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M5S

Le scuse si fanno ai fessi

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“Complice o imbecille”? La domanda del grande capo tedesco al giovane direttore della multinazionale teutonica dove lavoravo nel 2008 non ammetteva alternative. Di fronte al dilagare di malversazioni dei suoi sottoposti a scapito della società non si poteva ammettere la buona fede: o ne era a conoscenza, e quindi era colluso e complice, o ne era colpevolmente ignaro, perché un vero capo non può farsi buggerare dai collaboratori. La risposta fu la seconda: degradato, ridicolizzato, se ne andò dopo pochi mesi.

Per Luigi Di Maio la congiunzione è diversa perché lui è complice e imbecille. Perchè lui sapeva esattamente cosa era successo alla Muraro e, almeno ufficialmente, non l’aveva capito. Male, molto male. Perché uno che vuole fare il primo ministro, che passa il tempo ad “accreditarsi” presso le cancellerie delle grandi potenze, non può fare un errore così pena la perdita di qualsiasi credibilità ed autorevolezza: se non capisce una cosa del genere, ampiamente descritta nella mail della Taverna, sarà in grado di capire che c’è la crisi economica, l’invasione degli immigrati, il golpe in Turchia, minacce di guerra in Ucraina, il terremoto, la Brexit? E capirà qual è la soluzione più adatta per tutelare il Paese da questi rischi e minacce? E comprendere rapidamente e correttamente le proposte dei suoi collaboratori?

Non scherziamo più. Giggino è solo questa roba qua: un napoletano furbetto, un saputello presuntuoso e cinico che aveva pensato di gabbare tutti e di arrivare senza scosse all’appuntamento epocale delle prossime elezioni per essere incoronato Premier. Uno che non aveva preso un voto in vita sua – perché è bene ricordare che nessuno di quelli che sono in parlamento era conosciuto agli elettori e i voti li aveva presi per conto loro un comico in camper –  pensava di essere nato con la camicia e che il destino lavorasse pro domo sua: Grillo che fa il passo di lato, il Direttorio di nominati, Renzi che si incasina in modo incomprensibile su riforma e Italicum, la crisi che non passa, l’antipolitica che dilaga in Europa, nessuno nel M5S che gli si contrappone apertamente. Per non sbagliare, lo snaturamento del movimento ridotto alla platea dei soli eletti, con l’azzeramento dei meetup, il blocco delle votazioni online, le scelte verticistiche sui candidati. Una passeggiata di salute verso il successo e la gloria. Una situazione così favorevole che copriva i limiti enormi – etici, umani e politici – di questa persona che ha avuto il solo merito, nel 2013, di essere un po’ più esperto dei suoi colleghi e di costruirsi un personaggio che era l’antitesi del Grillo impresentabile di quei tempi: pacato quanto Beppe era irruento, dialogante quanto l’altro era aggressivo, ordinato ed “elegante” nel suo sempiterno look presidenziale che ne faceva una macchietta di giovane vecchio che poteva trovar posto negli album fotografici di inizio ‘900 tutti pieni di immagini di ventenni che si addobbavano di mustacchi e cappelli per dimostrare più anni ed essere più credibili.

Un tizio algido, privo di capacità comunicative ed empatia tanto da affidarsi solo a petulanti commenti via facebook, ignorante di economia e – udite, udite – di diritto, che sa solo ripetere in ogni momento frasi fatte sull’onestà (anche di fronte ai profughi di Amatrice che probabilmente voterebbero anche Craxi pur di riavere una casa) ma che nel momento topico è disonesto verso tutti gli altri – Grillo, parlamentari, militanti ed elettori – in una riedizione puritana del paradosso di Bill Clinton spinto verso l’impeachment non dal pompino che si era fatto fare – che non era reato – ma dall’aver pubblicamente negato di averne beneficiato.

Un responsabile degli enti locali che si ingegna di perdere le elezioni a casa sua (Regionali Campania 19%, Sindaco di Napoli 9%) per evitare di avere concorrenti diretti. Che non risponde alla smandrappata sindaca di Quarto che lo avvisa di infiltrazioni camorriste. Che ignora le chiamate di Pizzarotti che lo vuole avvisare dell’inchiesta che lo riguarda. Che adesso a Roma, di fronte alla più impegnativa prova che il movimento deve affrontare sin dalla sua nascita, non sente la necessità di monitorare da vicino la situazione la situazione, di fare sentire – nel bene e nel male – la sua presenza costante, che non telefona tutti i giorni alla Raggi ed alla pletora di personaggi che le gravitano intorno per sapere che succede, dare disposizioni, dettare la linea, controllare il rispetto delle regole. No, si atteggia a dandy, viaggia ed attende le mail e gli sms. E manco li capisce.

Se il meglio è questo, non è abbastanza. Lo avevo detto in tempi non sospetti: Di Maio non è un leader, uno che ci mette la faccia e l’impegno, che trascina il partito verso il successo coinvolgendo e valorizzando. Nel ciclismo sarebbe un “succhiaruote”, quello che si fa trascinare verso il traguardo sfruttando il lavoro degli altri per fregarti in volata. Probabilmente i dubbi su di lui erano molti tanto è vero che l’unico a proporlo come candidato premier è stato, guarda caso, lui stesso. E che ad Imola lo scorso anno l’attesa incoronazione non è arrivata. Ma adesso è il caso di dirlo chiaramente: il ragazzo è ben lungi dall’essere maturo per ruoli del genere. Se vuole candidarsi al ruolo, si fermi un giro, lasci perdere le scuse che si fanno ai fessi, si ritiri dal Direttorio e si impegni in un processo di maturazione ed in una battaglia politica che  dimostrino che è in grado di assolvere il compito adeguatamente. Altrimenti si tenga il vitalizio e si faccia da parte: di mezze seghe opportuniste ne abbiamo già abbastanza.

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