//
stai leggendo...
Economia e società

Banalità cretine

 

download_4Chi scrive non aveva mai sentito una scossa fino ai suoi 40 anni. Da allora, avendo fatto la cazzata di andare a vivere in zona sismica, è terrorizzato dal terremoto. Ovunque accada un evento sismico, si sente particolarmente vicino alle vittime. Average Joe è vicino alle vittime del terremoto del 24 agosto.

Dopo ogni tragedia naturale, sia un terremoto, un’alluvione o una frana, un minuto dopo il cordoglio riservato alle vittime, arriva sempre un miccio che dice alternativamente che:

  • La tragedia era prevedibile e solo per ragioni politiche non la si è voluta evitare;
  • La tragedia ha prodotto danni solo perché non si adottano in Italia le normative evolute che ci sono in altri paesi variamente indicati (Giappone, USA, ecc.).

Ieri siamo andati sulla seconda versione con il geologo mediatico Tozzi che ha scoperto l’acqua calda: se ristrutturiamo tutte le case a rischio italiane, il terremoto del 6° grado Richter non farà danni o ne farà pochi. Paese di riferimento di ieri: il Giappone. Allora, banalità per banalità ne dico una anche io: siccome il rapporto debito/PIL è pari al 134%, se per 16 mesi gli italiani non consumano niente abbiamo risolto il problema.  Sono due affermazioni tecnicamente corrette ma pragmaticamente cretine. La polemica è probabilmente anche una risposta alla follia del procedimento giudiziario aperto nel 2009 dalla Procura dell’Aquila contro i sismologi che non avevano “previsto” il terremoto. Ma ciò non toglie che sia ugualmente strumentale e spiacevole.

L’Italia è un paese di civilizzazione trimillennaria e ha una densità di popolazione di circa 200 abitanti/km2 (per dire l’Africa ha 30, la Russia 8). Questo significa che tutti i lembi del territorio sono stati sfruttati tanto è vero che si vive anche in zone alluvionali e sulle falde dei vulcani. Oltretutto anche la popolazione è molto distribuita con Roma, per esempio, che accoglie solo l’8% della popolazione Italiana contro il 16% di Parigi ed il 14% di Londra: non ci sono quindi molte lande inabitate dove spostarsi. Infine l’Italia è il più grande serbatoio mondiale di beni culturali e questi beni si trovano o sono fatti da città, borghi e paesi. Nessuno al mondo ha Venezia, pochi hanno Roma o Firenze. Ne deriva che la ristrutturazione immobiliare nei secoli ha avuto e ha il limite della conservazione di questo patrimonio culturale per cui mediamente è meno avanzata che nel resto del mondo.

Può essere bello o brutto, giusto o sbagliato, ma è così, lo è da almeno un millennio e pensare di invertire la tendenza in pochi anni è come sempre illusorio, lo stesso che pretendere che popolazioni con tradizioni millenarie diverse e confliggenti vivano pacificamente, insieme, all’istante, in conformità al politicamente corretto. Ma tant’è, siamo in una società liquida e anche la razionalità ha perso di consistenza.

Di fatto la modernizzazione del patrimonio immobiliare consegue a due vicende:

  • La distruzione di quello preesistente;
  • Una struttura proprietaria che favorisca il rinnovamento stesso.

Rispetto al primo punto, in passato la modernizzazione delle città è stata conseguenza di eventi apocalittici. Riguardo al Giappone chiamato in causa ieri possiamo ricordare il grande incendio di Tokio dei primissimi del ‘900grande incendio di Tokio dei primissimi del ‘900 che distrusse l’intera città fatta di casette di legno: a quei tempi forse i giapponesi avranno guardato all’Italia come antesignana di un modello virtuoso fatto di case di pietra. Possiamo ricordare anche la II GM con la distruzione a tabula rasa delle città giapponesi fra cui spiccano Hiroshima e Nagasaki: qualcuno vuole forse seguire questo modello operativo? Non è sbagliato ricordare che le minori distruzioni subite dal nostro paese, anche in guerra, sono in gran parte dovute alla ricorrente consapevolezza, da una parte e dall’altra, dell’opportunità di preservare questo patrimonio culturale. Questo significa che viviamo in case che hanno spesso più di un secolo, qualche volta 5 o 6, costruite in posti i cui rischi non sono mai stati valutati con attenzione o cognizione, con tecniche, tecnologie e materiali arcaici, su cui è difficile e costoso mettere le mani. Tanto è vero che l’antisismico funziona bene dove il sisma c’è già stato: Friuli, Norcia, ecc. Può piacere o non piacere ma è la realtà delle cose.

Riguardo al secondo aspetto dobbiamo partire da un punto fermo: nessuno butta giù volontariamente casa sua, specie se è l’unica che ha. In Italia l’85% della popolazione vive in case di proprietà, all’estero quando va bene è il 50%, spesso il 20/30%. La struttura proprietaria dell’immobiliare in Italia deriva dal secondo dopoguerra quando, per evitare che il PCI prendesse il potere, si incentivò la piccola proprietà per dare a tutti qualcosa da perdere in caso di nazionalizzazione dei fattori produttivi. Può piacere o no, ma anche questo è un dato fortemente distintivo dell’Italia che all’estero non capiscono (o fanno finta di non capire) per esempio quando si valutano gli effetti di una tassa sulla proprietà che all’estero è progressiva e che in Italia è regressiva. Negli USA ogni tanto buttano giù un grattacielo e lo riscostruiscono più bello, grande e moderno: su Focus TV c’era anche un programma dedicato a queste grandi esplosioni. L’immobile è un bene strumentale al business immobiliare così come una pressa lo è a quello industriale: ha un ciclo di vita e di ammortamento ed alla fine, recuperato il capitale, si può procedere al rinnovo. Si investono capitali per ottenere profitti sotto forma di maggiori affitti. Le banche te li danno volentieri perché il business è redditizio. Da questo punto di vista, la caduta delle Torri Gemelle è stato un colpo di culo della madonna: hai rinnovato il patrimonio senza nemmeno i costi di abbattimento. In Italia semplicemente non si può perché non c’è nessuna convenienza economica e sostenibilità finanziaria ad abbattere casa mia per ricostruirla più moderna e tornare ad abitarvi.

Si dice: allora ristrutturatela. Bene ma anche in questo caso i costi sono altissimi (dal 10 a 30.000 euro vano), le difficoltà grandi, la logistica difficile (si parla sempre di paesini arroccati e stretti), i permessi complessi da richiedere ed ottenere. Spesso si vive in condomini dove il problema si moltiplica per 7 nel mio caso ma qualche volta per 60 od 80: qualcuno ha presente le difficoltà di rifare la facciata o il tetto in un condominio (50/60.000 euro) o addirittura separare le utenze idriche (800 euro cadauno)? Come si fa a gestire in questo modo lavori dell’ordine minimo di mezzo milione di euro? Fu proprio su questi aspetti che si inceppò la ricostruzione in Umbria e nelle Marche nel ’97, seppur guidata dal governo progressista di D’Alema ed in zone ad alta propensione di voto per la sinistra. E poi chi garantisce che la tecnologia impiegata sia adeguata (come il crollo della scuola di Amatrice dimostra), che non diventi obsoleta rapidamente imponendo un ciclo continuo di adeguamenti, che i lavori siano fatti bene, ecc.? Senza considerare che  se per esempio l’efficientamento energetico ha un senso anche per la singola unità immobiliare questo non è vero per la messa in sicurezza antisismica o comunque contro eventuali catastrofi naturali in quanto da questo punto di vista il destino della singola abitazione è legato a quello del contesto urbano in cui è inserita: ha senso proteggere solo la mia abitazione senza che anche le altre lo siano con il possibile risultato che dopo un investimento enorme la mia casa sia l’unica in piedi in un paese distrutto? Ed a maggior ragione ha senso fare questi interventi a livello di singola unità e non di condominio? Sarei comunque costretto ad andarmene avendo gettato al vento il denaro.

Lasciamo pure perdere il caso di coloro che la casa hanno finito di pagarla e che invece di godersi i frutti del risparmio si vedrebbero costretti ad una sorta di ergastolo mutuatario che incide in maniera significativa sul diritto di proprietà ed in definitiva anche sulla libertà di scegliere il proprio destino, perchè non è scritto da nessuna parte che non si possa scegliere di sfidare il rischio per risparmiare risorse. Ma coloro che hanno ancora in corso il mutuo per l’acquisto cosa devono fare? Accenderne un altro?  E così pure gli ultrasessantenni in odore di anticipo pensionistico che già sarebbero costretti a stipulare un prestito ventennale per l’APE? E ne  accendiamo due anche per ristrutturare la casa che i genitori ottuagenari sono in procinto di lasciare in eredità? E già che ci siamo ne accendiamo uno anche per il condomino del piano di sopra che non ha la possibilità o volontà, visto che senza un intervento globale è del tutto inutile che metta in sicurezza casa mia? E le banche concederebbero tutti questi mutui? E se i mutuatari non ce la facessero a rimborsarli diventerebbero NPL e perderebbero la casa con il che renderemmo “terremotati” milioni di italiani anche in carenza di sisma? E se non lo fanno qual è la conseguenza? L’inabitabilità? L’invendibilità? Ma ci si rende conto dei numeri che sono in gioco a livello individuale e collettivo e del danno che si può apportare ad un settore – quello edilizio ed immobiliare – che ha generato sviluppo, occupazione, coesione e stabilità sociale? Sembra che gran parte della politica e dell’opinione pubblica italiane abbiano perso di vista la razionalità economica e la capacità di gestione dei numeri. Senza contare le imprese che, piuttosto che fare investimenti per mettere in sicurezza capannoni ed uffici, farebbero prima a delocalizzare dove non ci sono terremoti o norme del genere.

Del resto una legge simile a quella che si vorrebbe per i privati esiste già per gli enti pubblici ma proprio la difficoltà che gli stessi hanno ad assicurare la sicurezza di scuole e ospedali ed al contempo la facilità con cui gli edifici pubblici messi a norma cadono in caso di sisma – come la scuola di Amatrice ristrutturata nel 2012 –  rappresentano la migliore dimostrazione ad un tempo dell’eccessiva onerosità e dell’elevata aleatorietà di questo tipo di interventi. E senza voler considerare l’interessata contraddittorietà dello Stato nel momento in cui da un lato considera le case degli italiani delle baracche da rottamare quando si parla di terremoto e dall’altro le valuta come gioielli inestimabili quando si tratta di tassarle.

Ogni Paese è frutto della sua storia e la nostra è questa. Un territorio fortemente antropizzato impone dei compromessi ed anche gli abusi edilizi sono semplicemente il frutto di una crescita demografica che ha richiesto soluzioni sostenibili in termini economici prima ancora che ambientali. È la vita degli uomini su questa terra, scandita dal principio della scarsità di risorse e non dalle seghe mentali politicamente corrette.

Dal 2012 lo stato italiano, lo stesso che si sente in obbligo di andare a raccogliere in mare e mantenere a vita i pretendenti asilo, non è più obbligato a far fronte ai danni del terremoto subito dai SUOI cittadini. Diversamente basterebbe stanziare 3-4 miliardi all’anno in un fondo di garanzia per il ristoro dei danni da calamità naturali: sarebbe il segno più esplicito della validità sempiterna del patto sociale che sta alla base dello stato, minore libertà e più sicurezza. Una polizza di assicurazione, un po’ come per le spese militari (15 miliardi) e per quelle per i migranti (3 miliardi dichiarati, 6 miliardi probabilmente reali). È un segno dei tempi ed allora la soluzione migliore sarebbe quella di secedere individualmente da questo stato. Ma non si può.

L’unica soluzione è una assicurazione privata, questa sì da rendere obbligatoria, sui danni da terremoto: con meno di 200 euro all’anno riduci il problema. Eliminare tutti i rischi equivale a voler vincere alla lotteria: se compri tutti i biglietti vinci di sicuro ma perdi soldi. Non puoi imporre adeguamenti a gogò per evitare i rischi di alluvioni, frane, terremoti e qualsiasi altro evento naturale dannoso. I costi della prevenzione sono incomparabilmente superiori a quelli della ricostruzione. Chi dice diversamente guarda al singolo evento e non al sistema nel suo complesso: non so dove colpirà il terremoto, allora impongo a tutto il sistema immobiliare un adeguamento antisismico con il che moltiplico di N volte i costi che devo complessivamente sostenere a fronte, purtroppo, ogni 5-6 anni, di quelli per ricostruire la sola frazione di patrimonio immobiliare distrutta o danneggiata.

Non si può impegnare stato, famiglie ed imprese in operazioni economiche di quasi oltre 1000 miliardi (stime minima di 10.000 euro a vano per 90 milioni di vani interessati) che non sono più nelle corde dell’economia e di un mercato immobiliare volutamente distrutto dalla cupidigia dei ragionieri di Bruxelles ed insieme dall’ideologia dei pauperisti nostrani. Nel 2008 bastò una norma scritta male sulla certificazione energetica per bloccare per settimane le compravendite: figuriamoci quello che può succedere nel mettere fuorilegge per motivi così seri gran parte degli immobili italiani. Con l’assicurazione i danni economici sono limitati e contingentati. Per il resto siamo nelle mani di Dio: speriamo non applauda.

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: