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Terrorismo

White Lives Matter

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Come in un orrendo countdown del terrore, i ritmi si fanno sempre più serrati: solo 19 giorni fra la strage di Orlando e quella di Dacca e solo 13 fra questa e quella di Nizza. Ormai dobbiamo prepararci alla strage settimanale e poi a quella quotidiana. Lascio perdere che nel mezzo ci sono state anche quelle di Istanbul e Bagdad che in fondo non me ne frega niente perché sono regolamenti di conti interni fra i mussulmani, cose che riguardano “Loro”. Quelle che mi interessano sono quelle di occidentali, bianchi, cristiani, quelle che riguardano “Noi”.

La strage di ieri a Nizza getta una luce definitiva su quella di Orlando, volutamente mistificata dal “Loro” presidente USA. Il terrore non ha bisogno di cellule, gruppi, headquarters, catene di comando, piani d’azione, strategie. È diventato un’immensa community nutrita dal “Loro”senso di identità, dall’odio verso i diversi (cioè “Noi”), da poche parole d’ordine dette da un califfo e diffuse con mezzi moderni ed antichi. Il terrore nasce in un brodo di coltura in cui non è richiesta una preventiva adesione a movimenti, partiti, ideologie. La radicalizzazione individuale, che tanti dubbi aveva seminato nelle testoline politically correct dei “Nostri” che tifano per “Loro”, non è un’eccezione ma una regola: chiunque può andare in paradiso a trombare le 72 vergini riverginizzanti semplicemente uccidendo dei cristiani, nel posto in cui si trova, con gli oggetti di cui dispone, dicendolo apertamente solo nell’imminenza del fatto o addirittura facendone a meno ed avvalendosi della possibilità di lasciare un’eredità di cadaveri che testimonia che l’assassino era dei “Loro”, un buon mussulmano.

A differenza del terrorismo politico europeo degli anni ’70, quello islamico non assume necessariamente forme organizzate ma si sta configurando come uno stato dell’anima, un dato esistenziale, un sentimento individuale ed intimo che diventa pubblico con l’esplosione di violenza. Il terrore arriva a rappresentare la panacea di qualsiasi disagio, collettivo ed individuale, sia esso economico, sociale, culturale, relazionale, identitario, esistenziale, financo sessuale: se non ti senti a posto in questo mondo, basta una bella strage e passi beatamente all’altro mondo risolvendo i tuoi problemi alla radice. È talmente diffusa questa metodologia che addirittura l’ISIS appare in difficoltà nel riconoscere gli attentati e gli attentatori: sono tutti soggetti che non risultano dai suoi data base, che aderiscono al movimento solo in termini ideologici ed emotivi, che sono al di fuori di qualsiasi organizzazione e pianificazione che lasci prevedere cosa faranno. È appunto una community in cui il legame è il brand ed i valori che veicola con sé e l’adesione si nutre di quelli che il nostro diritto chiama “comportamenti concludenti” che dimostrano la volontà di aderire, istantaneamente e per pochi istanti prima della morte, a quel mondo. Quello che importa per “Loro” non è il prima (l’adesione, l’iniziazione, la carriera) ma il dopo, il ricordo che lasciano e la beatitudine che trovano nel loro paradiso dannato. E se questa modalità è vera, allora chissà quante volte si è verificata senza che vi fossero le condizioni per riconoscere la strage come segno di terrorismo: l’aereo francese caduto nell’Atlantico nel 2009, quello diretto in Egitto lo scorso maggio, l’aereo malese scomparso dal globo terracqueo nel marzo 2014, quello caduto in Ucraina pochi mesi dopo (ed immediatamente messo sul conto di Putin, che così allora conveniva), forse addirittura il German Wing caduto sui Pirenei e ricondotto, tanto per cambiare, al disagio esistenziale del pilota.

Se questo è vero, allora il pericolo è ovunque. Non esiste il buon islamico, chiunque di “Loro” all’occorrenza ti può colpire, torturare, uccidere, lì per lì, nel posto in cui si trova, con quello che ha – un’auto, un coltello, una sega elettrica, un bastone, una pietra, un veleno, un dirupo – come in una continua riedizione dei film horror americani. Vuol dire che la nostra società è divisa secondo linee di frattura che sono etniche e religiose. E quindi significa che siamo in GUERRA, una guerra civile ma pur sempre guerra. E che quindi “Noi”, i buoni, quelli che hanno creato la civiltà umana per come è oggi,  dobbiamo difenderci. E poterci difendere.

Nessuno potrà mai valutare appieno il danno fatto da Obama nel precipitare nel caos il Medio Oriente prima con le “Primavere” e poi lasciando che l’ISIS assumesse i contorni di uno staterello irredentista (una sorta di Regno del Piemonte o di Serbia per il ruolo che hanno avuto nel processo di indipendenza italiano e slavo) che ha chiamato a raccolta i mussulmani belligeranti di tutto il mondo e ha creato una prospettiva politica ed ideologica per le masse islamiche. Obama è un negro, probabilmente nato all’estero e mussulmano, al massimo immigrato di seconda generazione  figlio di secondo letto di un keniano. In nessun modo può rappresentare l’identità e lo spirito americano ed occidentale da cui culturalmente è lontano. È il prodotto di un marketing politico che mirava alla società meticciata in nome di un egualitarismo ed umanitarismo apparentemente lodevoli ma che nascondevano il tentativo di sovvertire l’ordine su cui si basa, da secoli, la civiltà umana. La grande crisi del 2008 lo ha portato alla ribalta come “americano giovane” contro una vecchia cariatide, adesso alla fine dei suoi mandati sta mostrando il suo vero volto: falso, bugiardo, divisivo, mistificatorio, razzista verso i bianchi. Fortunatamente volge al termine, sarà bene per il futuro evitare di dare posti di potere ai rappresentanti di etnie che non sposano appieno il nostro modello di civiltà perché il processo di mescolamento culturale che tanto piace ai beoti come Renzi ha bisogno di condizioni (tanto tempo, tanto benessere, tanta volontà, tanta intelligenza e anche tanta cultura) che oggi non ci sono e che hanno bisogno di generazioni per manifestarsi. E allora tanto vale evitare di crearsi problemi che non possiamo risolvere, perché un altro problema del politicamente corretto occidentale è stato quello di prescindere completamente dal fattore tempo: si danno per scontate e per fatte cose che hanno bisogno di secoli per realizzarsi (l’integrazione ed il multiculturalismo tollerante, appunto, ma anche per altri versi la tutela dell’ambiente) senza considerare il “qui ed ora”, le condizioni presenti da cui non si può prescindere per pianificare il futuro. E qui ed ora ci siamo noi, gli occidentali bianchi, blandamente cristiani, razionalisti, che hanno voluto provare a essere inclusivi, tolleranti, aperti e che ora per ricompensa vengono macellati come bestie sacrificate al dio feroce dell’Islam, alla cupidigia dell’iperliberismo ed ai deliri ideologici dei comunisti che non si sono mai fatti una ragione del fallimento storico della loro ideologia. E che hanno tutto il diritto di urlare che le loro vite contano, molto, più di qualsiasi idea balzana di pacificazione e integrazione basate sulla paura, sulla morte e sulla sottomissione. E anche più di quelle degli “Altri”, che non abbiamo più nulla di cui colpevolizzarci e farci perdonare.

Ed in generale è necessario che la nostra società occidentale, bianca e di radici cristiane, si ricomponga per difendersi dall’attacco. Perché l’Islam non è un fenomeno endogeno europeo ed è tuttora un fenomeno minoritario. L’Islam non è una religione autoctona europea essendo arrivata nel nostro continente a seguito delle invasioni araba della Spagna e della Sicilia e ottomana dei Balcani. Gli unici stati europei dove esiste una popolazione mussulmana autoctona sono Albania e Bosnia, peraltro anche in questo caso a seguito di dominazione straniera. Nell’UE i mussulmani sono quasi esclusivamente provenienti dall’estero (Africa e Paesi Arabi in generale) essendovi arrivati a partire dagli anni ’50-’60 a seguito della decolonizzazione anglo-francese ed il numero complessivo dei mussulmani è oggettivamente ancora limitato, attorno al  5/6% della popolazione totale.

La “Loro” forza non è nei numeri ma nell’identità e nella determinazione mentre “Noi” siamo deboli a dispetto dei numeri per la nostra divisione e per la nostra indeterminatezza ideologica, politica e militare che si sostanzia in un “politicamente corretto” che ci impedisce (ormai anche in termini giuridici) anche solo semplicemente di dire parole che ci permettano di riconoscere la realtà, una gabbia che ci siamo costruiti intorno ma che non trattiene coloro che semplicemente si fanno beffe delle ubbie democratiche e progressiste della sinistra buonista appoggiata da un apparato mediatico che è ormai parte del problema e svolge le funzioni che ai tempi erano di un Minculpop. Una parte della popolazione bianca  è ben lieta di allearsi con “Loro”, come nel caso dell’elezione del sindaco di Londra, mentre ovunque la sinistra ammannisce tesi giustificazioniste basate su letture del tutto semplicistiche ed autoreferenziali del Corano che vengono semplicemente smentite non dico dagli attentati ma dal semplice e sprezzante silenzio delle comunità islamiche europee, nessuna delle quali ha mai condannato apertamente gli attentanti e disconosciuto la coerenza e compatibilità degli stessi con l’Islam. Occorre riconoscere che le dimensioni del “Noi” e “Loro” esistono, sono probabilmente connaturate alla natura umana, che in questo momento cadono su linee di frattura etniche e religiose e che di fronte ad una vita di guerra e di terrore le divisioni interne al “Noi” devono essere accantonate per evitare drammi e sofferenze inaudite. Del resto sotto la minaccia di Hitler il mondo democratico seppe superare le divisioni fra democratici e comunisti, monarchici e repubblicani e financo  quelle tradizionalmente esistenti fra gli stati in vista di una battaglia di civiltà. Probabilmente basta volerlo e cominciare a dire parole diverse: guerra, misure speciali, de islamizzazione, apartheid.

I recenti europei di calcio hanno dimostrato che il terrorismo non è invincibile: nessuno degli attentati attesi ed annunciati si è verificato. È vero che si trattava di un periodo limitato ma nessuno avrebbe potuto impedire ad un camion di investire tifosi in giro per le città. Probabilmente la realtà era diversa e la sicurezza si è realizzata attraverso misure speciali di militarizzazione ed intelligence che hanno allontanato dagli stadi i soggetti a rischio, cioè probabilmente chiunque avesse un nome non francese. Però, su orizzonti temporali più lunghi e ambiti più ampi, con tutte le difficoltà del caso, è questa probabilmente la soluzione più realistica, quella di una società che adotta massivamente le misure speciali tipiche della lotta al terrorismo ed alla mafia a partire da una progressiva schedatura degli islamici  ed alla militarizzazione della vita civile. I francesi rifiutano questa impostazione in quanto la stagione del terrorismo l’hanno attraversata non da vittime ma da supporter ma è il momento anche per loro di cambiare passo se non vogliono che la strage diventi quotidiana.

Il vantaggio è che il nemico non si chiama Bernardo Provenzano o Cesare Battisti ma Mohammed o Abdul: i nostri nemici non si confondono con “Noi” ma sono ben diversi per nomi, lingua, aspetto fisico, religione, comportamenti. Le norme possono essere ben tarate su di “Loro” lasciando almeno parzialmente indenni i “Nostri”. Questo atteggiamento verrà chiamato razzismo, xenofobia, islamofobia: è vero ma pazienza  perché queste sono solo parole che ci siamo inventati “Noi” e che ora vengono usate in modo dispregiativo ma che in un altro contesto mentale e culturale possono assumere una valenza positiva e comunque corrispondere ad un razionale perché è falso e mistificatorio negare che ormai l’Islam e lo straniero ed il diverso fanno paura e costituiscono un pericolo. E, per essere, chiari, tutto l’Islam fa paura, non solo quello presunto radicale contrapposto ad uno moderato che sta dimostrandosi inesistente: non solo tutti i terroristi sono mussulmani, ma ogni mussulmano può diventare terrorista. La zona grigia è enorme e comprende forse tutta la comunità islamica europea che si accorge di poter tifare per i jihadisti e di poterli fiancheggiare senza temere niente da un sistema infarcito di regole create in contesti ed epoche diverse ma che adesso oggettivamente l’avvantaggiano. Di fronte a questa realtà occorre assumere chiare misure di contenimento e riduzione della presenza islamica nelle nostre società, bloccando ovviamente l’immigrazione e cominciando ad indurre una fuoriuscita mediante misure apertamente discriminatorie a vantaggio dei nativi nel campo del lavoro, della casa, dei servizi sociali: in mancanza dei vantaggi materiali, molti di “Loro” potrebbero essere indotti a tornarsene a casa loro o svernare in altri lidi. Ed infine anche il tabù della cittadinanza deve essere sfatato: in una guerra civile si crea naturaliter una divisione fra cittadini per i quali non si possono usare criteri di par condicio: occorre decidere chi merita tutela e chi no in quanto contrario ai principi che quella tutela ispirano. Non possiamo dare tutti i diritti a chi si ritiene estraneo a “Noi” ed al “Nostro” modello civile e anzi lo usa per ucciderci. Cittadinanza è cosa diversa da nazionalità e occorre ricominciare a dare un significato a questo secondo concetto.

In generale la pressione sul mondo islamico europeo deve aumentare: non si possono più accettare atteggiamenti simpatizzanti nascosti dal “non capisco” o “non sapevo”.  Il terrorista islamico vive in un contesto di controllo sociale che per sua natura è permeante ed oppressivo e quindi almeno qualcuno “deve avere saputo” e “avrebbe dovuto denunciare” il fatto alle autorità. Non facendolo  si diventa oggettivamente complici e colpevoli e, anche se le sanzioni giuridiche non sono applicabili, quelle sociali di sospetto e discriminazione devono essere attuate per indurre quanti più possibili ad aderire all’ordinamento giuridico. Né vale la considerazione che alcuni passeranno al terrorismo perché tanto oramai lo fanno proprio perché sanno di non rischiare niente salvo la consapevole perdita della vita, senza conseguenze per i loro cari, compensata dall’orgia indecente che li aspetta nel loro eden maledetto. Tutti devono sapere che il terrorismo li può danneggiare, solo così cesserà l’effetto band wagon e cominceranno a nascere pentiti e dissociati.

Difficilmente queste misure verranno prese dalle forze politiche nate dalla II GM. Ma fortunatamente la Brexit annuncia che questo lunghissimo dopoguerra sta finendo. Le vittorie di Hofer, Trump e Marine potrebbero essere il segno della riscossa della civiltà bianca verso le minacce interne ed esterne che ormai sono evidenti.

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