//
stai leggendo...
Immigrazione

I “migranti” di Marcinelle

download

Il sessantesimo anniversario della strage di Marcinelle, ignorato per decenni dalla nostra politica, è stata l’occasione per un banale parallelo fra i nostri emigranti e gli attuali migranti e si presta ad una riflessione complessiva sull’immigrazione. Un incendio, causato dalla combustione d’olio ad alta pressione innescata da una scintilla elettrica, sviluppatosi inizialmente nel condotto d’entrata d’aria principale, riempì di fumo tutto l’impianto sotterraneo, provocando la morte di 262 persone delle 274 presenti, in gran parte emigranti italiani. Poco ci è voluto per paragonare i nostri emigrati con gli attuali migranti, i morti sul lavoro con i morti in mare. Ovviamente si tratta di una mistificazione, come è facile dimostrare, non foss’altro confrontando le foto di questo post. Ma tutto fa brodo per perorare una causa persa.

Anche perchè quest’anno c’è qualcosa che non va. I naufragi sono all’ordine del giorno ed i morti fra i migranti si contano a migliaia. Lo scorso anno non succedeva e le spiegazioni possono essere molteplici: forse la Libia è veramente fuori controllo e neanche i negrieri riescono più ad approvvigionarsi di imbarcazioni appena in grado di fare 22,224 km (le canoniche 12 miglia marittime) per uscire dalle acque territoriali ed entrare in quelle internazionali dove le marine occidentali le aspettano. Forse si sono aperte nuove rotte che per motivi di distanza geografica e di impraticabilità geopolitica (Egitto) rendono difficile prestare i soccorsi. Forse si sta giocando ad un gioco cinico che sarebbe quello di far naufragare le navi per spostare un po’ più avanti il limite della sensibilità europea ed aprire i corridoi umanitari. Forse anche in Africa si comincia a capire che ogni bel gioco dura poco e che gli europei, dopo Brexit, elezioni austriache e terrorismo, si stanno chiudendo a riccio, abbandonando Italia e Grecia al loro destino e bloccando l’immigrazione verso nord e centro, ed allora si prende qualche rischio in più pur di arrivare nella terra promessa.

L’Italia si è lanciata a corpo morto in un’impresa più grande di lei. Mare Nostrum, poi diventata Frontex, non l’aveva chiesta l’Europa ma il Vaticano ed era stata lanciata dopo che una carretta del mare era naufragata facendo 286 morti, cioè il 10% di quelli che sono morti solo quest’anno, oggettivamente incoraggiati dalla presenza, quasi a vista, di una flotta moderna pronta a soccorrere. Renzi e Alfano, incastrati da Letta, Napolitano e Francesco, avevano cercato la “soluzione europea” ottenendo soltanto pochi contributi e la ridenominazione della missione. I politicamente corretti parlano di una migrazione inarrestabile peccando di razzismo inconscio: rappresentano gli africani come  delle bestie in preda agli istinti, coartati a compiere  imprese inconsulte, non in grado di fare dei calcoli di costi/benefici. Questo è totalmente falso se solo si guardano i numeri: 43.000 arrivi nel 2013, 170.000 nel 2014, 153.000 nel 2015, lasciando fuori gli sbarchi in Grecia. È evidente che soltanto pochi se la sentivano di fare una traversata totalmente con i propri mezzi mentre molti altri se la sentono di buttarsi in un’avventura rischiosa ma parzialmente assistita. Adesso probabilmente il gioco sta sfuggendo di mano: trafficanti che buttano a mare qualsiasi cosa abbia la parvenza di galleggiare, famiglie che inviano non più solo maschi adulti ma donne incinte, minori, addirittura bambini non accompagnati e neonati. Tutti fattori che aumentano il rischio e quando i rischi aumentano, su numeri grandi, i sinistri si verificano per forza. E la gente muore, tradita dall’illusione di un’assistenza, in mare ed a terra, che non è più praticabile. Continuare a diffondere quest’illusione vuol dire diventare complici delle morti in mare.

La soluzione del problema non può non passare attraverso un  discorso serio, che abbandoni ideologie e moralismi, colpevolizzazioni e anatemi, che prenda in considerazione paure e ragioni dei nativi europei, che disconosca i miti diffusi da anni di politicamente corretto. Gli aspetti da considerare sono molteplici.

L’UE ha 508 milioni di abitanti su circa 4,463 milioni di chilometri quadrati (km2), con una densità di circa 114 abitanti/km2 che in Italia sale a circa 200, in Germania a 225, in Gran Bretagna a 259, in Olanda a 388. Gli africani sono 1,111 miliardi su 30,220 milioni di km2, con una densità di circa 37, inferiore a quella media mondiale che è di 48, con gli USA a 32, la Russia a 8, l’Argentina di Papa Francesco a 14. L’età media degli europei è attorno ai 45, quella degli africani attorno ai 18. La civiltà europea data circa 3.000 anni e nel frattempo le risorse sono state ampiamente utilizzate, quella africana – lo dico a costo di scatenare le ire degli antirazzisti in servizio permanente effettivo – non è mai sbocciata e le risorse naturali sarebbero ancora lì sotto terra se non fosse stato per la presenza degli occidentali prima e cinesi adesso. In Europa la natalità è inferiore a 2 figli donna, in Africa supera i 4 ed il raddoppio della popolazione è visto per il 2030, anche perché non sono previste forme di controllo delle nascite, mentre per il 2100 la popolazione africana stimata è superiore ai 4 miliardi. Il PIL procapite europeo è di circa 26.000 €/anno, quello medio africano è attorno ai 4.000: se anche ammettiamo di accogliere il 10% degli africani e, ma non è plausibile, che il PIL procapite addizionale unitario prodotto dagli africani in Europa sia il 20% di quello dei nativi, il PIL procapite medio scenderebbe a meno di 22.000 euro (-15%): sempre tanto secondo i parametri africani e francescani, ma se pensiamo che il calo del PIL procapite italiano durante la crisi è stato  dell’8%  e che gli effetti sociali sono quelli che stiamo vivendo, che questo valore è più o meno quello odierno della Grecia, possiamo capire cosa significherebbe, in termini di livelli di vita per gli europei, tornare indietro in questa misura. Quindi se anche si accogliesse il 10% degli africani i numeri sarebbero talmente impressionanti da non risolvere il problema in Africa e da snaturare e dissestare le società europee. Non esiste un dato economico che sia uno che testimoni la plausibilità dell’immigrazione sregolata in un continente sovrappopolato.  In queste condizioni non è ragionevolmente pensabile, in termini solo matematici, che l’UE possa risolvere il problema della sopravvivenza degli africani semplicemente ospitandoli in casa propria o perlomeno non è ragionevole pensare che questa soluzione, che non è un comandamento ma una scelta puramente politica, incontri il consenso e non l’opposizione delle popolazioni native. Questi dati, uniti alla percezione di un’invasione, alimentano il crescente rifiuto dell’immigrazione incontrollata da parte degli elettori, molto più diffuso e trasversale di quanto le elezioni dimostrino.

Rispetto a queste considerazioni vengono formulate molte obiezioni che mischiano moralismo e dati economici falsati. Tali argomenti si dividono alla grossa in due categorie, la prima essendo quella delle argomentazioni puramente moralistiche del tipo: gli europei lo devono fare perché è un loro dovere morale; gli europei lo devono fare perché è colpa loro (tramite colonialismo, imperialismo, capitalismo, consumismo) se l’Africa soffre e devono risarcire gli africani; gli europei lo devono fare perché è loro destino; i migranti hanno sic e simpliciter diritto a farsi una vita e gli europei li devono mantenere (in questo senso va la recente sentenza del giudice che equipara migranti economici e profughi http://www.lastampa.it/2016/06/07/italia/cronache/migranti-economici-come-profughi-il-giudice-che-d-la-protezione-ai-poveri-x6IeSABKSr7OAWLF0Soj4K/pagina.html; l’Europa ha superato tante crisi e anche questa volta l’invasione produrrà effetti positivi (Papa Francesco dixit). La seconda è quella che cerca di trovare un minimo di giustificazione economica all’invasione: non importa di quanto gli europei si impoveriranno perché rimarranno sempre più ricchi degli africani; gli europei lo devono fare perché sono in fase di declino e hanno bisogno di giovani che pagheranno le pensioni agli anziani; gli stranieri non rubano il lavoro ai nativi perché fanno lavori che i primi non vogliono fare. Sono obiezioni su cui si ritrova la santa alleanza del politicamente corretto che mixa i residui del comunismo europeo con il cattolicesimo (se si può ancora chiamare così) populista, pauperista e peronista di Francesco. Questa inopinata e micidiale combinazione sta mandando in corto circuito la politica europea, complice anche l’affermarsi di un potere tecnocratico svincolato dagli elettorati (l’UE) ed un apparato mediatico che ha assunto soltanto toni ricattatori e colpevolizzanti.

Le obiezioni della prima categoria partono dal presupposto che gli europei abbiano qualcosa da farsi perdonare, un peccato originale che li marchia e che rende necessario espiare con una lunga fase di sottomissione ai nuovi venuti. Vengono rappresentati come una stirpe naturalmente avida e malvagia che ha invaso il mondo, fatto altrimenti di popolazioni pacifiche ed amichevoli,  sottomettendolo e depredando gli altri popoli, devastando l’ambiente, provocando guerre. In una prospettiva di lungo periodo questo non è assolutamente vero. Vero è invece che l’Europa è stata terra di invasioni da parte dei popoli medio orientali ed asiatici fino all’affermarsi dell’Impero Romano che per primo creò una struttura politica e militare in grado di dare un’identità civile e culturale stabile al continente, fra l’altro sventando l’unico tentativo storicamente conosciuto di invasione dell’Europa da parte di popoli africani, quello di Annibale. Successivamente alla caduta di Roma, l’Europa è stata teatro di invasioni, scorrerie e colonizzazioni di popoli non europei (arabi, mongoli, turchi, popolazioni barbariche asiatiche in genere) non per poco ma, in varie zone e per vari periodi, fino ad un secolo fa quando cadde definitivamente l’Impero Ottomano.  È vero che mentre l’est Europa era colonizzato dai turchi gli occidentali colonizzavano il resto del mondo ma, se la guardiamo nell’insieme, la storia europea dimostra che il nostro continente è stato semplicemente parte di una vicenda umana planetaria in cui non ci sono buoni e cattivi per definizione ma popoli diversi che si sono, in vario modo, in varie epoche e per tempi diversi, confrontati, affrontanti e mescolati con successi alterni.

In tutto questo esiste uno specifico arabo ed uno africano. Riguardo al primo, appare troppo semplicistico retrodatare tutto alla caduta dell’Impero Ottomano o addirittura alla nascita di Israele gettando la croce addosso agli europei. L’Islam è una religione nata nella penisola araba che si è diffusa, manu militari, in nord Africa ed in Europa (Spagna e Sicilia) con le invasioni arabo-berbere del IX secolo: sono stati i mussulmani i primi ad aggredire i cristiani e non viceversa, spazzando via il cristianesimo dalle zone conquistate in cui era storicamente radicato, compresa la Terra Santa. Le crociate dell’XI e XII secolo sono state una reazione, peraltro non efficace, alla conquista di terre cristiane da parte dei mussulmani. Per di più tutto il Mediterraneo è stato tenuto per secoli, fino alla metà del XIX, sotto la minaccia delle incursioni barbaresche e solo lo scatto in avanti della civiltà europea dovuto alla rivoluzione industriale consentì di ribaltare, per un solo secolo, l’equilibrio delle forze colonizzando nord Africa e Medio Oriente. Non più tardi del XVII secolo la minaccia turca sulla cristianità era ancora fortemente presente e fu sventata solo dalla vittoria, che ebbe del miracoloso, dei polacchi di Giovanni Sobietski contro le truppe ottomane a Vienna. Quando si ragiona dei danni che gli europei hanno fatto ai mussulmani, occorrerebbe anche quantificare in che misura la presenza alle proprie porte, per quasi 10 secoli, di una potenza ostile abbia negativamente influito sullo sviluppo del nostro continente, particolarmente su quello del sud ed est Europa. Quando si pretende di  indennizzare gli arabi per i danni del colonialismo, occorrerebbe anche pensare in che misura loro dovrebbero indennizzare italiani, spagnoli, portoghesi, greci, slavi in genere per la loro storica ostilità. Del resto le recenti vicende dimostrano l’inesistenza di una qualsivoglia superiorità morale dei mussulmani rispetto agli occidentali: la mancanza di solidarietà con i loro confratelli dei paesi più poveri, la distribuzione iniqua delle ricchezze petrolifere, il ricorso a trattamenti schiavistici della manodopera asiatica ed africana, il sostegno a stati terroristi e le efferatezze da questi compiute dimostrano come da quel mondo gli occidentali non abbiano niente da imparare. La differenza è antropologica: la rivoluzione industriale ha segnato un cambiamento di passo della civiltà occidentale dove si sono affermati i valori dell’individuo, della responsabilità, della libertà, dei diritti, del lavoro, dell’impresa, della proprietà privata, della conoscenza, dell’intraprendenza, dell’uguaglianza. Il modello economico europeo-occidentale, mutuato anche da alcuni popoli asiatici, basato sulla produzione ha potenzialità enormemente superiore a quello arcaico fatto di dominazione e spoliazione. L’Europa ha avuto in generale la capacità di mobilitare ed includere tutte le energie di cui disponeva e da ciò deriva il primato economico e l’impronta che ha lasciato sul mondo moderno. Il mondo mussulmano ha rifiutato quei principi,  rimanendo legato ad un universo fatto di lavoro servile, schiavi, sottomissione, discriminazione, che lo rende oggettivamente inferiore dal punto di vista etico e legato a forme produttive arcaiche: non fosse per il petrolio, si parlerebbe semplicemente di terzo mondo.

L’Africa rappresenta un problema a parte. La civiltà umana, nata in Egitto, non ha mai dato altri frutti significativi in Africa. Possiamo parlare di qualche regno africano dell’antichità ma è solo un tentativo di assimilare al modo di pensare europeo forme di organizzazione sociale che per noi sarebbero primitive. Dispiace dirlo ma l’Africa porta in sé un problema che nei tempi passati si sarebbe detto “razziale”: tolto l’episodio di Cartagine, peraltro città fenicia e non africana, gli africani non sono mai stati soggetto ma oggetto delle vicende storiche. Nel passato, in mancanza di tecnologia, lo sviluppo economico era spesso legato alla guerra ed all’occupazione militare: nonostante le ricchezze del continente e la prestanza fisica degli abitanti, che in epoca di tecnologia nulla poteva fare la differenza (volete mettere un africano di due metri con un mediterraneo di un metro e mezzo?), gli africani sono stati sempre invasi e mai hanno invaso. E non sono stati solo gli europei a farlo ma, prima di loro, gli arabi che trovavano riserve di schiavi e risorse sulle coste del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano. Quando i colonizzatori europei arrivarono nel centro Africa trovarono popolazioni all’età della pietra: cosa volevate che facessero i rappresentanti di popolazioni più avanzate di secoli e pure loro provenienti da storie di fame, peste, pellagra, carestia? Che lasciassero loro le ricchezze del continente in ossequio a principi buonisti che erano di là da venire? No, le sottomisero e se le presero e fecero bene perché sarebbe interessante sapere quale sarebbe il livello di sviluppo dell’umanità se quelle risorse fossero state lasciate a popolazioni che non le sapevano sfruttare o addirittura ne ignoravano l’esistenza. L’Africa non è mai uscita, in termini assoluti e relativi, dal sottosviluppo ed è sempre stata terra di colonizzazione, non solo europea ma prima araba e ora cinese. Non dico che ciò sia un bene ma è un  dato di fatto che evidenzia un problema, quello di popolazioni che non sanno progredire, che non può essere ridotto semplicemente ad un fatto di disumanità degli altri e, se del caso, comunque non solo europea. Del resto la decolonizzazione è terminata negli anni ’60 dai quali  ci separa ormai più di mezzo secolo. Nel frattempo abbiamo assistito ai miracoli economici italiano, tedesco, giapponese, cinese; alle tigri asiatiche; alla nascita ed alla crisi dei Brics. Niente di simile è avvenuto in Africa e allora è lecito anche pensare che ci sia un bug in quei sistemi civili e sociali che, pur in presenza di risorse enormi, non riescono a svilupparsi e che quindi ci sia una responsabilità di quelle popolazioni nel rimanere nel sottosviluppo. Del resto l’unica success story africana è quella del Sudafrica, non a caso guidato da una popolazione bianca. La decolonizzazione è stata seguita da una stagione di sostegno europeo agli stati africani, esistono programmi ben finanziati dell’UE e dei singoli stati per aiutare lo sviluppo dei paesi africani e sopperire ad esigenze immediate. Gli africani hanno potuto godere non solo di aiuti diretti ma anche del beneficio indiretto della ricerca occidentale in termini di ritrovati chimici e medicali che hanno permesso di allungare la vita media e di ridurre la mortalità, favorendo il loro boom demografico che, sarà razzista ma dirlo ma è vero, non sarebbe avvenuto con le loro sole risorse economiche, tecnologiche e culturali. Parlare di effetti del colonialismo comincia ad essere anacronistico, occorre cominciare a parlare delle responsabilità delle popolazioni locali. E tenere presente che se gli europei hanno in media 45 anni allora mediamente sono nati dopo la fine dell’epoca coloniale e non ha senso politico, prima ancora che etico, considerarli responsabili di quella stagione, perlomeno non più che considerare i tedeschi ancora responsabili del nazismo o i giovani di Berlino responsabili della stagione della DDR e del muro che non hanno mai conosciuto.

Rappresentata in questo modo la storia europea diventa  solo un capitolo della storia umana fatta di una conflittualità costante per il controllo delle risorse fra popolazioni che si considerano omogenee al loro interno ma diverse fra di loro, una cornice in cui a seconda dei momenti si danno e si prendono ma in cui non si può, al di fuori di un approccio ideologico, qualificare gli occidentali come unilateralmente cattivi  e porli costantemente dalla parte del torto. Se si ammettesse questo, sarebbe sfatato il mito dell’accoglienza e dell’integrazione come obbligo disatteso dagli europei. Caso mai occorrerebbe riconoscere, in buona fede e pragmaticamente, che la storia del mondo non è fatta dagli individui ma dalle popolazioni, che si formano e si riconoscono come omogenee e che spesso hanno interessi contrastanti e conflittuali con altre popolazioni considerate diverse. E che questa percezione della diversità, lungi da essere una patologia, è un elemento caratterizzante la natura umana che rende assai difficoltosa l’accettazione spontanea di fenomeni massicci di rimescolamento. E che questi fenomeni non sono solo europei ma diffusi ovunque (basti pensare alle stragi fra mussulmani sunniti e sciiti e fra Hutu e Tutsi). E che quindi il rifiuto all’accoglienza non è una caratteristica criminale degli europei ma un dato di fatto concreto e storicamente consolidato con cui fare i conti. Del resto se si riconosce il diritto degli immigrati a migliorare le loro condizioni di vita, non si vede su quali basi si dovrebbe negare agli europei il diritto di mantenere lo standard di vita da essi raggiunto. E se quello africano è un problema, come dicono Renzi ed il Papa, di portata mondiale, non si vede perché siano tenuti a sopperirvi solo l’Europa ed in specie solo l’Italia, esentando da tale obbligo paesi ugualmente, se non più, ricchi come USA, Cina, Russia, Australia, Canada, Nuova Zelanda, o dotati di spazi da colonizzare come Brasile ed Argentina. O ricchi di petrolio ed omogenei in termini etnici e religiosi come i paesi arabi.

Le argomentazioni della seconda categoria nascono da un equivoco di fondo: i migranti non vengono in Europa per lavorare ma per fruire dell’assistenza sociale europea. Le loro motivazioni non sono lavorative ma assistenziali e parassitarie. Qualsiasi paragone con i nostri emigranti dell’800/900, indotto dalla recente commemorazione di Marcinelle, è fuorviante: a quei tempi si prendeva un treno od un bastimento per recarsi in stati (Americhe, Oceania, Nord Europa) dove non si entrava senza documenti e senza quarantena, dove non esisteva welfare per cui i costi e rischi del trasferimento erano tutti a carico del migrante, dove le risorse naturali o produttive erano abbondanti ed in crescita, la popolazione scarsa e la presenza di stranieri era funzionale al loro sfruttamento. L’immigrazione, pur intensa, era a carattere individuale e non collettivo come nei nostri giorni e le motivazioni erano prettamente lavorative, non sussistendo diverse modalità di mantenimento in uno stato straniero. Oggigiorno l’immigrazione avviene in forma massiva, non richiesta dai paesi di destinazione ma ad essa imposta con lo strumento dello stato di necessità ed è diretta non alla ricerca di impieghi, che peraltro non ci sono, ma di sussidi. Le popolazioni che arrivano hanno scarsissima motivazione al lavoro, se si parla di maschi adulti, e sono totalmente inadatte se si parla di donne, minori e neonati. In ogni caso sono privi delle skills che consentirebbero un ingresso in un sistema economico che ha abbandonato i paradigmi dell’agricoltura e dell’industria pesante e richiede più neuroni che muscoli, più cultura che manualità: anche solo impieghi modesti, come il commesso (il ruolo più semplice in una società di servizi), sono fuori dalla loro portata. Senza considerare l’elevatissimo (anche troppo) livello di organizzazione sociale e di regolamentazione che contraddistingue i sistemi europei e che è al di là della possibilità di integrazione dei nuovi venuti: quanti dei migranti potrebbero gestire in modo regolare un semplice negozio di parrucchiere od un bar?

Peraltro il loro inserimento si scontra con due problemi esiziali di cui il più evidente è l’inutilità della loro presenza dato un tasso di disoccupazione stabilmente attorno al 10% con punte fino a 5 volte superiori per i giovani, cioè i diretti concorrenti dei migranti. Il secondo è rappresentato dalla scelta strategica europea di abbandonare l’industria: come si fa ad integrare stranieri dequalificati per gli standard europei, che non parlano la lingua locale, che si accontentano di bighellonare per la strada senza essere impiegati in un’attività organizzata che li ponga a contatto con i nativi? Indipendentemente dall’origine e dal colore della pelle, quante relazioni nascono realmente con sconosciuti che si incontrano per caso in strada? Sulle colline di Firenze è tutto un vagare di gruppi di 10/20 giovani di colore, grandi e grossi, ospitati in strutture decentrate: premesso che non sembrano assolutamente pericolosi, a chi verrebbe in mente di fermarsi di sera per conoscerli meglio? L’esperienza della migrazione italiana degli anni ’50 qualcosa dovrebbe insegnare: la fabbrica fu il luogo dell’integrazione dei soggetti dequalificati di quei tempi che possono essere tranquillamente paragonati ai migranti africani odierni. Lo stare insieme 8/10 ore al giorno porta a scambiare informazioni e conoscenze,  a creare legami emotivi e di interesse comune da cui può nascere un’assimilazione.  Dove non c’è la fabbrica ci sono le strade, il Bronx, Chinatown, Little Italy. O Molenbeek.  Ma se la fabbrica non esiste, se negozi ed uffici sono lontani dalle competenze dei migranti, se la stessa attitudine a lavorare è dubbia, dove mai dovrebbe nascere questa scintilla? E se non si creano legami stabili con il paese ospitante, chi può credere realisticamente che le pensioni future verranno pagate dai nuovi arrivati? Del resto la fuga immediata degli stranieri dall’Emilia terremotata per andare a lavorare altrove, sicuri che le fabbriche non avrebbero riaperto, ha già dimostrato l’atteggiamento opportunistico degli immigrati.

D’altra parte le risorse economiche per mantenere i migranti sono sempre meno. La crisi economica ha segnato profondamente il vecchio continente le cui risorse pubbliche sono ormai impegnate per mantenere gli impegni finanziari assunti in passato. Le risorse disponibili hanno dimensioni marginali rispetto al grosso dei bilanci pubblici vincolati dai debiti e dagli impegni presi: 3/5/10 miliardi possono essere pochi rispetto ad un PIL di 1600 ed una spesa pubblica di 850, ma sono moltissimi se raffrontanti alle risorse disponibili per spese discrezionali, prova ne è la difficoltà di intervenire sulla legge di programmazione di fine anno tutta fatta di piccoli interventi di queste dimensioni. La riduzione delle entrate determinata dalla crisi e la speculare crescita di fabbisogno di assistenza sociale dei nativi parimenti derivante dalle difficoltà economiche degli ultimi anni rende difficile, da un punto di vista politico, destinare risorse marginali ingenti al sostegno di stranieri e pone oggettivamente in conflitto i ceti europei più bassi con gli immigrati.

Le teorie sull’obbligo di mantenere i migranti riflettono quelle del “salario variabile indipendente” della sinistra comunisteggiante degli anni ‘60/70. Si basano sulla negazione del principio della limitatezza delle risorse ed alludono invece ad un modello di comunistizzazione della società da perseguire non per via politica ma umanitaria. Del resto è il Papa stesso che chiede il passaggio da un’economia liquida ad una sociale nella quale non vi sia nesso fra la produzione e la proprietà della ricchezza ma una ovvia redistribuzione a favore di chiunque non sappia o voglia generarla. Non si tratta di principi eterni o trascendenti, degni di colpevolizzare chi li metta in discussione, ma di ben più terrene e contingenti visioni politico-ideologiche rispetto alle quali si può ben chiaramente dissentire sulla base di considerazioni di giustizia, convenienza, opportunità ed efficienza. E d’altro canto, in concreto, pretendere di eliminare le differenze, praticamente in tempo reale, fra popolazioni la cui ricchezza pro-capite varia in un rapporto di 1:20, significa semplicemente pensare di espropriare i ricchi per dare ai poveri, oltretutto con una variante rispetto alla tradizione novecentesca della nazionalizzazione dei mezzi di produzione, che perlomeno supponeva la distribuzione delle risorse tramite l’attività lavorativa dei beneficiari degli espropri, che è quella della schiavizzazione dei ricchi europei a vantaggio dei poveri immigrati. Infatti la ricchezza dell’Europa non deriva dalla disponibilità di risorse naturali (terre, minerali, petrolio, ecc.) che potrebbero essere semplicemente presi dai nuovi arrivati, come fecero i barbari alla caduta di Roma. Se così fosse i rapporti di forza sarebbero del tutto invertiti a favore degli africani e degli arabi titolari di immense ricchezze nascoste. No, la ricchezza europea deriva dall’intraprendenza e laboriosità dei cittadini e dagli alti livelli di divisione del lavoro, specializzazione, organizzazione sociale e normazione. In questi termini, data la scarsissima qualificazione degli stranieri e la scarsa attitudine al lavoro che presentano, il destino degli europei sarebbe quello di essere costretti a mantenere gli invasori lavorando senza essere beneficiari del valore prodotto che, per via fiscale o per criminalità, verrebbe trasferito ai migranti. E’ evidente che una società di questo tipo, che persegue obiettivi millenaristici – l’integrazione di milioni di persone diversissime per cultura, mezzi, attitudini, motivazioni – che sono aleatori, costosissimi e nel migliore dei casi richiedono tempi lunghissimi tali da che trascendere gli obiettivi e la la stessa durata della vita individuale, non è una società libera: è una società che deve attuare forme di controllo e pianificazione sociale volte ad indirizzare i comportamenti dei singoli. E’ una società in cui viene disconosciuto il principio democratico della maggioranza per privilegiare comunque gli interessi di minoranze, oltretutto formate da stranieri, come se non esistesse una libertà politica dei cittadini ma solo la necessità di adempiere agli obblighi del politicamente corretto veicolato da media, burocrazia ed élite.

Nessuna classe politica può fare a meno del consenso. Anche laddove non si vota è necessario che ci sia sostegno di base alle scelte dei vertici. La demonizzazione del risultato della Brexit, con la colpevolizzazione del “basso ceto” che avrebbe “votato male”, non può nascondere il fatto che in ogni caso il dissenso verso l’UE avrebbe trovato altre forme di manifestazione, fossero esse l’assalto alla Bastiglia o al Palazzo d’Inverno. Di fronte ad una situazione di questo tipo, ci si può stupire se il consenso degli europei all’immigrazione è venuto meno spostando i voti verso partiti di destra? E si pensa veramente che la soluzione sia quella di criminalizzare ed insultare i cittadini che hanno cambiato posizione qualificandoli come egoisti, razzisti, xenofobi e fascisti? La politica tradizionale, quella europeista dei popolari e dei socialisti, è ormai troppo lontana da “mainstreet”, non capisce che in molti hanno ormai la sensazione di lottare per la sopravvivenza, identitaria ed economica, e che gli anatemi basati su concetti arcaici non hanno più effetto, così come i richiami ad un umanitarismo astratto ed auto colpevolizzante fatto di frasi fatte e di foto di bambini, vivi o morti non importa. Non sarebbe allora più produttivo riconoscere che anche i nativi europei  sono portatori di esigenze legittime che vanno salvaguardate prima di pensare ad altri? Che le differenze di cultura e civiltà non sono l’illusione di un nazionalismo d’antan ma la conseguenza di sviluppi storici millenari e influiscono ancora oggi, in modo profondo, sull’identità dei popoli, sui loro comportamenti e sulla loro disponibilità a mescolarsi?

Ma si dice, qualsiasi cosa facciamo, la spinta migratoria è talmente forte che verremo comunque travolti. Anche questa è una mistificazione: non bastasse il muro di Orban e gli altri “muretti” sorti rapidamente in centro e nord Europa, che hanno dimostrato la loro efficacia nel contenere il fenomeno, basterebbe evidenziare il caso dell’Australia e del Giappone che, circondanti da miliardi di asiatici poveri, sono riusciti ad evitare l’invasione facendo rispettare la sovranità del loro territorio. Se è vero che lo squilibrio demografico è a svantaggio degli europei, il dislivello tecnologico a nostro favore e, se unito alla determinazione di difendere la sovranità, ci darebbe ancora vantaggi per alcune decine di anni. Basterebbe volerlo.

Non si può tacere il fatto che i migranti “salvati in mare” non si troverebbero in condizione di pericolo se non avessero volontariamente deciso di infilarcisi con comportamenti che in Europa, ai nativi, comporterebbero una denuncia per procurato allarme. Il fatto di averli salvati non significa doversi fare carico vita natural durante delle loro esigenze e di quelle dei loro familiari ricongiunti. Occorre spezzare il circolo vizioso per cui, prendendosi qualche rischio, si vince poi il premio di una vita priva di problemi economici. Occorre cominciare a distinguere chiaramente fra profughi a cui si applicano le misure di protezione internazionalmente riconosciute e migranti economici. Occorre prevedere forme serie di rimpatrio dei non aventi diritto a forme di protezione e, in mancanza, della loro detenzione in strutture che ne impediscano la libertà di movimento: in questo senso le isole carcerarie (Pianosa, Asinara) sarebbero perfette. Del resto se è vero che scappano da fame e guerra anche una detenzione in un dignitoso campo profughi rappresenterebbe per loro un miglioramento. Ma il punto di partenza è rappresentato dalla cessazione del programma Frontex e simili: nessuno cesserà mai di buttarsi a mare sapendo che in qualche modo verrà salvato. Anche i famosi piani Marshall per l’Africa, recentemente proposti anche da Renzi, non hanno alcuna possibilità di successo in mancanza di questo: le differenze economiche sono troppo grandi e radicate per ottenere miglioramenti in tempi ragionevoli e l’opportunità di una vita da profugo in Europa rappresenterà sempre un incentivo enorme all’emigrazione.

D’altro canto non esiste alcuna realistica possibilità di trasferimento dei migranti arrivati in Italia in altri paesi UE. Come avevo pronosticato un anno fa, l’UE è stata travolta dalla crisi migratoria ed è in fase di dissoluzione. Schengen è finito, Junker conta come il due di picche con briscola cuori. La Germania, per errori incomprensibili della Merkel che ha prima tenuto dentro la Grecia e ha poi fatto entrare milioni di migranti illegali, sta attraversando, complice anche il terrorismo, una fase di instabilità sconosciuta fino ad oggi. Francia, Austria, Olanda vedono le elite politiche popolari e socialiste semplicemente in lotta per la sopravvivenza contro una marea montante euroscettica e nazionalista galvanizzata dalla Brexit, che bene o male ha aperto le menti lasciando intendere che un’altra strada è possibile. I paesi dell’est probabilmente preferirebbero uscire che accettare quote obbligate di immigrazione. Salvata per ora la Grecia grazie ad Erdogan, chiuse le frontiere, il problema è ormai solo nostro.

I flussi sono in linea con quelli dello scorso anno ma la chiusura delle frontiere sta iniziando a pesare sul sistema di gestione.I flussi sono in linea con quelli dello scorso anno ma la chiusura delle frontiere sta iniziando a pesare sul sistema di gestione. Renzi sembra dare l’impressione di avere già gettato la spugna su molte cose ed il governo è nel caos. Ma a novembre si vota: il referendum costituzionale ben si presta a fare i conti anche con questa situazione.

 

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: