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Economia e società, Politica Italia

O la banca o la (nostra) vita

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La crisi bancaria è l’apice della crisi economica scoppiata nel 2008 con, non a caso, il fallimento di un’altra banca, la Lehman Brothers. La crisi coinvolse inizialmente il settore bancario americano e, per il suo tramite, quello europeo per poi dirigersi verso i debiti sovrani e, per sostenere questi, verso l’economia reale. Adesso, come in un circolo vizioso senza fine, si dirige nuovamente verso il sistema bancario europeo, complice la Brexit che ha dato il “la” ad una crisi già in corso, nutritasi degli squilibri fra paesi e delle rigidità dell’ordinamento europeo.

La crisi del 2008 non toccò molto le banche italiane che avevano tutte, salvo forse un poco Unicredit, mantenuto un business model molto tradizionale fatto di investimenti in titoli sovrani e prestiti all’economia reale. Poca la presenza di derivati, spesso opachi e poco regolamentati, che invece riempivano gli attivi degli istituti americani, britannici, tedeschi, svizzeri, olandesi, francesi, belgi, irlandesi, avendone gonfiato gli utili e le quotazioni ma anche i profili di rischio. Le cronache economiche dell’epoca erano un bollettino di guerra fatto di bank run e “bail out” cioè di nazionalizzazioni fatte per evitare i bank run: è allora che fu abbandonata la regola aurea del 60% di Debito/PIL che aveva guidato l’unificazione monetaria facendo lievitare tutti le percentuali di almeno un 30-40% con il record dell’Irlanda che passò in un giorno dal 28 al 108% per evitare il fallimento delle sue due banche principali. Solo l’Islanda fece fallire le banche, dichiarò l’inconvertibilità della corona che ancora sussiste e si rifiutò di chiamare i contribuenti a pagare i debiti contratti verso banche olandesi e inglesi.

La svolta definitiva si ebbe nel marzo 2009 quando un Obama praticamente sconosciuto ma già inchiodato ad un presunto epico destino suggellato dal Nobel per la Pace conferito a futura memoria, invitato ad uno dei tanti vertici internazionali in Europa, non se la sentì di arrivare a mani vuote e lanciò il programma TARP con cui passò serenamente dalla retorica di Main Street a quella di Wall Street: dare ai tycoon del capitalismo finanziario ballate di quattrini mentre li sgridava con il suo vocione tonitruante. Ovunque la parola d’ordine era una sola: impedire il fallimento delle banche che avrebbe distrutto il risparmio, sprofondato le economie nella depressione e disseccato il canale di finanziamento dei debiti statali. Inizialmente si era ipotizzato anche di riformare in profondità il sistema bancario, soprattutto americano, ritornando al Glass Stegall Act ripudiato da Clinton e ponendo limiti ai compensi dei banchieri ma la ripresa indotta dal sostegno statale fu talmente rapida da liberare rapidamente le maggiori banche dalla necessità della tutela statale e da bloccare i passaggi normativi che si erano ipotizzati: di fatto si era mantenuto in piedi quel sistema che era andato in crisi con i mutui sub-prime e che poco dopo si sarebbe rivoltato contro gli stati che lo avevano salvato innescando la crisi degli spread.

Per fortuna lo stato italiano non fu chiamato a soccorrere banche in crisi, non si vede come avrebbe potuto evitare il collasso con un ratio debito/Pil già allora superiore al 100%. Le banche se la cavarono da sole, annientando gli azionisti (per dire, solo Unicoop Firenze ha perso oltre 300 milioni sul MPS alle quotazioni di tre anni fa) ma salvaguardando obbligazionisti e correntisti.

La crisi toccò maggiormente le banche italiane a fine 2011 quando la tragedia degli spread, innescata dalla Deutsche Bank, aveva determinato il blocco del mercato interbancario dove nessuno si fidava più a finanziare le banche dello stivale, nemmeno con scadenza overnight. Ma ormai Mario Draghi era ben saldo sulla tolda ed a furia di ELA, LTRO ed altri magheggi riportò la situazione alla normalità mentre le sue auguste labbra si preparavano a pronunciare la formula magica (non “Sim Sala Bin” ma “Whatever it takes”) che nella primavera 2012 avrebbe scacciato i demoni del default nazionale. Nel frattempo un altro Mario, Monti, stava ponendo le basi per il futuro caos con la sua politica da novello Quisling tutta orientata a “distruggere la domanda interna”, causando 3 anni di recessione, e aveva avuto la bella trovata di trasferire 40 miliardi di nostre tasse al Meccanismo Europeo di Stabilità che li ha usati per salvare le banche spagnole ma che adesso potrebbe prestarceli a patto di rinunciare all’indipendenza accompagnando la gentile erogazione con l’arrivo della trojka. La politica accomodante delle banche centrali aveva tuttavia permesso di calmare le fiamme della crisi, consentito  alle banche di ritrovare margini attraverso le plusvalenze su titoli generosamente realizzate attraverso quantitative easing ed imposto percorsi di risanamento e ricapitalizzazione.

Nel frattempo la logica della sempre maggiore integrazione europea era andata avanti con i progetti di garanzia unica sui depositi ma, per tutelare i contribuenti tedeschi che si credevano ormai posti al riparo dai rischi grazie alle pregresse iniezioni di denaro pubblico, si era deciso che le banche, presumibilmente quelle degli altri, potevano “fallire”, abbandonando il bail out e imponendo il “bail in”: le banche in crisi sarebbero state salvate non dagli stati ma dagli eroici risparmiatori progressivamente espropriati, dagli azionisti ai correntisti, passando per varie categorie di obbligazioni, dei beni che tanto fiduciosamente vi avevano portato. Il bail in venne inserito nell’ordinamento italiano nel 2013, vigente Enrico Letta, con il silenzio di maggioranza (figuriamoci), stampa (ormai parte del problema, tanto è asservita ai poteri forti), grillini (ancora presi da problemi esiziali come le comparsate sui tetti e le sceneggiate sui banchi) ma anche da soggetti creduti un po’ più competenti come Banca d’Italia, ABI e Consob: tutto va ben madama la marchesa, tutto va ben messer lo cavalier.

Le banche italiane oggi soffrono delle sofferenze e se è vero che alcune hanno ecceduto nel finanziare gli amici degli amici (e fra queste indubitabilmente il Monte dei Paschi) è anche vero che 8 anni di recessione ed austerity non potevano non avere effetti sulla gestione di aziende che in ogni caso seguono l’andamento dell’economia e se l’economia va male i margini si riducono (complice anche la scelta mai avvenuta nella storia umana di imporre tassi bassissimi o negativi per aiutare gli stati indebitati) ed il valore reale dei crediti si riduce a causa dell’impossibilità di riscuoterli tutti. Ma la bomba atomica per le banche italiane è stato proprio il bail in che ha diffuso sfiducia a piene mani. La fiducia è la materia prima delle banche che altrimenti sono le aziende più fallibili di tutte dato che attuano un arbitraggio fra indebitamento a breve/brevissimo ed impieghi e medio lungo termine: se deposito 500 euro nel c/c, faccio il giro dell’isolato e li prelievo al bancomat, nel frattempo quei soldi possono essere stati convertiti in un mutuo trentennale. Le riserve di liquidità coprono, abbiamo visto in Grecia, 7/10 giorni di operatività trascorsi i quali si va in default. E l’unico modo per evitarlo è credere che questo non accadrà mai: a pensarci bene è assurdo che un’attività fra le più complesse fra quelle inventate dagli uomini si basi su presupposti così aleatori ma questa è la realtà ed il bail in fa strame di questi presupposti.

Che quindi il giudizio sul bail in dovesse essere quello espresso da Fantozzi sulla corazzata Potemkin era evidente sin dall’inizio e non ci voleva un cursus onorem in economia finanziaria ma bastava una laurea presa bene in economia e commercio, forse anche un buon diploma di ragioneria preso prima del 1990. Era chiaro a tutti che le banche non sarebbero mai nate e cresciute se si fosse ammesso che potevano legalmente trattenere, al bisogno, i soldi dei depositanti ed investitori ed infatti dal 1472, data di nascita del MPS, è stato tutto un fiorire di norme volte a garantire la moralità dei banchieri ed a sanzionare le loro malefatte con pene gravi ma anche ad alleviare le perdite dei risparmiatori con fondi di garanzia di vario genere: tutto dimenticato in nome della nuova frontiera che imponeva l’esproprio e legava le mani agli stati.

Il prototipo del bail in fu sperimentato a Cipro nella primavera 2013 mentre in Italia è arrivato a novembre con le 4 banchette salvate da due sprovveduti pieni di sé che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Chi dà la colpa alla Brexit si scorda che il crollo delle quotazioni delle banche era già iniziato allora e aveva avuto anche momenti peggiori: chi volete che si tenga azioni ed obbligazioni di istituti che possono trasformare liberamente il denaro in carta straccia? Caso mai occorrerebbe ringraziare i nostri amici inglesi per aver portato ad evidenza l’assurdità della teoria ordoliberista tedesca che pretende di imporre regole alla politica e di omogeneizzare pro domo loro situazioni del tutto diverse.

Tutta questa lunga premessa per dire che il problema viene da lontano e non è tutta colpa di Renzi che ha invece la responsabilità di avere giocato all’aspirante maghetto applicando il bail in come un coglione e quindi aprendo il vaso di Pandora delle paure più recondite degli investitori. Occorre dire che Renzi ha capito rapidamente l’errore fatto, ha fatto secca la Boschi (mandata a presenziare a cerimonie ed esequie ma tenuta scrupolosamente lontana da qualsiasi cosa conti qualcosa) e ha aperto un fronte Italia-Germania apparso inizialmente strumentale ma che poi ha assunto consistenza. I fronti aperti sono tre: immigrazione, crescita e banche, quest’ultimo adesso incredibilmente urgente. I primi tentativi sono andati buchi ma i rumors fanno pensare ad un pressing costante che potrebbe sfociare nell’impensabile, cioè in un atto di volontà sovrana con cui il Governo italiano salva il MPS, l’istituto che potrebbe catalizzare la crisi, nonostante l’UE.

Occorre dire chiaramente che questa partita deciderà il futuro del nostro paese ed il livello di benessere fino alla mia presumibile estinzione (mediamente prevista, essendo un maschio bianco toscano, attorno al 2044). Non esiste un paese ricco e sovrano che non abbia un sistema bancario proprio ed affidabile: non si tratta di fare l’elegia dei poteri forti ma di accettare realisticamente la constatazione che il sistema bancario è, all’essenza, l’infrastruttura che tiene insieme e fa funzionare un sistema economico nazionale, mettendo in contatto le diverse sfere economiche, gestendo il risparmio, garantendo il finanziamento dello stato via tributi e prestiti, moltiplicando il valore degli investimenti tramite il meccanismo della riserva frazionaria. Che cosa significhi perdere le banche per 20 giorni lo possiamo chiedere a Tsipras che, appena smesso i bancomat di erogare banconote, ha smesso i panni del rivoluzionario per vestire quelli del leader responsabile. Che cosa significhi perdere tutti i risparmi lo possiamo chiedere agli obbligazionisti di Banca Etruria, probabilmente un fatto esistenziale che colpisce la sfera della personalità prima ancora che quella economica. Un fallimento esteso del sistema bancario seminerebbe panico e sfiducia, distruggerebbe il credito, scatenerebbe la fuga dei capitali residui, bloccherebbe l’afflusso dei nuovi, determinerebbe regole ancora più dirigistiche dell’economia e della vita personale fino al limite del divieto di espatrio per evitare fughe di valuta. Distruggerebbe l’economia reale ed i posti di lavoro. Legittimerebbe le richieste di ITexit alla luce del fatto che è meglio avere depositi pieni di  Lire che letteralmente vuoti di Euro.

In una corsa ad ostacoli senza fine compresa fra la sconfitta alle comunali e l’incertezza del referendum, Renzi ha la possibilità di salvare ad un tempo il Paese ma anche se stesso ed il PD. Se veramente trovasse una maniera di rifinanziare le banche deboli, a partire da MPS e Carige, magari sfidando definitivamente una Merkel ormai cotta dalle cazzate fatte lo scorso anno (no alla Grexit, sì all’invasione islamica) e che difficilmente verrà ricandidata nel 2017, pochi potrebbero negargli il riconoscimento della leadership di un Paese che ha come uniche alternative quelle di un ottantenne cardiopatico o di uno che si illude di accreditarsi verso i poteri forti ma si perde sulla strada per Gaza. Ben facilmente coalizzerebbe attorno a sé la maggioranza del ceto medio italiano che non potrebbe non essergli grato per aver salvato i risparmi di una vita. A quel punto avrebbe buon gioco a vincere il referendum o almeno a perderlo senza grosse conseguenze mentre farebbe secca quella parte del PD che pensa ancora a Che Guevara ed alla revolucion. PD che non potrebbe non giovarsi, d’altro canto, del fatto che il fallimento del MPS ne determinerebbe la fine politica e probabilmente esistenziale: dopo le banchette il PD ha perso 5 comuni sui 6 in cui si è votato in Toscana, pensate cosa succederebbe se venisse giù una banca che spadroneggia nelle rosse Toscana ed Umbria con presenza in Emilia. Il PD storicamente non può vincere le elezioni se non stravince in centro Italia e senza la mietitura di voti in queste regioni si candida semplicemente all’estinzione. E d’altro canto una procedura fallimentare, non esclusa dal bail in per la “vecchia” banca, potrebbe portare alla luce eventi e situazioni talmente gravi da giustificare anche un omicidio, non si sa con quale impatto per il PD che ha sempre avuto nel Monte la “sua” banca.

Questa partita è difficilissima perché si gioca su livelli siderali, non si sa quanto adatti al rignanese, e perché il male delle banche italiane, i crediti in sofferenza, è diffuso: non è detto che salvare gli istituti  più deboli sia sufficiente perché potrebbe scatenare l’attacco contro gli altri e non è detto che le munizioni siano sufficienti. Inoltre Matteo si scontrerà con la decadente nomenclatura burocratica bruxellese che vuole vendicarsi della Brexit facendo strame dei paesi privi di bomba H. Ma ha anche frecce al suo arco, la prima delle quali è la consapevolezza piena della nomenclatura italiana circa le cazzate fatte in passato per mero spirito di conformismo europeo e la necessità di cambiare passo: Visco che chiede l’intervento pubblico parla per conto di Draghi, Patuelli esprime un sostegno di poteri forti che capiscono che la globalizzazione ne sta facendo le prossime vittime, Monti è ormai semplicemente inviso ai programmi TV. In una battaglia per la vita o la morte, Renzi potrebbe essere sostenuto anche da quell’elettorato che ormai è sfiduciato circa le politiche europee: 5 anni sono passati e la teoria dell’austerity, che ha fallito, ed i suoi mentori non hanno più alcuna attrattiva per popolazioni ridotte allo stremo, invase da stranieri, prigioniere di regole imposte da lontano, capziose, discriminanti, incoerenti, fonte di continue mediazioni ed interpretazioni che alla lunga debilitano la stessa democrazia. Ed infine, dopo di lui è probabile che arrivi il diluvio, fatto di un altro Quisling in loden. Ma se ciò non bastasse, il maggiore alleato sono i suoi nemici, i leader politici tedeschi che stanno realizzando la gravità della situazione italiana e che siedono su una bomba D(erivati) che sarebbe esiziale anche per loro, come dimostra il brutale realismo di Schauble nel bloccare qualsiasi volo pindarico ed ideologico di ulteriore integrazione politica e la sua prudenza rispetto alle inconsulte dichiarazione dell’allevatore suinicolo Diselblum che, come i generali nel bunker di Berlino nel maggio 1945, ancora si aspetta un’onorificenza per essere il più europeista di tutti mentre il suo capo alcolizzato è stato di fatto messo alla porta dai tedeschi.

Rispetto all’importanza della posta in gioco, occorre anche essere realisti ed evitare di ripetere gli errori del 2011 nei confronti di un leader magari immaturo ed antipatico ma certo molto più presentabile del Berlusconi del bunga bunga: anche su questo le forze politiche e l’opinione pubblica dovrebbero fare un serio ragionamento. Ed infine occorrerebbe fare come Obama nel 2009: dimenticare per un attimo responsabilità e privilegi goduti dai banchieri per raggiungere un fine di livello più alto. Onestà e giustizia sono cose belle ma spesso irrealistiche e distruggere le banche per fare male ai banchieri corrisponde al gesto del marito che si evira per fare dispetto alla moglie. Del resto era dagli anni ’90 che le banche non avevano bisogno di un aiutino e se pensiamo a quanto è successo nel frattempo, dalla globalizzazione a internet alla bolla demografica, non possiamo non accettare il fatto che ogni tanto lo stato intervenga per un tagliando. Che poi la presenza dello stato sia breve e, nel medio periodo, si accompagni ad un’opera di moralizzazione delle stesse sarebbe auspicabile ma per questo ci sono tempi e modi diversi da quelli dettati dall’emergenza. D’altro canto un intervento mirato dello stato potrebbe anche salvare capra e cavoli o, meglio, banche risparmiatori e burocrati nella misura in cui, finanziando un fondo che acquisisca a prezzo adeguato le sofferenze, potrebbe poi girare i proventi della risoluzione delle stesse ai risparmiatori eventualmente chiamati a supportare l’operazione tramite un bail in: cose normali negli anni ’90 che oggi sembrano fantascienza alla luce della miriade di norme e trattati che impediscono ad uno stato (ex) sovrano di gestire la cosa pubblica nell’interesse dei cittadini.

Proprio i risparmiatori meritano un’ultima notazione. Non ci prendete per i fondelli: che il MPS fosse una banca a rischio lo si sapeva da anni. Che ci sia qualcuno che dopo il 22 novembre tiene ancora lì soldi ed investimenti appare inverosimile ma siccome accade la spiegazione è solo una: si aspetta l’intervento dello stato per portarsi a casa i benefici delle obbligazioni junior con la logica che di solito si imputa proprio alle banche, cioè privatizzare i profitti e pubblicizzare le perdite. Questo è moral hazard bello e buono ed il fatto di essere piccoli risparmiatori e di dover essere salvaguardati come effetto collaterale della stabilità del sistema non preclude un giudizio negativo su questi comportamenti che, a mio avviso, andrebbero sanzionati con una tassa di scopo: ti salvo ma paghi una bella patrimoniale del 15-20% sul tuo investimento. Va bene essere furbi, ma il troppo stroppia.

 

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