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Papa Francesco

Un Papa piccolo piccolo

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C’è stato un momento in cui il Papa era Re e tutto quello che lo circondava – palazzi, ricchezze, abiti sontuosi, codazzi di cortigiani – era pensato e studiato per trasmettere all’uomo comune  la sensazione chiara ed evidente del fatto che costui era il Vicario di Cristo in terra. Faceva parte di questa rappresentazione anche l’atteggiamento ieratico e l’assoluto isolamento rispetto al gregge dei credenti, ai quali ne era consentita la visione soltanto nei momenti a ciò deputati della Messa solenne e dell’omelia, per il resto lasciandoli nel dubbio e nell’illusione di una vita pontificia sideralmente distante da quella terrena da loro vissuta. Poi è venuto il tempo del “Papa Uomo”, un primus inter pares che faceva meno sfoggio di ricchezza e che soprattutto amava mescolarsi con i fedeli, intraprendendo lunghi viaggi in terre lontane in cui anche i poveri di mezzi e di spirito avevano la possibilità di vederlo, di toccarlo e in qualche modo di identificarsi con lui. Adesso è venuto il tempo del “Papa ometto”, un Pontefice che non solo si mette a livello del gregge che dovrebbe guidare ma addirittura indulge in comportamenti e dichiarazioni che, lungi dal normalizzarne la figura, tendono a ridicolizzarlo.

Questo Papa Bergoglio si sta dimostrando sempre meno all’altezza del compito che gli è stato assegnato e sempre più distante dagli stili comunicativi dell’emisfero nord del pianeta: abbiamo avuto il Papa che dice buonasera, quello a cui vola via il cappello più e più volte, quello che si porta la valigia. Abbiamo avuto il Papa in versione uomo che tira pugni se gli offendono la mamma anche se manca ancora, purtroppo, quella del Papa contribuente che compila l’F24 per pagare l’Imu. Da qualche giorno abbiamo anche il Papa che inciampa e cade per terra e circonfonde la figura Pontificia di un’aura di goffaggine lontanissima dalle immagini dell’incedere ieratico e maestoso dei Papi di altri tempi, o se non altro, anche da quello drammaticamente faticoso e penoso dei più recenti, da Wojtyla a Ratzinger. Non bastassero i comportamenti, si aggiungono le parole rilasciate senza requie, senza chiarezza e senza discernimento, sia che si tratti di contraddire la parola di Dio e di Gesù sulle nozze che di farneticare senza raziocinio sulla recente violenza islamica in Europa. Che cosa voglia ottenere con questa continua diminutio della figura proposta ad occupare la cattedra di Pietro non lo sappiamo, quello che sappiamo è che così facendo ne riduce sempre più l’autorevolezza e la rappresentatività, soprattutto di fronte ai fautori di altri credi religiosi che, invece, nell’alterità e nella ieraticità individuano ancora i segni della forza e dell’autorità.

Ma al di là della forma è forse la sostanza del viaggio in Polonia – che, ricordiamoci, è stato il primo viaggio ufficiale in un paese europeo, se si esclude l’Albania,  visto che in Grecia la visita era dedicata agli stranieri migranti e non agli indigeni che, pur essendo ridotti a lavorare per meno di €100 al mese, ovviamente sono ancora troppo ricchi rispetto agli standard pauperistici che il Pontefice ha in mente e che sono parametrati ai paesi africani e mediorientali – che lascia interdetti. Sull’aereo dell’andata era riuscito a banalizzare cinicamente la crudele esecuzione di un prete cattolico, oltretutto morto urlando “Vade retro satana”, ucciso da due conclamati estremisti islamici che nei giorni precedenti avevano pubblicamente organizzato il delitto, dicendo che siamo in guerra, certo, ma non di religione ma a causa dei soldi e del potere. Ma che rivelazione! Aspettavamo lui per capire che denaro e potere sono da sempre e ovunque la molla dei comportamenti umani e che spesso le religioni hanno fatto da paravento per questi comportamenti ancestrali. E che oggi che le ideologie politiche sono in rotta, la religione è tornata ad essere uno dei motori delle passioni, della competitività, delle motivazioni umane. Ma nessuna parola, mai, per dire che la religione che oggi fa da paravento è quella islamica e non quella cristiana: proprio un magister vitae! Ed al ritorno, poi, altre rivelazioni sconcertanti: non esiste una violenza mussulmana perché altrimenti dovremmo parlare anche di violenza cattolica e cristiana perché ci sono dei battezzati che uccidono la fidanzata o la suocera. Certo, come no, le cronache sono piene di persone che uccidono i familiari per testimoniare la loro fede in Cristo, urlando cose come “Dio è grande” o “Viva la Madonna”. E se è vero che la violenza in famiglia esiste, è anche vero che solo in quelle mussulmane è istituzionalizzata a furia di matrimoni imposti a bambine, violenze su figlie e mogli troppo “occidentali”, acido muriatico contro la fidanzata che non ti vuole sposare. Senza considerare le violenze contro le famiglie cristiane e yazide del vicino oriente. Una dimostrazione di intellettualità puerile e di cinismo morale che lascia interdetti ma che ovviamente trova la maggioranza dei media mainstream in ginocchio – non solo in senso figurato – a riferire senza commentare, forse anche a questo punto per spirito di carità.

Giunto in Polonia aveva detto, il Papa, che avrebbe taciuto ad Auschwitz e se fosse stato minimamente coerente avrebbe evitato di rendere pubblica la dedica scritta sul libro dei visitatori perché, tutto sommato, “silenzio” vuol dire “non comunicare” e non, invece, “comunicare in modo silenzioso” altrimenti tanto varrebbe usare il linguaggio dei gesti od i sottotitoli. Il Papa ha detto e scritto “perdona Dio la crudeltà degli uomini” da cui si deduce che ad Auschwitz alcuni uomini hanno semplicemente perpetrato atti di crudeltà verso altri uomini. Tanto è bastato perché la solita stampa mainstream politicamente corretta applaudisse al profondo pensiero del Papa ma un dubbio ci sorge: che senso ha una condanna di questo genere, fatta senza nominare chi erano gli uomini che hanno perpetrato i crimini e quelli che invece li hanno subiti? Questa dichiarazione andrebbe bene per qualsiasi circostanza della vita umana, andrebbe bene per le vittime di aggressioni e rapine, scippi, stupri, financo per una visita al Colosseo. Può essere pronunciata indifferentemente in qualsiasi momento della vita e della giornata ed equivale al “piove governo ladro”, al “non ci sono più le mezze stagioni” o al politicamente scorretto “i negri hanno il ritmo nel sangue”. Diciamola tutta: è una banalità insulsa e priva di significato ma strategicamente coerente con la strategia bergogliana di non chiamare mai le cose con il loro nome perché se, soltanto fosse stato intellettualmente coerente, avrebbe dovuto dire che una fazione degli uomini, segnatamente quelli che avevano aderito ad una ideologia anti umana ed anticristiana detta nazismo, che aveva l’epicentro in Germania ma che aveva fatto proseliti in quasi tutti i paesi europei, aveva perpetrato crimini orrendi, per odio razziale e religioso, principalmente verso un’altra parte di uomini, segnatamente quelli definiti ebrei, termine che in effetti sintetizza connotazioni religiose e razziali insieme. Per fortuna ci è stata risparmiata la barzelletta della psicopatia del comandante del lager e l’ipocrisia della violenza e dell’odio giustificati solo da brama di soldi e di potere ma ancora una volta è stata negata la verità: che non esiste una responsabilità indistinta del genere umano nei confronti della violenza ma ci sono sempre vittime e carnefici, colpevoli e innocenti, e la verità vorrebbe che almeno dopo 70 anni queste categorie venissero chiaramente enunciate ed identificate con nome e cognome.

La seconda guerra mondiale è stata il momento in cui si è manifestata la distanza della tecnica dall’etica, in cui si è perso il senso della differenza fra quello che si poteva fare e quello che non si doveva fare e questo gap è stato colmato dall’odio e dalla follia, enormi certo, ma tutto sommato ancora all’interno del nostro continente e della nostra storia. Auschwitz è stato prima il monito ai tedeschi a non abusare della loro potenza e poi il monito agli Europei a non cadere nell’abisso di follia e odio che l’ha generato ma è comunque qualcosa che parla di noi, qualcosa al nostro interno, non qualcosa che parla agli altri. Ed è un qualcosa da cui l’Europa ha tratto grande insegnamento perché da quel momento si è ricomposta l’unità tra scienza, tecnica e morale e stragi non ci sono più state in Europa mentre ci sono state e continuano ad esserci in altri continenti. Il Papa non ha detto parole chiare perché altrimenti avrebbe dovuto dire parole chiare anche riguardo a quello che sta succedendo oggi, un momento in cui le stragi non sono fatte dagli europei ma contro gli europei, e avrebbe dovuto dare un nome ed un cognome precisi agli orrori di queste violenze. Molto meglio allora buttare il tavolo per l’aria e limitarsi a dire, anzi a scrivere, poche parole che vanno bene in qualsiasi circostanza, fidando che la simpatia ispirata dalla cadenza spagnoleggiante faccia, come sempre, premio sul contenuto delle frasi. Ma se così è occorre allora dire che Auschwitz è parte di un capitolo chiuso, di una storia che è terminata, di una lezione che è stata appresa. Oggi i problemi sono altri e tornare sempre ad Auschwitz vuol dire non chiarire ma confondere le idee e allora forse è meglio che Auschwitz si chiuda per sempre e non si cerchi invece di trasformarlo in una marmellata indistinta di nefandezze in cui tutti i gatti sono grigi con l’intento, mistificatorio come spesso ormai accade, di rappresentarlo fra poco come simbolo della violenza dei ricchi e potenti europei verso il resto del mondo, magari in una prossima visita a Lepanto o Poitiers o Vienna utile per stigmatizzare l’odio degli uomini che, per secoli in quelle località, hanno impedito il realizzarsi di una positiva invasione dell’Europa da parte dei “frateli musulmani” a cui ovviamente chiedere scusa.

Non ci voleva proprio, in questa era di cambiamenti, un Papa così: così modesto intellettualmente e culturalmente, così lontano dai paradigmi del vivere civile maturati in Europa, così sprezzante verso le pecore che gli sono così vicine. Ci sarebbe stato bisogno di un gigante della fede come San Giovanni Paolo II o di un rigoroso teologo come Benedetto XVI, che sollevassero le coscienze degli europei impauriti e chiarissero cosa è bene e cosa male e che alla fine si facessero carico del compito del leader di dare un indirizzo ad una politica e ad una società confuse e smarrite. Invece abbiamo lui, il campione delle mezze parole, del detto e non detto, della reticenza, della menzogna, della vanità, della superficialità, della demagogia come sistema di governo. Un piccolo uomo, un piccolo Papa.

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