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Politica Europa

Salutami Altiero

ventotene_map (1)Tre “leader” su una piccola, vecchia e un po’ scassata portaerei, in navigazione intorno ad un’isoletta poco conosciuta in Italia e ignota agli stranieri: da qui dovrebbe rinascere l’UE?

Il vertice dei tre grandi dell’UE ha rasentato il ridicolo. Lascio perdere che questi vertici hanno un valore epocale solo per i nostri primi ministri che vivono nell’incubo del mancato “riconoscimento” dei loro pari, prima americani ora tedeschi. Per francesi e, soprattutto, tedeschi questi incontri sono normale routine: la settimana prossima la Merkel incontrerà i capi dei paesi dell’Est senza tante complicazioni e tanti salamelecchi.

Renzi presenta questi eventi con toni roboanti, a partire dal mitico semestre italiano di presidenza UE che inaugurò il suo mandato e di cui si sono perse sin da subito le tracce. Fa parte del personaggio enfatizzare qualsiasi appuntamento come se fosse sempre il radde rationem di qualcosa. Ma scava scava siamo arrivati al fondo del barile: passato il semestre, finito Expo, adesso ci si attacca a due ore di chiacchierata con due politici bolliti per ritrovare smalto. Renzi ha sempre atteggiamenti stranianti che alla fine diventano strani: si parla di lotta al terrorismo e lui parla di cultura, si parla di controlli alle frontiere e lui parla o di soldi o di diritti umani. Un grande caleidoscopio di chiacchiere a vanvera che non durano il tempo del fiato che le porta per essere sostituite da altre ancora più roboanti, stranianti e strane.

L’idea di convocare questi vertici in posti “simbolici” non è nata con lui ma con Berlusconi che portò Obama a L’Aquila per incontrare una sindaca che ora maneggia affari molto più grossi di allora. Ventotene doveva essere il simbolo della rinascita europea nel luogo in cui era nata, peccato che all’estero nessuno lo sappia: Altiero Spinelli è poco più di uno sconosciuto all’estero e pochi avranno capito perché organizzare un incontro con modalità così complesse e costose (solo la Garibaldi costa 365.000 euro al giorno) invece che stare in una Roma ancora in parte libera da traffico e rifiuti, splendente di sole estivo. Ma se poi, per motivi ignoti, non puoi andare a Ventotene, perché vai su una nave vicino a Ventotene? Che senso dai a questa decisione? Vuoi dimostrare forza militare con una nave che probabilmente è in vista dello smantellamento senza che abbiamo i soldi per sostituirla e che comunque fa da capofila di una flotta posta a supporto agli scafisti? Vuoi che Angela guardi da lontano una terra sconosciuta per farla commuovere per i pensieri, fra l’altro profondamente antidemocratici, di uno che non è stato mai citato all’accademia Stasi dove ha studiato? C’è qualcosa di strano in uno che ha bisogno di grandi navi ed aerei per manifestare il suo ruolo: anni addietro si sarebbe fatto un dibattito sessuologico sul ruolo di questi oggetti come invidia o sostituto del pene o simili ma oggi sono argomenti passati di moda.

Ad ogni modo la gita navale ha decretato il fallimento di questo progetto europeo:

  • A bordo della Garibaldi non c’era nessun rappresentante dell’UE ma i capi di tre stati nazionali, cioè quelli che Spinelli voleva abolire a costo di abolire la democrazia;
  • I tre suddetti sono alla frutta: Hollande è finito, la Merkel è appesa al filo degli attentati in Germania e verrà comunque probabilmente commissariata dai suoi alleati (CSU e SPD) per evitare che le elezioni 2017 si tramutino in un clone di quelle austriache; Renzi si gioca tutto al referendum ma subito dopo dovrà affrontare, nella migliore delle ipotesi per lui, problemi esiziali di economia (stagnazione, banche) ed immigrazione che continueranno a condizionarne le decisioni;
  • La Brexit non è stata il giorno del giudizio ma è stata ampiamente metabolizzata dal mondo liquido che giorno dopo giorno sempre crea nuove emergenze e sempre le dimentica. Tuttavia la Brexit c’è stata e comunque vada avrà un effetto: quello di aprire le menti degli elettorati dimostrando che l’epoca dei tabù è finita e che scelte diverse sono possibili. Tutte le volte che un elettore estone, croato, irlandese, slovacco, cipriota andrà in cabina, saprà di poter votare anche per la sua “..exit”. Il ricatto della paura del nuovo e del vuoto su cui l’UE si basa è finito, basta capirlo.

L’UE si è dimostrata drammaticamente incapace di fare quello che fa uno stato normale: difendere i propri cittadini e promuoverne il benessere. Per questo motivo è successo che quello che accade da millenni ad ogni ordinamento politico inefficiente: ha perso consenso a favore di altre soluzioni. Che poi queste soluzioni siano il ritorno al passato degli stati nazionali dimostra quanto il modello statuale sia invece efficiente e come i cittadini europei, a differenza dei loro leader, si siano riscoperti affezionati a questo istituto, rinunciando all’identità comune a favore di quella nazionale.

Lo stato è stato a lungo rappresentato come una reminescenza del passato, un orpello pericoloso prima che inutile, che limitava libertà e opportunità altrimenti disponibili e condivise. Invece, con la sua triade costituiva fatta di sovranità, territorio e popolo, lo stato rappresenta la forma ancora oggi più evoluta e completa dell’organizzazione umana all’interno della quale si realizza il patto sociale: limitazione della libertà individuale a fronte della garanzia della sicurezza interna (criminalità) ed esterna (nemici). La sua modernità è comprovata dal fatto che la stessa ONU è un’organizzazione di stati  e che addirittura l’UE, oltre ad essere tuttora un’unione di stati e non di popoli, dirime le proprie questioni interne (in primis quelle finanziarie) con una logica di relazioni fra stati. Non solo, anche gli stati di origine dei migranti che invocano la caduta delle frontiere esterne dell’Unione Europea non riconoscono diritto di reciprocità tenendo ben chiuse e controllate le loro.

In Europa, lo stato ha permesso il superamento degli apparati medievali che tutelavano gli interessi personalistici dei feudatari per arrivare ad un concetto di interesse comune. Lo stato non è lo strumento di uno solo ma non è neanche lo strumento di tutti: è lo strumento dei cittadini (contrapposti agli stranieri) perbene (contrapposti ai malviventi). Che poi il concetto di cittadinanza sia andato evolvendosi (dai nobili ai borghesi, ai maggiorenni maschi fino alle donne) rimanendo intatto lo strumento, è solo il segno della sua vitalità e della sua capacità di evolversi in senso progressivo. Dallo stato liberale tradizionale sono emersi lo stato democratico e lo stato sociale, sempre più vicini alle esigenze ed alle sensibilità crescenti dei cittadini. E sempre, in Europa, con la connotazione di “stato nazione”, tale da identificare il popolo con una nazione, omogenea per costumi e tradizioni. In Europa ha origini lontanissime (Francia, Scandinavia, Spagna, Portogallo, in parte Regno Unito) ma si afferma definitivamente a metà 800 e poi con la I Guerra Mondiale. Andato un po’ in crisi con la II GM, si rigenera con il post guerra fredda (URSS, Jugoslavia, Cecoslovacchia). È una specialità europea (USA, Russia, Cina, Canada, Australia, non sono stati nazione). Ce ne sono alcuni in Asia (Giappone, Filippine). In Africa e Medio Oriente è debole addirittura il concetto di stato, superato da quelli di tribù, clan, famiglia, religione ecc. Anche questa caratteristica, apparentemente divisiva, ha avuto un ruolo utile perché il ritenersi parte di una comunità “di simili” ha permesso in primis una più facile e spontanea condivisione delle risorse ed adesione alle regole comuni e poi, per gli stessi motivi,  ha reso possibile lo sviluppo della democrazia: accettare le decisioni della maggioranza è più facile se si ammette che questa sia formata da soggetti sono simili a me. Quindi lo stato, in epoca moderna, è diventato l’unico contenitore della democrazia e la garanzia del welfare attraverso uno scambio costante fra individui e generazione mediato dai pubblici poteri. La distinzione di fondo fra lo status di “cittadino” e quello di “straniero”, per quanto stemperata dal riconoscimento dei diritti umani fondamentali, rappresenta ancora il presupposto ineludibile del senso di appartenenza e di sicurezza dell’individuo e del volontario rispetto dell’ordinamento giuridico.

Lo stato (nazionale) è un dato da cui si può realmente prescindere? No, perché ha dimostrato nei secoli un’incredibile resilienza affermandosi contro l’internazionalismo socialista, l’umanitarismo universalista cristiano e più recentemente la globalizzazione economica ed in parte la costruzione dell’Unione Europea; rinascendo da due conflitti devastanti; configurandosi come la sede e la custodia della democrazia altrimenti espropriata dagli apparati burocratici continentali. Questo è stato il grande limite dell’Europa: aver privilegiato sovranità (europea) e territorio (sempre più ampio con l’entrata dei paesi dell’est) e aver relegato nel dimenticatoio il terzo elemento, il popolo, che alla fine abiura l’appartenenza europea e torna alla statualità ed alla nazionalità perché solo in questo modo riesce a farsi sentire.

Se lo stato è territorio, allora è evidente che qualsiasi violazione delle frontiere che lo delimitano è vista come un vulnus, una sopraffazione, verso i cittadini. Questo avviene sempre, quale che sia la sanzione prevista per la violazione, il carcere, l’espulsione, la sanzione amministrativa o addirittura niente: non si può pretendere che i cittadini assistano passivamente alla violazione della prima regola di convivenza civile. L’Unione Europea ha inteso superare le barriere statuali al proprio interno con l’obiettivo di creare un “Uomo Europeo” sostanzialmente privo di caratterizzazioni e pronto a diluirsi in una progressiva globalizzazione dell’umanità. Fa parte di questo progetto l’idea di trasporre di fatto il trattato di Schengen dai confini interni a quelli esterni dell’Unione, criminalizzando qualsiasi tentativo nazionale di limitare gli accessi e rinunciando d’altro canto a qualsiasi reale iniziativa europea di controllo dei confini, quando l’UE non si rende essa stessa complice dell’afflusso sempre più massiccio di stranieri in cerca di fortuna. Di più, continua ad imporre regolamentazioni che prescindono da una reale valutazione delle specifiche situazioni nazionali: quando la Merkel dice che la Germania ha un’economia sana che consente di far fronte alle richieste di asilo dei siriani, evidenzia al contempo che stati meno sani come l’Italia o la Grecia potrebbero non essere in grado di farlo, fatto che non rileva in alcun modo a Bruxelles.

Per oltre 60 anni l’Europa (CEE, CE, UE) ha combattuto i suoi membri, gli stati, cercato di annichilire la loro capacità di mantenere un’identità, una sovranità, un controllo sulla propria esistenza. La forza contrattuale dell’UE verso gli stati membri, specie quelli in crisi o vicini alla crisi, è aumentata esponenzialmente e ha avuto riflessi su tutti i campi della vita sociale e civile, non solo sull’economia e sulla finanza. Complice una convergenza di visioni ed interessi politici, economici e mediatici, la frase “lo vuole l’Europa” o “dobbiamo aspettare le decisioni europee” ha permeato di sé qualsiasi decisione, anche quelle più intimamente attinenti alla difesa della comunità nazionale. E’ questa ideologia che ha trasposto meccanicamente l’abolizione delle frontiere dalla dimensione interna a quella esterna all’Unione, sottovalutando le differenze abissali (economiche ma soprattutto culturali e religiose) e sopravvalutando invece l’attrattività di un modello sociale che i migranti sono i primi a considerare culturalmente debole ed a rifiutare. È questa retorica che ha impedito all’Italia di difendere i suoi confini marittimi, che ha condotto i britannici alla Brexit e che ha portato un politico ungherese membro del PPE ad essere accusato di nazismo solo per aver dichiarato di non volere né potere accettare l’afflusso indiscriminato di migranti. E’ questo comportamento che manda messaggi equivoci all’estero: africani, mediorientali ed asiatici, abituati a rischiare la vita nel loro paese per gli abusi di chiunque porti un’arma e nell’oltrepassare la propria frontiera, vedono come un invito irresistibile la prospettiva di un “paese” grande e ricco che ha eserciti che non sparano, che non pone alcun filtro all’ingresso e ha come unico problema quello della loro adeguata sistemazione all’interno, con ciò aumentando esponenzialmente il numero degli afflussi. Da qui anche il loro disprezzo per gli europei considerati deboli e oggetto di facile conquista. Ed è questo comportamento che ha spaventato i cittadini europei, distrutto la credibilità delle élite politiche, fatto esplodere il populismo, in sintesi privato questo progetto del necessario consenso della popolazione.

Ecco quindi che un secondo elemento da tenere presente, se si vuole creare consento attorno alle politiche immigratorie, è legato alla salvaguardia dell’esistenza e della funzionalità degli stati nell’interesse dei cittadini, qualunque sia la loro origine, ma anche dei migranti una volta inseriti nel contesto sociale. È ormai evidente, al contrario, il rifiuto politico di qualsiasi decisione che privi gli stati della capacità e legittimità del controllo del territorio, a costo di mettere in discussione la stessa appartenenza all’UE. È assurdo che si pretenda di prescindere, sull’onda emotiva di un cadaverino, da istituzioni che esistono da secoli se non da millenni e che hanno rappresentato un sistema efficiente di organizzazione umana, di difesa dei singoli, dii formazione dell’identità delle popolazioni e non ultimo di affermazione della democrazia.

Meno di un anno fa ho iniziato a scrivere alcuni post che analizzavano razionalmente i motivi per cui la costruzione europea non poteva durare. Erano argomentazioni di buon senso, di una persona intelligente ma non intellettuale, che scavavano nelle motivazioni di un cittadino medio chiamato per altri versi  a perseguire obiettivi (l’integrazione fra razze e popoli, l’eguaglianza e le redistribuzione, per altri versi la salvaguardia dell’ambiente su scala mondiale e millenaria) che semplicemente travalicano per complessità, incertezza, costi, durata, comprensibilità le capacità e le risorse di una persona normale e addirittura la durata della sua stessa esistenza in vita. La migrazione porta in casa dei cittadini europei problemi economici, culturali, di sicurezza ed organizzazione sociale che potrebbero essere facilmente evitati con politiche di maggiore chiusura. Vengono invece chiamati dai loro capi ad accogliere senza limiti popolazioni prive di tutto ma molto ben strutturate dal punto di vista ideologico e lontanissime dalla modernità europea, con cui ingaggiare improbabili “battaglie culturali” per affermare presso i nuovi venuti i “nostri valori”: premesso che le nostre stesse società sono profondamente divise al proprio interno su cosa siano questi valori (basti pensare al conflitto fra laicità e spirito religioso cristiano) e che non si vede razionalmente per quale motivo crearsi dei problemi per poi provare a risolverli con impegno, costi e rischi elevati, i nuovi venuti sono a loro volta dotati di granitiche identità culturali che non intendono facilmente mettere in discussione rifiutando invece i richiami alla modernità. Sono scenari deliranti che ben spiegano lo scollamento che si sta verificando fra ceto dirigente e popolazione.

Posta in questo modo, l’Europa non aveva alcuna possibilità di creare consenso attorno a se stessa ed alla propria ideologia. Non avrei tuttavia mai creduto che tutto ciò avvenisse in tempi così rapidi con la sostanziale fine di Schengen, la teorizzazione di frontiere chiuse per Italia e Grecia, l’ascesa di partiti che si pongono in contrasto con la tradizione politica post II GM basata sui due pilastri popolare e socialista, la Brexit, la dissoluzione della leadership europea sostituita da tradizionali accordi bi o multilaterali fra stati. E adesso anche il ritorno della discussione sulla sostenibilità dell’Euro. Chissà che fra qualche mese il valore simbolico della gita a Ventotene non si riveli essere quello di un estremo saluto al fautore di una bella idea applicata malissimo.

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