//
stai leggendo...
Politica Europa

I sogni nascono all’alba

brexit-1E’ un risveglio straordinario, una notizia fantastica, un’alba da ricordare. Sembrava tutto perso ed invece vince il Leave, è Brexit, la Gran Bretagna è “Out”, l’UK abbandona la UE, la storia cambia nel momento stesso in cui si disvela. I cittadini britannici, unici privilegiati in 65 anni a poter dire e far valere quello che pensano, hanno rifiutato (ormai bisogna parlare al passato) un modello UE da loro visto come centralizzato, burocratico, ideologicamente omologante, opprimente, straniero, probabilmente germano centrico: il Regno Unito non morirà tedesco, l’UE per come era diventata muore all’alba di stamani, si manifesta un fallimento politico epocale che apre una sfida sul futuro a partire da un foglio bianco.

Per la terza volta in un secolo i britannici si sono opposti alle mire imperialistiche tedesche, due volte lo fecero con le armi, oggi con le schede di carta. Hanno rifiutato un modello europeo che ha cavalcato la crisi economica, anziché contrastarla, col solo fine di realizzare un progetto politico antidemocratico e discriminatorio: erano sconcertanti le parole di ieri sera di Monti che affermava esplicitamente, al di fuori di ogni politicamente corretto, che non era nella potestà di nessuno (cittadini, parlamenti, governi, politici) intervenire sul disegno europeo. Probabilmente solo lui e pochi altri erano legittimati a decidere del destino di mezzo miliardo di cristiani succubi di un modello politico che ha discriminato fra stati (e relativi cittadini) creditori e debitori, che ha seguito politiche economiche ottocentesche per aiutare i primi a scapito dei secondi, a cui si pensava neanche tanto velatamente di riservare il ruolo di protettorati spogliati di reali poteri di sovranità e di ogni ricordo di democrazia coi loro primi ministri ed i governatori scelti nelle segrete stanze, tutti bisognosi di un preventivo viatico bruxellese da confermare giorno per giorno con la loro sottomissione. E di realizzare, non ultimo, un gigantesco esperimento antropologico invitando ad invaderci milioni di stranieri diversissimi per razza, cultura, religione, livello di civiltà, ricchezza, costumi.

L’UE ha sottovalutato per troppi anni il tema del consenso: nel secolo scorso le tensioni che ha creato sarebbero sfociate in un conflitto, negli imbelli 2K si è pensato che fosse sufficiente impedire ai cittadini di esprimersi chiaramente con un voto referendario e comprare le élite locali, poi la pigrizia, il relativo benessere, l’ideologia pro-Europa eretta a pensiero unico e la demonizzazione degli euroscettici (chiamati con tutti i nomignoli possibili: populisti, nazionalisti, fascisti, razzisti) avrebbero fatto il resto. Oggi si scopre che questo problema non è accantonato nel XXI secolo, all’ultimo momento il consenso del popolo, foss’anche formato da sudditi e non da cittadini, non è eludibile: lo sapevano le grandi dittature novecentesche, è strano che non l’abbiano capito classi politiche che hanno mescolato due problemi esiziali (crisi economica e immigrazione) creando un corto circuito che va a riflettersi su quello a cui tenevano veramente. Ma del resto la selezione delle classi dirigenti in Europa, nel secondo dopoguerra, è stata fatta con criteri burocratici e non politici, a partire da un presupposto di scarsa personalità e volitività proprio per evitare “incidenti di percorso”: gente che ha fatto carriera scrivendo km di parole (Tremonti li ha quantificati in 151) che regolavano il diametro dei piselli all’inizio  e, alla fine, l’obbligo di cedere ai migranti il proprio posto nel mondo  era probabilmente troppo lontana dalla percezione della necessità che il suo operato dovesse essere valutato da qualcuno che non fosse il capufficio. Ed il fatto che il capo dell’Europa fosse un lussemburghese avvinazzato è la dimostrazione più plastica del delirio di onnipotenza che affliggeva il progetto europeo e dei motivi per cui un popolo avvezzo a contare nel mondo se n’è tirato fuori, probabilmente salvando anche noi.

L’UE resta un progetto valido nella misura in cui rimane un’unione di stati e non pretende di trasformarsi in uno stato unico: lo stato etnico e democratico, fatto di popolo di cittadini, territorio con i suoi confini e potere sovrano,  è il risultato di un’evoluzione millenaria dell’organizzazione politica europea e pensare di poterlo mettere in un canto recitando come in un rosario le parole politically correct delle élite europe e del papa argentino è stato un ulteriore errore di queste classi dirigenti che si avvicinano alla loro deadline. E la vittoria del Leave dimostra anche che esiste ancora uno specifico europeo che non è disponibile ad annacquarsi in una confusa globalizzazione cosmopolita per sparire travolto dai terribili numeri del terzo mondo. La Brexit segnala in sintesi questo disagio: accettarla a gestirla è forse necessario per trasformarla in un passo nel futuro, fatto di rapporti statuali diversi e più flessibili, e non in un ritorno al passato. Del resto questo decennio ha cambiato la storia e la realtà ed era un ulteriore peccato di presunzione tecnocratica e burocratica pretendere che il progetto europeo potesse rimanere uguale a se stesso, immutabile ed indiscutibile, a dispetto di un contesto esterno ed interno sconvolto.

La Brexit annuncia anche il prossimo turnaround degli assetti politici europei nati dalla II GM: popolari e socialisti non hanno un diritto divino a governare né una superiorità morale definitiva, il loro consenso si è eroso anno dopo anno e adesso si trovano dalla parte sbagliata della barricata. Sarebbe il caso di smettere di gridare al populismo e all’antipolitica e accettare che gli euroscettici sono semplicemente portatori di istanze politiche legittime e ammissibili in un contesto democratico, oltretutto ormai quasi maggioritarie, e con le quali si deve fare i conti: sarebbe questo il modo giusto di gestire una crisi che evidentemente è nei fatti e indirizzarla costruttivamente verso un assetto futuro dove qualcosa deve per forza cambiare.

La mancanza di consenso si era manifestata in quasi tutta Europa ma Grecia, Italia, Austria erano stati troppo piccoli o troppo  indebitati per essere decisivi: con loro si poteva permettersi di giocare con brogli e manovre di palazzo o semplicemente ignorare gli esiti del referendum locale. Il dissenso poteva essere decisivo solo in un paese grande, ricco, dotato di spocchia imperiale e di spalle larghe per affrontare le inevitabili difficoltà che arriveranno. L’UE dovrebbe accettare che il ciclo iniziato nel 1950 è finito, che non si può andare solo avanti e che qualche volta occorre fermarsi, magari retrocedere di nuovo al livello di semplice mercato unico, per mantenere in piedi un’ambizione unificante che non è di questi tempi ma potrà esserlo nel futuro. L’unione di popoli non può nascere da apparentamenti delle élite, come nell’800 delle dinastie monarchiche, ma dal lavoro quotidiano di condivisione delle risorse e dei problemi in vista di obiettivi comuni. Curiosamente in inglese questo approccio si chiama “win-win”: chissà che oggi non abbiamo vinto tutti.

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: