Regno Unito si possa ignorare bellamente l’esito referendario o giocare con i voti postali. Con il fronte Leave in vantaggio abbastanza netto, occorreva qualcosa di più. E questo qualcosa è successo ieri rendendo Jo Cox vittima di quel gioco che in Italia conosciamo bene: la strategia della tensione. Come scrive bene Marcello Foa, l’omicidio della strampalata ed idealista deputata inglese che viveva sul Tamigi e aveva fatto un percorso quasi boldriniano nel campo dell’assistenza ai profughi (quelli veri, che vivono in campi immondi in paesi ancora peggio, non quelli che arrivano con la pretesa di scegliere hotel e ristorante) ha cambiato la narrazione della vicenda, associando nell’immaginario la Brexit al neonazismo, al razzismo, all’antisemitismo ed a qualsiasi altra cosa negativa esistente su questa terra. E ha cambiato anche i tempi della campagna: la sospensione bipartisan avvantaggia nettamente il Remain in quanto Cameron potrà occupare il video da qui ai funerali con corone di fiori, messaggi buonisti  e pipponi di ogni genere mentre Johnson e Farage saranno costretti ad un rispettoso silenzio, manco fossero loro i mandanti dell’assassino. Del resto lo stesso Foa evidenzia come si tratti di un gioco abbastanza risaputo e dai risultati prevedibili.

Ad occhi meno scafati, apparirebbe abbastanza strano come due eventi simili (il massacro di Orlando e l’omicidio di Birstall)  abbiano dato luogo a due narrazioni diametralmente opposte. Mentre Obama in persona nega il carattere di radicalismo islamico di una strage, oltretutto rivendicata dall’Isis, compiuta da un immigrato afgano di seconda generazione, figlio di un aperto sostenitore dei talebani, seguace di un imam jihadista, in contatto via internet con organizzazioni islamiche, che ha telefonato in anticipo al 911 (il nostro 113) per dichiararsi seguace dell’Isis, invece l’omicidio compiuto da un malato di mente viene ricondotto a inclinazioni politiche sicuramente esistenti ma del tutto improbabili, come l’adesione a movimenti di estrema destra americani e addirittura sudafricani: neanche John Belushi era arrivato a tanto limitandosi a immaginare i “nazisti dell’Illinois”. E se negli USA la colpa è stata attribuita alla eccessiva facilità di procurarsi un fucile d’assalto, come è possibile che nella Gran Bretagna  dove vige il controllo sulle armi usuale in Europa un malato di mente sottoposto a TSO abbia potuto procurarsi una pistola? Segno che l’interpretazione obamiama dell’attentato di Orlando altro non è che un mezzo di distrazione di massa rispetto al dato essenziale della matrice islamica dell’aggressione.

Finchè è durata, la campagna ha dimostrato una spaccatura profonda fra le due narrazioni: quella pro-UE che vede il Leave come una secessione, quella anti-UE che vede il Remain come un’annessione ad uno stato straniero. Per quanto intrisa di immigrazione, era una vicenda profondamente interna all’elettorato britannico, una lotta fra due visioni del mondo, due parti della società britannica profondamente ostili e divise, anche geograficamente. È del tutto comprensibile che, di fronte a rappresentazioni così antitetiche, la lotta abbia assunto toni alti e argomentazioni viscerali, sorprende invece lo stupore dei commentatori. Ma è probabilmente la differenza fra un paesello come l’Italia ed una nazione imperiale come l’UK che ritiene ancora di poter prendere autonomamente decisioni che influiscono sulle dinamiche mondiali, senza l’assillo del “ce lo chiede l’Europa” ed il terrore di quella che sarà “la reazione dei mercati alla riapertura di domani”. Del resto mentre Grillo e la sinistra estrema erano andati in piazza Syntagma, mentre la politica nazionale aveva fatto il tifo per i corrispondenti austriaci, nessuno ha neanche lontanamente provato ad immedesimarsi in uno dei due campi contendenti, segno di lontananza da dinamiche politiche ritenute esotiche ma anche di una soggezione verso un Paese che sta provando a fermare la deriva antidemocratica europeista ormai dilagante non solo nel campo legislativo ma ancor più in quello giudiziario.

Il fronte Leave si nutre della ormai diffusa insofferenza all’immigrazione: visto che in soli 9 mesi si è creato uno sconquasso politico tale da distruggere il potere UE e da mettere in discussione la stessa esistenza dell’organizzazione, è strano come gli immigrazionisti non abbiano in alcun modo valutato il rischio di rigetto politico delle loro posizioni e di corto circuito con altre tematiche esiziali come l’Euro e l’Europa.  Il fronte Remain non aveva altri argomenti che il terrorismo psicologico legato a possibili crisi finanziarie condensate nella necessità di una manovra finanziaria da 30 miliardi di sterline (meno di 40 miliardi di euro, peanuts per gli italiani) ed alla spaccatura del Regno Unito con conseguente secessione di Scozia, Nord Irlanda e addirittura Galles, tutti ansiosi di rimanere sotto Bruxelles. E nessuno che abbia fra l’altro spiegato neanche la contraddizione fra la posizione UE sul referendum scozzese del settembre 2014 (la Scozia seceduta sarebbe stata considerata come un nuovo stato che avrebbe dovuto chiedere ex novo l’adesione all’UE) e quella attuale (la Scozia seceduta sarebbe rimasta a pieno titolo nella UE), ulteriore esempio di un’Europa “à la carte” dove la certezza del diritto è ormai un ricordo ed a prevalere sono interpretazioni e misure d’emergenza legate alle convenienze del momento.

Sarebbe stato bello festeggiare la prima picconata ad un’istituzione ormai apertamente nemica dei propri cittadini, talmente tanto da preferire loro degli stranieri realizzando materialmente il vaticinio di Brecht: se il governo non ha il consenso del popolo, occorre cambiare il popolo. Magari Brecht non si aspettava che fosse fatto in termini così concreti e drastici. Appare difficile parlare ancora di democrazia in un ambito talmente ampio ed eterogeneo da essere unificato soltanto dalla narrazione “politically correct” dei poteri forti e degli apparati mediatici in grado di influenzare, con una disinformazione e mistificazione mirate, la formazione del consenso e di demonizzare fino all’imputazione penale qualsiasi opinione contraria. In questi giorni la maggior critica alla Brexit era quella che avrebbe potuto  aprire la strada ad altre uscite: chissà in quale momento si è iniziato a ritenere che il voto di popoli sovrani sia una iattura, però è successo ed è ormai evidente il carattere oppressivo ed antidemocratico di un’istituzione ormai votata ad un esperimento planetario di trasformazione demografica ed antropologica delle sue popolazioni.  Può però darsi che i britannici, popolo pragmatico, decidano di votare senza farsi condizionare più di tanto dal sentimentalismo e dall’emotività: del resto dobbiamo a loro se oggi non parliamo tedesco e non salutiamo a braccio teso il capo del lager.

Jo Cox non era un’eroina o una santa, era un semplice politico che portava avanti battaglie di valori ma anche di interessi. La sua morte avvantaggia oggettivamente uno schieramento politico-ideologico che non ha altre argomentazioni che appellarsi ad immagini di donne e bambini morti, con un cinismo che stona con le accuse moralistiche lanciate ai propri avversari ma che fa il paio con quello dimostrato dalla grande finanza che ha fatto volare le borse appena capito che l’omicidio era pro-UE. Nessuno dovrebbe morire assassinato per la strada, tantomeno una giovane e coraggiosa donna: che la terra sia lieve anche a lei, che combatteva dalla parte sbagliata della barricata.

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