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Immigrazione, Politica Europa, Terrorismo

La forza della verità, il coraggio dell’unità

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Mancava un tassello al campionario dei crimini islamici in Europa e ieri anche questo è stato aggiunto al puzzle. L’assassinio di Don Jacques a Saint-Etienne, la sua efferatezza, il carattere evidentemente e volutamente  dissacrante e  profanatorio con cui si è svolto sgombrano il campo definitivamente dalle illusioni, dagli infingimenti, dalle menzogne che abbiamo sentito in questo anno riguardo all’invasione islamica ed alle conseguenze per le nostre società. Il Medio Oriente, con il suo carico di odio razziale etnico e religioso, di violenza teatrale ed intimidatoria, di sopraffazione, è finalmente giunto anche da noi: non sfugge a nessuno l’empietà dell’aggressione a sette vecchietti in una chiesa aperta ed indifesa, dell’omicidio di un ottuagenario pacifico e pacifista, tanto vicino ai mussulmani che anche l’Imam locale l’ha definito serenamente come un suo amico, della blasfema e fortunatamente per noi incomprensibile omelia islamica con cui gli assassini hanno voluto profanare un tempio non loro, annettere alla loro religione un ambito dedicato ad un altro Dio, testimoniare qual è secondo loro il futuro delle relazioni interreligiose in Europa. E danno la loro risposta anche agli intellettuali della superiorità morale dei mussulmani che, secondo loro, uccidevano gli occidentali perchè disprezzavano il loro nichilismo: non basta essere devoti ad un altro dio per ottenere la salvezza, la salvezza è solo in Allah.

Due settimane da incubo dovrebbero aver sgombrato il campo da tutte le illusioni e menzogne con cui le nostre società ricche e disperate, indebolite, divise, pavide, imbelli hanno cercato di negare, nascondere e mistificare la realtà. Viene da ridere, se non ci fosse da piangere, se si pensa che solo pochi mesi fa si plaudeva ai “popoli in cammino” dicendo che gli immigrati avrebbero salvato i nostri sistemi sociali e pagato le nostre pensioni e che ancora qualche settimana fa la Boldrini auspicava l’arrivo in Italia, non in Europa, di almeno 10 milioni di migranti. Nelle ultime settimane la propaganda pro immigrazione era stata virata sul demenziale refrain delle malattie mentali che spiegavano gli atti di violenza inconsulta, totalmente unilaterali, compiuti dai mussulmani ai danni di altri, non necessariamente solo cristiani e solo bianchi. Un continente che pretende di far discendere la sua cultura dall’illuminismo e di basare la sua civiltà sul razionalismo è stato costretto per  giorni a subire le menzogne deliranti che una classe politica inetta, pavida ed imbelle ha dispensato tramite un sistema mediatico degno dei regimi totalitari e con l’appoggio di una classe intellettuale che del politicamente corretto, unilaterale e totalitario, completamente decontestualizzato e declinato in termini apoditticamente ideologici, ha fatto uno strumento di guadagno, prestigio e visibilità. Come in tutte le guerre la prima vittima è stata la verità. Ma se la verità è stata uccisa, la guerra contro chi è stata dichiarata? Non certo contro i mussulmani, siano essi immigrati o cittadini europei, che sono stati invece blanditi, coperti, invitati ed aiutati. La guerra è stata condotta contro i nativi europei, non tutti ma la stragrande maggioranza di essi, quelli che per condizione, cultura, risorse, legami non solo non hanno avuto la  possibilità di beneficiare appieno dei vantaggi di una società globalizzata e multietnica ma non hanno avuto neanche la possibilità di difendersi dagli svantaggi evidenti in campo civile, economico e sociale che essa ha prodotto o addirittura di abbandonare il campo rifugiandosi in paesi in cui questi problemi non ci sono o sono minori.

L’assassinio di ieri colpisce forse di più perché non è una manifestazione di odio generico ed indistinto ma è mirato, chirurgico, sceneggiato in modo da colpire in profondità l’identità dell’Europa. Il nostro continente pare dimentico del suo retaggio cristiano: la chiesa ieri era vuota –  solo 3 suore, un vecchio prete, due anziani fedeli. Solo il 30% scarso degli europei si considera credente. La ritualità cristiana si è fatta, nei secoli, sempre più modesta e sobria, si è ridotta al più alla messa domenicale e nelle feste comandate,  adattandosi alle esigenze di una società che corre e che ha sempre meno tempo per fermarsi a pregare. La pratica del digiuno, di fatto sporadica, parziale e limitato ad un solo pasto, viene taciuta da chi la pone in essere per non apparire “strano” a fronte di mussulmani, anche laici, che la attuano pubblicamente tutti gli anni per 40 giorni di seguito. Lo stesso atteggiamento del credente di fronte al suo Dio è lontanissimo da quello teatralmente sottomesso prescritto dall’Islam a quelli che non a caso sono definiti “sudditi” di Allah. Ma questa patina di razionalismo, scetticismo, agnosticismo, disinteresse non può nascondere definitivamente il fatto che il cristianesimo ha improntato a se stesso, ai suoi canoni etici essenziali, non solo la civiltà europea ma quella mondiale. Il cristianesimo, cresciuto nell’Impero Romano, ha fatto piazza pulita di ludi gladiatorii, belve che divoravano uomini, crocifissioni, supplizi di ogni genere. E laddove è stato esportato, anche in modo di per sé violento come attraverso conquiste e colonizzazioni, ha sgombrato il campo da sacrifici umani, vedove arse sul rogo, cannibalismo ed altre atrocità. I suoi principi essenziali – l’uguaglianza degli esseri umani in quanto tutti creati ad immagine e somiglianza di Dio, l’attenzione alle persone ed in particolare a quelle più deboli, il perdono, la compassione, la carità, la fratellanza – non sono più segno identitario dei cristiani semplicemente perché sono stati trasfusi in una cultura genericamente umanitaristica che ha a sua volta impregnato di sé i più reconditi angoli del mondo. Possono esserci varie religioni, vari modi di porsi in relazione ad una divinità, ma le differenze riguardano solo il momento trascendente  del rapporto con le divino: non esistono al mondo, oggi, culti e culture che ammettano esplicitamente comportamenti concreti che siano apertamente in contrasto con quelli cristiani. Salvo l’Islam, almeno nelle sue interpretazioni più integraliste. Non ci sentiamo più cristiani semplicemente perché siamo diventati “umani”. Ma non saremmo umani, nel senso moderno del termine, se non fossimo cristiani nel profondo: dell’anima, della cultura, dell’identità individuale e civile. Gli europei questo lo hanno profondamente interiorizzato: non sono dei baciapile ma trovano un elemento di identità in questa religione tollerante, pragmatica, flessibile, compatibile con il pieno sviluppo della vita terrena, perlomeno nel senso di rifiutare senza indugi una religione che è invece intollerante, totalitaria, dogmatica, e che rinvia ogni soddisfacimento ad un eden fatto di latte, miele e vergini.

L’omicidio del pretino pone in primo luogo la Chiesa di fronte alle sue contraddizioni. E prima di tutti Papa Francesco. Questo breve scorcio iniziale di pontificato ha innovato profondamente prassi e orientamenti della Chiesa Cattolica portandola a scelte che soltanto pochi anni fa sarebbero state inverosimili e che hanno determinato un ulteriore passo verso le interpretazioni moderne e moderniste della società e dei rapporti fra gli uomini. Sono scelte che hanno destato in parte del mondo cattolico perplessità e resistenze ma che vanno nel senso della tradizione e della storia della Chiesa. Non tutta la storia europea ed occidentale è stata guidata dalla religione, anzi. La Chiesa ha subito nel corso di 20 secoli tutte le influenze positive e negative che altre correnti intellettuali e politiche hanno prodotto: non c’è da stupirsi e difficilmente sarebbe stato possibile fare diversamente. Spesso il cattolicesimo è stato considerato fattore di ritardo e arretratezza ma probabilmente il ruolo della Chiesa non era quello di porsi avanti ma di fianco, di filtrare le novità che provenivano dalla scienza, dalla politica e dall’intellettualità prendendosi il tempo, anche lungo, per analizzarle, valutarle, selezionarle. Ed alla fine incorporarle nella sua dottrina, nella sua pastorale e, in ultimo, nella sua narrazione tanto più importante nella misura in cui serviva ad acculturare popolazioni ignoranti che avevano nella Chiesa l’unica possibilità di formazione. La Chiesa, al netto di errori e deviazioni che in 20 secoli sono ineliminabili, ha fatto non da acceleratore ma da volano alla società europea, accompagnandone la crescita (civile, sociale, economica, tecnologica, scientifica, etica, estetica), dimostrandosi rigidissima sui canoni fondamentali e flessibile su tutto il resto: una dottrina che ha giustificato l’invasione di 4 continenti e lo sterminio delle popolazioni locali ed adesso promuove l’autoinvasione e l’annichilimento delle popolazioni native, che ha bruciato le donne perché streghe e adesso benedice i matrimoni gay, che ha scomunicato Galileo e creato università ed accademie, non può non individuare nella flessibilità il suo dato caratteristico. Da cattolico, non so dire se questo sia frutto di profonda saggezza umana o di scintilla divina ma è quello che è successo. Ed alla fine i frutti di questo lavoro profondo e continuo si vedono oggi, quando le idee cristiane si sono dimostrate migliori delle altre e spesso anche di chi, nel corso dei secoli, le ha rappresentate ed interpretate.

La flessibilità della Chiesa è stata anche quella della società europea che ha conosciuto un’evoluzione, prima di tutto antropologica, che ne fa una cosa ben diversa e distinta da quella islamica ferma a dettami del 632 D.C. Non è islamofobia notare che il confronto fra cristianesimo ed Islam data da quasi 15 secoli e che in questo lunghissimo periodo, pari a circa 1/3 della storia del nostro continente, non c’è stata quasi mai pace ma soprattutto non si sono mai create le condizioni per il mescolamento, per la prolungata convivenza pacifica di queste popolazioni diverse nella stessa area. Addirittura, l’identità stessa del cristianesimo, specie in alcuni paese europei (Balcani, Austria, Spagna ma anche in parte L’Italia meridionale) si è andata definendo a partire dal rifiuto dell’Islam e dalla lotta contro di esso. La scommessa di Papa Francesco tradiva un pregiudizio verso la capacità delle società europee di riconoscere e riconoscersi nelle loro radici cristiane. La scarsa partecipazione ai sacramenti e la perdita del senso del trascendente ha indotto i vertici ecclesiali a ritenere il continente ormai scristianizzato e bisognoso di una iniezione di spiritualità che hanno forse pensato di trovare nei mussulmani. Le frasi del Papa sul fatto che l’Europa è sicuramente invasa ma che questo fatto potrebbe dare risultati positivi lasciano senza dubbio pensare alla volontà di attuare un esperimento antropologico di rimescolamento che possa suscitare, per contrasto, una rinascita cristiana e possa allentare, anche attraverso la repentina irruzione di persone prive di tutto da mantenere, la visione puramente materiale ed economicistica che sembrava avere preso possesso degli europei. Ed al limite portare ad una “fusion” di cristianesimo e Islam su basi umanitaristiche, come del resto la debole attenzione che Bergoglio riserva alle questioni dottrinarie lascia ipotizzare. Se questo era il calcolo, allora è fallito e non per colpa dei cristiani. Al di là della sostanziale insostenibilità economica di flussi migratori a carattere continentale e della sostanziale iniquità del trattamento riservato agli europei (ed è da notare che il Papa non ha fatto ancora un viaggio ufficiale in un Paese europeo e che in Grecia è andato a sostenere le cause dei migranti e non quelle dei greci, ritenuti probabilmente ancora troppo poco poveri), il problema è il carattere irriducibilmente identitario dell’Islam per le popolazioni mussulmane, ancora troppo lontane da percorsi di evoluzione culturale che rendano compatibile la convivenza con altre religioni ed ordinamenti giuridici laici. Il tratto comune degli attentati degli ultimi giorni è stato, da un lato, quello del disagio esistenziale dei terroristi che ha trovato senso e sollievo in atti che testimoniano l’adesione e spesso il ritorno a quella matrice identitaria originaria rappresentata dalla loro religione e, dall’altro, il silenzio del grosso degli altri mussulmani che lascia presagire l’esistenza di dubbi e confusione al loro interno riguardo all’effettiva inammissibilità di questi atti rispetto al loro credo. Le voci che hanno espresso cordoglio e condanna sono state poche, la mobilitazione è stata nulla, ma soprattutto a questo punto sarebbe necessario un chiaro pronunciamento teologico sul destino che attende un fervente mussulmano  che si renda responsabile di reati di sangue di tanta gravità: questo oggi manca completamente, insieme ad un invito alle comunità mussulmane a vigilare per prevenire eventi del genere e favorire la convivenza con i nativi. Ed infine, le stragi hanno dimostrato l’assoluta mancanza di empatia degli attori rispetto alle loro vittime, segno di un’alterità che sembra albergare nelle loro teste e nelle loro anime. In questo senso, il progetto bergogliano di una cura shock per l’Europa è probabilmente fallito e sarebbe opportuno, anche per la credibilità della Chiesa, ripensarlo alla radice.

La politica europea deve a sua volta ripensare alle scelte fatte dopo la caduta del muro di Berlino. Queste scelte riguardano l’immigrazione (quella regolare ed economicamente produttiva dei decenni passati e quella sregolata e distruttiva di adesso), riguardano le politiche adottate in materia di cittadinanza e ius soli ma devono soprattutto riprendere contatto con la realtà e capire come questa è cambiata con globalizzazione, internet e variazioni demografiche. L’impressione è che la politica europea segua un’agenda che poteva forse andare bene negli anni ’90, infarcita di utopie bellissime (l’integrazione, l’uguaglianza, ma anche per altro verso la salvezza dell’ambiente) ma che chiedono tempi biblici che trascendono la stessa vita umana, una ferrea programmazione sociale che si traduce in mortificazione dell’individualità e l’impiego di risorse enormi che sono una causa non minoritaria della crisi economica europea odierna. Sono idee di un altra epoca, quando l’occidente esprimeva potere economico e politico e visione ideale insieme, ma che oggi sono lontanissime dalle potenzialità, dalle esigenze, dal vissuto e dal percepito del grosso del grosso della popolazione che guarda ormai con timore ai primi due gradini della piramide di Maslow.

Ed occorrerebbe forse cominciare a valutare l’impianto ideologico europeo post-muro di Berlino in modo sinergico: ha senso perseguire tutti insieme obiettivi oggettivamente incompatibili? L’Unione Europa ha rinunciato volontariamente allo sviluppo industriale anche per perseguire obiettivi di natura ambientale ma questo si è tradotto in un’alta disoccupazione che riguarda non solo i nativi ma soprattutto gli immigrati (di prima, seconda, … ennesima generazione) che non sono in possesso dell’istruzione, delle competenze e dell’abito mentale per lavorare in settori avanzati ed avrebbero bisogno di impieghi più semplici. Non esiste integrazione se accogli gente che poi è costretta a passare il tempo abbandonata a se stessa, isolata dai nativi, senza niente da fare se non navigare su intenet sui cellulari. E’ solo con il lavoro che si crea vicinanza, empatia, comunità di interessi, che si superano le barriere interpersonali: la storia dell’immigrazione dal sud al nord d’Italia di masse di persone che per molti aspetti potevano essere paragonati agli odierni migranti e che hanno avuto in fabbrica un processo di acculturamento e crescita civile prima ancora che sociale, dovrebbe essere un esempio da valutare attentamente.

I politici europei sono stati progressivamente selezionati secondo criteri di scarsa personalità, visione e volitività: gli ultimi politici di spessore sono stati la Thatcher, Kohl, Mitterand, Craxi. Si parla di quasi tre decenni fa, dopo sono venuti solo esperti di regolamenti, direttive, ratio finanziari: rassicuranti ed inoffensivi, adatti all’ordinaria amministrazione, non stupisce che di fronte ad eventi veramente epocali abbiano perso il controllo della situazione. L’errore esiziale è stato quello di pensare che con la fine del comunismo fosse finita davvero la storia. Non si è mai capito cosa Fukuyama volesse realmente dire ma probabilmente si è inteso che le identità etniche, nazionali, religiose avessero perso qualsiasi importanza in un mondo che proponeva benessere e gratificazioni ma anche chiedeva omologazione, flessibilità e mobilità. Si è caduti nell’errore di considerare questi elementi delle pure invenzioni che erano servite nella lunga transizione post II GM ma che rappresentavano concetti astratti o addirittura falsi: a chi importava veramente di essere francese o tedesco, ateo o credente, cristiano o mussulmano? Tutti incanalati in un flusso che ci avrebbe portati nel terzo millennio delle identità indistinte e fluide, legati dalla virtualità e lontani dalla fisicità, figuriamoci dalla violenza. Tutti dotati di cittadinanze nazionali facilmente concesse ma prive di contenuto, libretti a punti che davano solo premi (provvidenze sociali) e non chiedevano prezzi.

Il primo errore è stato evidentemente non capire che queste identità non erano speciose e fasulle ma corrispondevano ad un vissuto ed un sentito profondi. Esperienze nazionali e statuali millenarie, che negli ultimi decenni si erano accompagnate alla nascita degli stati democratici e dell’economia sociale,  non potevano essere liquidate in pochi anni. Ce ne siamo accorti con la crisi dell’Euro e la necessità di tornare a relazioni aspre fra stati per la regolazione degli interessi economici: nessuno era più europeo, tutti erano francesi, tedeschi, italiani, greci. La crisi economica ha dato luogo a relazioni conflittuali ma comunque coerenti con la cultura occidentale: in fondo si trattava solo di relazioni di credito/debito, pochi hanno messo in discussione l’obbligo di pagare i debiti, al più si è discusso come pagarli. Si sono create antipatie ma nessuno ha invocato reazioni “di pancia” contro i debitori o i creditori. Diverso è stato quando si è trattato di gestire l’immigrazione perché lì sì sono scoppiati sentimenti ancestrali che hanno largamente superato i limiti che il politicamente corretto si aspettava. Perché il secondo errore è stato non considerare le fratture interne alle società occidentali provocate dall’immigrazione, vecchia e nuova. I mussulmani non erano assolutamente disponibili a rendersi “liquidi”, la loro identità e cultura è granitica e prevale sulle appartenenze nazionali e sugli ordinamenti giuridici: fra sharia e costituzioni, scelgono la prima. È come se gli stati europei, che processi storici lunghi e complessi avevano condotto a configurarsi come stati etnici relativamente omogenei, fossero tornati ad essere, all’improvviso ed a loro insaputa, stati multinazionali che non solo inglobavano una nazione (mussulmana) storicamente ed irriducibilmente nemica dei nativi ma oltretutto, a differenza dell’Austria-Ungheria, dell’Impero Ottomano o della stessa URSS, intimamente mescolata con la nazione prevalente.

Avere la stessa cittadinanza non significa avere la stessa nazionalità. Questo problema in passato aveva poco senso perché non esistevano stati multinazionali democratici e quindi tutti i cittadini erano di fatto sudditi ed il loro parere non contava. Ma nel secolo della democrazia le diversità nazionali divengono rilevanti nel momento in cui si traducono in scelte politiche che devono privilegiare o tutelare l’una nazione a scapito dell’altra, con l’aggravante che le differenze fra la civiltà europea e quella mussulmana sono talmente tante e profonde da rendere poco fattibili dei compromessi: possiamo rinunciare ad un po’ (ma quanto?) di democrazia-libertà-uguaglianza-diritti perché i cittadini mussulmani considerano queste parole blasfeme? Possiamo rinunciare a portare fuori i cani, bere nirra, baciarsi in pubblico, far studiare le donne perchè sono comportamenti empi? Tutto questo viene esplicitato nel termine “immigrato di seconda o terza generazione” con cui anche i media politcally correct identificano paradossalmente dei cittadini nati in uno stato europeo e  con passaporto di quello stato: nel tentativo di non discriminarli, si esprime in modo raffinato un senso di profonda alterità che comunque esiste e si avverte nella vita reale aldilà del comune connotato formale della cittadinanza che non basta più ad unificare realtà così distanti. Ci saranno forse colpe dei nativi per una mancata integrazione socio-economica (ma nessuno ha mai garantito ai mussulmani che per loro non ci sarebbe mai stata crisi economica) ma c’è sicuramente responsabilità dei mussulmani nel rifiutare le forme giuridiche che la nostra cittadinanza impone. E qui casca l’asino: difendere quello che le nostre società sono diventate (ed in cui c’è molto di positivo, testimoniato dal fatto che anche i migranti cercano di venire qui) comporta la necessità rinunciare ad una parte di ciò, impone di prendere una decisione sull’ammissibilità di certe implicazioni politiche (la sharia è compatibile con il diritto occidentale?), di prendere decisioni volte a contrastare la presenza di queste idee e delle stesse popolazioni che le rappresentano, di sgombrare il campo da una pletora di norme che, pensate per tutelare i cittadini dai pubblici poteri, adesso oggettivamente impediscono ai pubblici poteri di difendere la maggioranza di cittadini pacifici da una minoranza di cittadini bellicosi.

Usciti dall’emergenza emotiva del terrorismo, si tratta di decidere se l’ostilità della comunità islamica rappresenta una forma di guerra civile e, se sì,  prendere provvedimenti (indagini mirate, carcerazione preventiva, regime speciale tipo 41 bis, carceri di massima sicurezza tipo Pianosa o Asinara che sono state, è bene ricordarlo, delle Guantanamo ante litteram) che sono oggettivamente discriminatori, se non altro perchè solo da quella parte che arrivano le minacce e per la facile identificabilità dei soggetti a cui  verranno applicati che, volenti o nolenti, sono molto diversi dagli europei nativi per aspetto, lingua, alfabeto, relazioni. Compiti improbi per i nostri politicanti attuali, è probabile che il futuro porti a cambi di regime politico, riabilitando forze di destra e chiudendo il lungo dopoguerra.

Politica e cultura devono interrogarsi anche su altre divisioni, quelle che riguardano la maggioranza del continente (nativa, bianca, cristiana). Il sostegno all’invasione migratoria e la reticenza sulla natura islamica del terrorismo tradiscono in parte un anticlericalismo che preferisce che tutto crolli purchè crolli anche la presenza cristiana in occidente e che, nell’evidente ignoranza generale del significato vero e profondo del Corano che questi anni hanno dimostrato, mistifica l’Islam in modo puerile, andando a cercare nel Bignami  due o tre versetti che paiono parlare di pace e che vengono smentiti, prima ancora che dagli omicidi, dal silenzio sprezzante di una comunità di credenti che non ammette interpretazioni esterne e che non si prende neanche la briga di replicare alle tesi degli infedeli.

Anche se si sa benissimo che il futuro comporterà un ritorno al passato (meno Europa, meno libertà, più muri, uso della forza, militarizzazione e controlli), il riflesso condizionato è di accusare delle peggio cose chi queste cose le dice apertamente: islamofobia, xenofobia, razzismo, fascismo, nazionalismo, addirittura nazismo. Tutte parole dette a sproposito, in ossequio ad un “politicamente corretto” ormai talmente abusato da risultare vuoto di contenuti, che tradiscono gli originali significati, che riconducono ad un completo distacco dalla realtà. Salvini non è una cima ma dargli del fascista non nasconde il fatto che ad agosto 2015 aveva ragione lui. Orban sarà duro ma con il muro ha salvato l’Ungheria dall’invasione e dal terrorismo. Trump sarà strano ma interpreta il sentimento della maggioranza bianca del paese che comunque vale il 70% dell’elettorato. E così Marine Le Pen e Hofer. Occorre abbandonare preconcetti ed inimicizie basate su ideologie morte (non risulta da nessuna parte che Trump o Marine vogliano eliminare le votazioni dopo la loro vittoria, caso mai questo è l’intento dell’islamico Erdogan) e discutere pragmaticamente di problemi e soluzioni. Occorre accettare che il dopoguerra è finito e con esso il predominio occidentale sul mondo: se certi timori potevano avere senso quando erano gli europei ad invadere e dominare altri paesi, adesso dobbiamo trovare un’unità minima per difendere l’essenza della nostra cultura e civiltà politica da un’oggettiva invasione ed aggressione esterna, nella misura in cui i mussulmani non integrati si pongono fuori dal nostro sistema politico istituzionale. Nel fare questo non si devono discriminare le comunità mussulmane moderate ma deve essere chiaro che la contropartita è la piena e convinta adesione ai punti essenziali del nostro stile di vita ed assetto politico, testimoniata da una chiara ed efficace opera di prevenzione e repressione interna del terrorismo e della ribellione. Ma se non altro per motivi numerici (i bianchi cristiani sono il 95% della popolazione europea) è chiaro che la partita si gioca al nostro interno. Occorre tornare a pronunciare parole che abbiano un significato e che non siano insulti, scomuniche e minacce. Occorre tornare a chiamare le cose con il loro nome e dare loro un nome che sia coerente con la realtà che si manifesta. Occorre parlare dei provvedimenti da prendere per la sicurezza di tutti, anche degli immigrati che hanno scelto di vivere da noi per sfuggire alle stragi del loro paese di origine, sapendo che certamente le misure saranno peggiorative e confidando che, come con il terrorismo, siano solo transitorie. Occorre ritrovare il senso di quello che ci unisce e che viene minacciato da un nemico alieno.

Nel 1940 comunisti e democratici, monarchici e repubblicani, americani e sovietici seppero trovare ideali ed interessi comuni per contrastare la minaccia nazifascista. Nessuno accusò polacchi, russi, francesi e inglesi di essere “germanofobi”. Nessuno chiamò “razzisti” o “shintofobi” coloro che combattevano contro i giapponesi. Nessuno giustificò i comandanti dei lager dicendo che erano dei “malati psichici”. Il primo passo per vincere una minaccia è la verità: riconoscere che esiste e chiamarla con il suo nome. Il secondo è l’unità: vedere ciò che ci unisce e non ciò che ci divide. Il terzo è l’azione. C’è solo da confidare che questa estate segni il passaggio ad una maggiore determinazione nel contrastare un nemico che è forte solo della nostra debolezza.

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