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Politica Italia

Assenza di gravitas

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Vivendo non lontano dalla fatal Pontassieve, capita qualche volta di incontrare persone che conoscono Renzi. Qualche mese fa un suo amico di infanzia mi disse che Matteo è rimasto legato alla combriccola che avevano formato da ragazzi, li frequenta ancora e quando accade non se la tira. Ma disse anche che il Renzi odierno è la fotocopia di quello che era da ragazzo: egocentrico, presuntuoso, arrogante.

Questi anni renziani ci hanno offerto per l’appunto l’immagine straniante di un premier quasi adolescenziale, autoreferenziale, azzardato, gonfio di retorica giovanilista e futurista, innamorato di sé, dei suoi comportamenti, dei suoi giocattoli (l’aereo, la portaerei). Atteggiamenti che nel 2014 costituivano una simpatica novità – abituati come eravamo a vecchi pornomani, vecchi in loden, vecchi giovani –  ma che alla lunga stridono rispetto al perdurare di una situazione di stallo economico e di declino morale e civile del Paese.

Il terremoto di Amatrice aveva offerto a Renzi un’occasione d’oro per cambiare personaggio e registro: cosa di meglio di una tragedia nazionale non solo per dimostrare sul campo quel dinamismo e decisionismo per ora soprattutto dichiarato ma anche per dire finalmente le cose come stanno e chiamare gli italiani a raccolta e unità attorno al governo che a sua volta avrebbe dovuto dire chiaramente cosa fare per contrastare le emergenze, perché non c’è solo quella del sisma ma anche quella economica (siamo alle soglie di un’ennesima recessione), quella bancaria (con il MPS ormai appeso alle funi del cielo), quella dell’immigrazione (stretti come siamo fra confini bloccati e flussi costanti), quella europea (ormai vicina ad un liberi tutti dettato dalla Brexit che ha aperto la mente ai popoli e seminato il panico fra le élite al potere), quella militare con un’Italia incastonata in crisi rilevanti come la Libia. La narrazione renziana, tutta fatta di ottimismo a prescindere, non quaglia con il percepito della popolazione che, ancora prima del 24 agosto, vedeva una situazione molto più incerta tanto da capitalizzare tutte le entrate aggiuntive, a partire dagli 80 euro, per far fronte ad un futuro che molti si immaginano ulteriormente negativo. Se i depositi in banca aumentano, è difficile dire che si tratti di propaganda dei gufi salvo che si voglia pensare che il grosso della popolazione gufa contro se stessa.

Apparso all’apice della politica a meno di 40 anni, il principale atout di Matteo sembrava essere quello della gioventù che a sua volta lasciava presagire la volontà di aprire una lunga era renziana, diciamo anche in questo caso almeno un ventennio. Ovviamente per mantenere il potere per così tanto tempo si ipotizzava che Renzi avrebbe avviato un programma di rinnovamento istituzionale, politico ed economico di lungo periodo per rilanciare il paese perché il popolino sa bene quello che le élite ormai negano cioè che il potere dipende dal consenso e che per avere consenso occorre perseguire un progetto che vada nel senso del benessere dei sottoposti. Hitler, Mussolini, Stalin, i Papi Re, il PC cinese e nord-coreano, chiunque ha mantenuto consenso per decenni, secoli o millenni ha sempre avuto bisogno del sostegno convinto di almeno una parte della popolazione e delle strutture statuali. È solo negli ultimi anni che si è cominciato a pensare che il consenso non si conta ma si pesa, per cui hanno diritto a governare solo coloro che dicono cose “corrette” indipendentemente da quello che pensano le popolazioni. Effettivamente i primi mesi di governo Renzi ha fatto cose giuste come il Job Act che ha smosso la foresta pietrificata del lavoro dipendente, la decontribuzione perché il lavoro in Italia costa troppo e quindi o si tagliano i salari o i contributi, l’Italicum perché senza una legge maggioritaria non solo finiremo come la Spagna ma saremo sempre prigionieri di inciuci e governi tecnici, in parte la Buona Scuola con cui ha tentato di porre un limite allo stradominio sindacale. Anche la riforma costituzionale avrebbe avuto poche critiche se non fosse stato per la strana scelta di lasciare il Senato, tuttavia si poteva pensare che alla fine i “tacchini non festeggiano il Natale” e quindi era necessario lasciare un po’ di ossigeno alla casta. Magari poteva essere l’inizio di un percorso riformatore che avrebbe potuto impegnare anche la successiva legislatura. Non ultimo un atteggiamento in Europa non più modesto ed ossequioso ma più orientato al new normal che è quello del rispetto scrupoloso delle forme mentre ognuno fa quello che gli pare con il deficit (Francia, Spagna e Portogallo), Schengen (praticamente tutti tranne noi), immigrazione (Austria ed Est Europa).

C’erano anche cose negative come gli 80 euro, i bonus a pioggia, il mantenimento di un atteggiamento statalista, la deriva politicamente corretta su gay, droghe, immigrazione e cittadinanza. Ma tutte cose che si poteva pensare sarebbero state cambiate una volta consolidato il potere e cambiato il quadro internazionale soprattutto con l’uscita di Obama. Poi il governo ha perso smalto e dinamismo e questo ha una data precisa: 31 gennaio 2015, il giorno in cui Mattarella è stato eletto con i voti della Bindi e senza quelli di Berlusconi. Da lì Renzi ha perso la possibilità di approvare la riforma costituzionale con oltre i 2/3 dei voti e quindi di evitare il referendum confermativo. Da lì in poi quello che aveva avuto buon gioco a ricattare tutti è diventato ricattabile da tutti. Lì è finita la strategia ed è cominciato il tatticismo.

Renzi sembra portarsi dietro il complesso di non essere di sinistra. La sua scalata al PD sembrò in effetti un take over su un partito che si basava sulla robusta piattaforma ideologica, politica ed organizzativa del PCI/PDS/DS da parte di un soggetto che era nato e (un po’) cresciuto completamente al di fuori di questo orizzonte. Peraltro la non vittoria di Bersani alle elezioni 2013 non era un solo un fatto personale ma la dimostrazione che l’elettorato non aveva più fiducia in un partito che portava con sé solo ricette d’antan – lotta alle disuguaglianze intesa come ugualitarismo verso il basso, tassazione, statalismo, burocratizzazione, europeismo pezzente, terzomondismo colpevolizzante – insieme ad un radicamento ben retribuito nelle istituzioni. La stagione di Renzi se ha dimostrato qualcosa è che alla sua sinistra non c’è più nessuno: è risibile che il PD si presenti alle elezioni non dico con Bersani o D’Alema ma anche con Orfini o Speranza.  E non c’è più niente: non è proponibile nemmeno ai partigiani dell’ANPI una ricetta fatta di più tasse, più Europa e più immigrazione. C’è solo un ceto di fannulloni che campano benissimo di politica e che hanno minacciato sfracelli mai avvenuti su Job Act, Buona Scuola, Italicum, riforma costituzionale (approvata con il voto plebiscitario di parlamentari PD) solo per contrattare il proprio futuro politico. Le condizioni erano ottimali per dare una pedata a questa gente ed imporre al PD una decisa sterzata modernizzatrice verso il centro che intercettasse i bisogni e le ambizioni di un enorme ceto medio possidente e contemporaneamente di un elettorato forzista ormai allo sbando. Ma anche qui Renzi ha compiuto un errore forse più grave di quello su Mattarella: far entrare repentinamente il PD nel PSE per dimostrare la sua sinistrosità e quindi instillando un dubbio atroce nei cuori moderati che altrimenti lo avrebbero facilmente seguito. I rapporti con la sinistra PD sono stati improntati ad uno stop and go che, alternando blandizie e lanciafiamme, non gli ha portato effetti positivi ma ha enfatizzato quelli negativi e che ha dato l’impressione che la sinistra fosse depositaria non di una forza politica determinante (che evidentemente non ha visto che anche oggi Renzi vincerebbe il congresso con il 60%) ma della facoltà di attribuire patenti di agibilità morale agli altri, in linea con quella superiorità morale creata da Berlinguer e che ha contribuito non poco alle sconfitte della sinistra per decenni. Il tutto, viene da sorridere, mentre la diarchia popolari-socialisti frana in Europa sotto l’attacco, da destra e da sinistra, di forze che non si riconoscono negli equilibri post II GM e coloro che dovrebbero dare le patenti sono quasi estinti (Spagna, Grecia, Austria, forse Francia) o condannati all’irrilevanza (sicuramente Francia, UK, Germania).

I terremoti hanno sempre avuto effetti politici. Mi ricordo nel 1980 quando Berlinguer dopo l’Irpinia archiviò repentinamente la strategia del compromesso storico per tornare all’alternativa di sinistra rapidamente spiazzato da Craxi che mirava invece ad impadronirsi del pentapartito. E nel 2009 quando Berlusconi aveva l’Italia in mano e, se solo avesse votato nell’autunno, avrebbe risolto i problemi di maggioranza azzerando finiani e leghisti. Pur nel male Renzi avrebbe dovuto cogliere la palla al balzo per assumere quella “gravitas” che lo avrebbe rimesso in sintonia con il Paese e tirato fuori dal tatticismo quotidiano a cui è costretto, che gli avrebbe consentito di fare la manovra dura che dovrà fare ritornando indietro sugli errori del passato a partire dagli 80 euro ed al contempo prendere impegni chiari su ricostruzione e messa in sicurezza e che forse avrebbe depotenziato anche il referendum e la possibile sconfitta. Invece ha preferito il tatticismo: do un incarico ad Errani così la sinistra del PD si spacca e comunque non può più attaccarmi a viso aperto. Un orizzonte temporale non ventennale ma limitato a novembre, un agone politico in cui sfida non la Merkel, Putin e Obama ma gli spettri di un passato ormai dimenticato. Finirà come diceva D’Alema a Casini durante gli anni berlusconiani: di tatticismo si muore.

 

 

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