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M5S

L’inadeguatezza al potere

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Le dimissioni a catena di ieri di esponenti della giunta Raggi (Raineri, Minenna, vertici ATAC e AMA) – mentre permane la situazione ambigua della Muraro – fanno deflagrare una serie di contraddizioni interne al M5S che erano in nuce sin dall’inizio dell’esperienza pentastellata a Roma.

La prima delle quali è insita nella stessa strategia del M5S di non esporsi in maniera chiara su nessuna questione, ad eccezione di quella costantemente urlata dell’onestà, in modo da lasciare che gli elettori di destra e di sinistra abbiano l’impressione di trovare nel movimento posizioni affini alle loro in virtà di qualche cangiante post del blog o di affermazioni di qualche alto papavero. Non è chiaro cosa voglia il M5S riguardo ad Euro, Europa, immigrazione, terrorismo, economia, banche. Neanche sulla legge Cirinnà è riuscito ad esprimersi in modo chiaro e coerente. Ogni tanto riemerge il tema “reddito di cittadinanza” anch’esso con tutte le ambiguità e contraddizioni che lo caratterizzano. Tutto viene rinviato al momento in cui il movimento prenderà il potere ed allora i problemi si risolveranno magicamente per effetto dell’azione di “cittadini sconosciuti alle procure” e della consultazione online su ogni questione. Tutte parole che se possono portare consensi passivi, sottratti per inerzia a blocchi di centrosinistra e centrodestra in crisi nera, difficilmente hanno un senso nel momento in cui si devono operare scelte precise di governo e le posizioni non possono essere dette e rettificate ma trasformarsi in decisioni e norme.

A Roma però a questo punto non siamo nemmeno mai arrivati perché la crisi politica della Giunta Raggi è nata prima ancora di cominciare a fare delle scelte amministrative di medio lungo periodo e risiede nella difficoltà di nominare persone in grado di ricoprire i ruoli chiave dell’amministrazione e di vigilare e coordinare sul loro operato. Per onestà occorre dire che la problematica è molto legata alla situazione romana dove il peso specifico della politica è abnorme e il ruolo del fu Comune di Roma – ora Roma Capitale – è assolutamente spropositato rispetto a quello dello stesso ente locale in altri contesti. A Roma tutto è grande – sia il numero degli incarichi disponibili che gli emolumenti e la capacità di spesa – e questa grandezza espone al rischio di appetiti spropositati. Basti pensare come a Torino la navigazione dell’Appendino sia molto più calma e lineare. Ma questa non è una scusante perché il M5S, dopo avere cercato in tutti i modi di non vincere e una volta capito che avrebbe portato un suo esponente al Campidoglio, ha comunque fatto della capitale il punto di partenza per la blitzkrieg che dovrebbe portare Di Maio a Palazzo Chigi. Sapeva quindi da giugno che questa sarebbe stata la sua prova del nove, avrebbe dovuto prevedere e prevenire il più possibile tali problematiche e non avendolo fatto dimostra al momento larghi spazi di inadeguatezza per compiti di alto livello.

Il M5S sta iniziando a pagare il conto della rapidità con cui è nato, delle scelte organizzative sbagliate e al tempo stesso della fretta con cui sta gestendo la propria evoluzione con unico orizzonte le politiche del febbraio 2018. In concreto significa che il movimento ha enormi problemi di classe dirigente non avendo fatto in tempo né a selezionare e formare quadri adeguati (ed in questo la scelta di non strutturarsi e di demandare tutto alla rete è stata fallimentare), né a creare un’area di simpatizzanti da cui trarre risorse professionali maturate in altri ambiti (economia, impresa, PA, associazionismo, università, professioni, giornalismo, magistratura) da utilizzare per i numerosissimi incarichi che la politica richiede in Italia. Addirittura i contatti con questi ambiti sono considerati cedimento alle lobby e quindi evitati, almeno ufficialmente, come la peste. La scelta di istituzionalizzare il Direttorio, che doveva avere un ruolo transitorio, ha peggiorato la situazione visto che ha cristallizzato ruoli di potere basati sul nulla o al più su qualche comparsata televisiva, premiando soggetti – a partire da Di Maio – che hanno avuto un colpo di fortuna nel 2013 ma che devono ancora ampiamente dimostrare di poter procedere da soli nell’agone politico e che hanno ovviamente bloccato l’evoluzione del movimento, penalizzando la fucina dei meetup da cui qualcosa poteva emergere così come erano emersi loro, rifiutando delle “Leopolde a 5 Stelle” che avrebbero potuto avvicinare soggetti qualificati e premiando a livello locale  vassalli che non avrebbero potuto impensierirli. Ed infine il fatto di avere di fronte solo un anno e mezzo scarso sta ovviamente bloccando qualsiasi progetto di evoluzione politico-organizzativa e di rinsanguamento del movimento a livello medio e medio alto. Di fatto gli elettori pentastellati sono nella singolare situazione di dare un voto che si traduce quasi automaticamente in nomine tecniche (Raineri e Minenna e prima in altri ambiti Freccero e Barbera) per mancanza di personalità della loro parte politica in grado di assolvere adeguatamente tali compiti, nomine oltretutto soggette al vaticinio dell’onnipresente Cantone a cui, se non bastasse il resto, ci si affida per una ratifica delle scelte fatte. E sempre con la spada di Damocle dell’espulsione e della revoca a decretare la sostanziale aleatorietà del voto espresso per un candidato pentastellato.

Un movimento nato, con Grillo, per portare all’impegno civico e politico cittadini demotivati ed assenti si è trasformato in un circolo chiuso infiltrato – a Roma ma chissà in quanti altri posti – da ex politicanti di destra e di sinistra portatori di una logica di occupazione, spartizione e lotta fratricida tipica dei vecchi partiti. È definitivamente sparito quello spirito quasi prepolitico e comunitario che il movimento aveva due anni fa e che, per quanto naif e poco adatto al governo, ne era la miglior garanzia di discontinuità rispetto alle fallimentari epoche dei partiti tradizionali. La giunta Raggi sintetizza tutti questi problemi dimostrandosi preda di una lotta interna fra fazioni politiche e gruppi di interesse e al contempo contraria alle componenti tecniche di alto livello che conteneva ed incapace di selezionare i quadri intermedi dei vertici delle società quotate. Si dimostra la mancanza di un humus comune su cui innestare relazioni, processi di lavoro e collaborazioni che è, per l’appunto, quello che i partiti hanno il ruolo di creare attraverso forme organizzate di confronto interno e di gestione delle contrapposizioni con gradi di libertà che assicurino, entro limiti accettabili, la sopravvivenza dell’organizzazione.

La giunta Raggi archivia alcuni punti cardine del grillismo quali la lotta alla casta (capo di gabinetto, vice capo di gabinetto, capo della segreteria e addetto stampa costano circa 600.000 euro contro i 63.000 della giunta Appendino), il bando ai soggetti che abbiano pregresse esperienze politiche (Frongia, Marra, Muraro) che sono stati pateticamente banditi da incarichi politici (consigliere comunale) ma non amministrativi e burocratici, la politica come passione e dovere civico poco o punto retribuita sostituita dal motto “la qualità si paga” e soprattutto quello della trasparenza e partecipazione: non solo i meetup ma addirittura i consiglieri comunali assistono basiti a quanto sta accadendo. A Roma il M5S si disvela per quello che sta diventando in Italia: un gruppo di potere come gli altri, oltretutto più verticistico e meno organizzato e capace, estremamente diviso al suo interno, con un sovrapporsi di direttori nazionali e locali e di tutor (Taverna, Lombardi, Di Maio) che, in spregio al voto dei cittadini, dovrebbero sovrintendere alla giunta ed al sindaco per garantire i diversi interessi. Viene meno l’ambizione di incanalare la vita politica ed amministrativa su binari fatti di una miscela di competenza, onestà, pragmatismo e disinteresse: l’esperienza dimostra che questi ingredienti non stanno insieme e probabilmente molti dei presupposti del grillismo erano petizioni di principio poco realizzabili nella pratica ma si pone adesso la questione del perchè dare un consenso ad una parte politica che ha posizioni di contenuto molto vaghe e confuse e prassi non dissimili da quelle degli altri partiti. Permane per adesso l’unica eccezione  dell’onestà ma probabilmente è questione solo di tempo prima che, con questi aleatori processi di selezione della classe dirigente, arrivi il primo scandalo a 5 stelle.

Su tutto domina l’inadeguatezza della Raggi, avvocaticchio mandato allo sbaraglio per perdere e comunque per salvare salario e reputazione dei big a partire da Di Battista ma poi rivelatasi adattissima, per la sua scarsa personalità, a fare da prestanome ad una amministrazione eterodiretta in cui si incrociano personaggi di ogni livello e caratura ai quali evidentemente non ha la capacità di fare fronte. Ma appare chiara anche l’ambiguità di Di Maio che si sta rivelando per quello che è, cioè un mediocre carrierista che si spaccia per eminenza grigia, sempre cauto nell’esporsi salvo essere in prima fila alla festa della vittoria, come avvenuto a Roma, che sta accumulando insuccessi a catena a livello locale (Parma, Livorno, Quarto, Roma), che gioca a perdere nelle elezioni che non lo riguardano (Comune di Napoli, Regione Campania) per tagliare l’erba sotto i piedi a possibili concorrenti. Che è fautore di un moderatismo del movimento che stride con la gravità della situazione economica e sociale e con l’evoluzione del quadro politico all’estero. Che millanta accreditamenti internazionali mai esplicitati e ridicolizzati dagli interlocutori, come nel caso della chiacchierata al bar sulla Palestina. Che ha capacità comunicative ed empatiche modestissime. Una star di panna montata di cui un po’ si stanno accorgendo anche i militanti se è vero che solo il 32% lo considera a capo del movimento contro il 28% di Grillo che ha fatto il passo di lato e addirittura il 23% che sceglie “la Rete”, cioè nessuno. E la contraddizione fra una miccia votata per disperazione e con poca convinzione ma che comunque  ha preso 770.000 voti e che dovrebbe invece sottostare alle decisioni di un altro miccio che in compenso di voti non ne ha presi mai e che sta facendo una carriera tutta interna a furia di cooptazioni. Ieri i loro interessi coincidevano, domani chissà: Palazzo Chigi val bene il Campidoglio. Ma forse, così andando le cose, anche quella di Di Maio è solo un’illusione.

Average Joe segue, da innamorato deluso, con attenzione critica l’evoluzione del M5S nell’apposita sezione https://averagejoe3000.wordpress.com/category/m5s/

 

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