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M5S

Next Stop: Congresso

seal_of_the_congressAlla fine è toccato al fondatore, a Beppe Grillo, provare a mettere una pezza al disastro di Raggi Capitale. Però sono lontani i bei giorni del 2013, dei comizi tsunami affollati in cui cominciava a dettare le parole d’ordine che avrebbero deciso le elezioni di febbraio e condizionato la politica degli anni successivi: onestà, trasparenza, partecipazione, uno vale uno, democrazia diretta, competenza, passione, disinteresse. La location era molto più modesta – Nettuno – la piazzetta semi spopolata, le parole d’ordine dettate non agli elettori ma ai militanti delusi e sconcertati, l’atteggiamento quello di chi deve difendere e spiegare e non più attaccare ed offendere. Il “Vaffa” non più una clava brandita contro la casta ma un escamotage per sviare l’attenzione dalla “castina” penta stellata apparsa improvvisamente al Campidoglio. I “Direttori” tornati ad essere “magnifici ragazzi” visto che leader, in due anni, proprio non lo sono diventati: bugie, silenzi, scuse, pianti, ammissioni di errore tipo Corea del Nord.

Da Grillo a Grillo: il comizio di ieri chiude il cerchio cominciato nel dicembre 2014 con la nomina del Direttorio. All’epoca la sconfitta alle europee aveva a sua volta chiuso il periodo garibaldino che, visto con gli occhi di oggi, è stato forse quello migliore del Movimento. Una pletora di sconosciuti, poco acculturati, esperti di quasi nulla, eletti in parlamento contro ogni probabilità, avevano trovato il loro mantra nella morigeratezza e nella ricerca della competenza unita ad una opposizione ruvida alle prassi politiche ed amministrative che, rovinando l’Italia, avevano loro aperto la strada. Gli assalti alla presidenza Boldrini e le zingarate sui tetti, tanto stigmatizzate dai perbenisti orfani del loden, erano il compendio ad un processo di acculturamento politico ed istituzionale che aveva portato anche risultati concreti apprezzabilissimi, fra tutti la rinuncia alla riforma dell’art. 138 della Costituzione e la lotta contro la legge che consentiva alle banche di vendere alla Banca d’Italia, a prezzi ovviamente di favore, le loro quote nell’istituto di (fu) emissione. Erano i tempi delle Agorà in piazza con una presenza costante e diffusa di parlamentari in giro per l’Italia a spiegare e formare i meetup che intanto si andavano sviluppando. Una forza di opposizione decisa e come tale ovviamente osteggiata dai media che li consideravano impresentabili. Ma anche un gruppo che ormai cominciava a covare aspettative di vita politica intesa come politica a vita, affamato di visibilità, riconoscimenti, incarichi, prospettive. Troppo stretta la savonariolana camicia regolamentare del blog e troppo il panico seminato dal flop delle europee ed amministrative 2014.

La sconfitta alle europee aveva fatto esplodere le divisioni di un movimento dove gli “eletti” avevano cominciato a considerare Grillo – che effettivamente in quella primavera ne aveva imbroccate poche – alla stregua dello zio rincitrullito, tanto simpatico e generoso ma mica vorrai fargli gestire le cose serie, vero? Grazie e arrivederci, tutti pronti a buttarsi da soli nel mare magnum della politica. E via con le scissioni di Alternativa Libera, e vai con Pizzarotti che faceva finta di tirare il sasso e poi nascondeva quello e la manina insieme.

Casaleggio Roberto era un visionario che aveva innestato le sue illusioni su un movimento molto concreto e fisico. Grillo – comico, istrione, artista, milionario –  non poteva certo pensare di gestire 150 parlamentari, decine di sindaci, centinaia di consiglieri, 100.000 iscritti, 9 milioni di voti: la soluzione fu il Direttorio con la scommessa di diventare qualcosa di diverso senza perdere lo spirito originario. La scommessa è stata persa e non da oggi.

La conseguenza della nascita del Direttorio è stata l’addio a quell’ispirazione quasi prepolitica che aveva caratterizzato i grillini e l’esplosione della politica politicante con la fine di tutto il resto: non più opposizione dura e pura, sostituita dal deflagare delle astensioni a 5 stelle anche su temi sensibili come la Cirinnà; non più ricerca ed approfondimento sostituito da un mantra cantilenante di onestà che faceva del M5S un epigono del più becero dipietrismo; non più agorà e territori sostituiti da comparsate televisive in cui, ad audio spento, risulterebbe difficile distinguere grillini e piddini; non più rinnovamento culturale ma ricerca del potere identificato con la vittoria alle elezioni 2018.

Questo blog ha seguito con attenzione le evoluzioni del M5S. Già lo scorso anno avevo evidenziato che alla fine la presenza di Grillo, magari malvoluta e trasfusa in un ruolo diverso, sarebbe stata ancora necessaria per il movimento. Il Direttorio si è dimostrato un fallimento completo: Scibilia e Ruocco non pervenuti tanto che per loro vale il morettiano “mi si nota di più se parlo o se non parlo?”; Fico sempre più preso nel ruolo di boiardo a 5 stelle con la brillante idea di escludere dal movimento i meetup che avrebbe dovuto guidare e coordinare; Di Maio (su cui mi sono espresso più volte ed in tempi non sospetti) impegnato in una velleitaria scalata alla presidenza per la quale è ancora oggi assolutamente immaturo; il Dibba che ha volentieri rinunciato alla bega di Roma Capitale per gettarsi nella mission di tribuno motorizzato che qualche consenso sempre porta. Sul territorio un susseguirsi di risultati modesti a livello regionale e qualche vittoria spot nei comuni il tutto condito con un crescente inaridimento della base ed una esplosione delle divisioni e dei personalismi.

Ma come sempre va bene tutto quando tutto va bene: un Renzi rintronato dal susseguirsi di insuccessi locali aveva trovato il verso di rendersi sempre più inviso al Paese e di favorire di conseguenza la crescita costante del movimento nei sondaggi elettorali, enfatizzata da una legge elettorale delirante se vista dalla prospettiva di chi l’aveva approvata. Meno decifrabile era a mio avviso la presenza di Casaleggio Gianroberto, forse troppo enfatizzata negli aspetti ideologici e strategici ma forse altrettanto sottovalutata nella guida quotidiana, come anche Pizzarotti sembra asserire. E poi c’è Roma.

Roma era la cartina di tornasole di quello che sarebbe stato il movimento al governo sotto molti profili: coerenza, competenza, efficacia, unità, resilienza. La risposta è stata cruda e per certi aspetti sconcertante: la giunta Raggi è praticamente priva di tutti questi requisiti.

In un ambiente politico, sociale ed economico degradato come quello romano probabilmente il grillismo della prima ora (aprire il Campidoglio come una scatoletta e spazzare via i residui della malagestione decennale) sarebbe stato il miglior programma. Invece la Raggi si è semplicemente adeguata alla situazione che ha trovato sostituendo i membri della casta con uomini di sua fiducia: stipendi faraonici per ruoli di dubbio significato, avanzamenti di carriera repentini, scelta personali di personaggi equivoci forse addirittura imbeccate da soggetti esterni al movimento, politica delle stanze chiuse, delle mezze parole, delle bugie conclamate: cosa manca per dire che, alla fine, le parole d’ordine del movimento sono borborigmi di illusi buoni per chi è fuori dalle istituzioni o al massimo sta all’opposizione ma assolutamente inattuabili quando si è al governo? Una gestione personalistica e verticistica del tutto contraria ai principi della democrazia diretta o perlomeno della trasparenza e condivisione, oltretutto aggravata dalla venuta alla luce di spaccature profonde basate su personalismi ed interessi contrastanti. Un quadro che ci riporta indietro ai tempi della DC e del PSI con un manuale Cencelli 2.0 puntualmente applicato. La sconcertante scoperta che il movimento non dispone all’interno di alcuna competenza tanto che i 12 assessori originariamente selezionati erano tutti soggetti esterni neanche tanto vicini al movimento: un governo a 5 Stelle oggi sarebbe un governo tecnico. E la rinuncia ai principi del giustizialismo applicati spietatamente agli altri partiti ed agli oppositori interni solo per salvare un personaggio apparentemente equivoco ed improbabile come la Muraro. Non è in discussione il fatto in sé (la Muraro è indagata per qualcosa che non si sa esattamente e la pratica potrebbe anche essere archiviata) ma la coerenza: se le regole valgono per i piddini e per Pizzarotti non si vede perché non debbano essere applicate ad una sconosciuta.

Il garantismo invocato per la Muraro potrebbe portare, come effetto positivo, ad un allentamento della dittatura giudiziaria di cui l’Italia è vittima da un quarto di secolo. Il giustizialismo è stato invocato dalla sinistra contro il pentapartito prima e Berlusconi dopo, da Di Pietro contro anche la sinistra ed alla fine dai grillini contro tutti. Sicuri della loro irreprensibilità, tutti sono stati invece colpiti dal boomerang di ritorno, i denuncianti immancabilmente diventati denunciati. E non potrebbe essere diverso perché il sistema normativo e soprattutto la prassi giudiziaria, oggi, sono fatti apposta per rendere sospetto, sospettato, accusato e condannato chiunque, nella politica, nell’economia e nelle professioni, financo nella vita privata con il sostanziale divieto di difendersi dalle aggressioni. Chi non ha nulla sul casellario, spessissimo è perché non ha fatto proprio nulla, nel senso che è un nullafacente, e spesso i grillini erano proprio questo, gente che non avendo fatto niente pretendeva di giudicare chi faceva. Anche in questo caso abbiamo fatto un giro completo: non c’è più nessuno che può lanciare la prima pietra e sarebbe opportuno che si avviasse una riflessione profonda su come riformare un sistema che si è trasformato in una macchina impazzita che produce accuse e sospetti in abbondanza ma pochissime sentenze a distanza spesso di lustri. Magari prima che qualcuno riprenda un sasso in mano in nome della sua banale mancanza di condanne.

Sarà importante capire, nelle prossime settimane, se il caos romano è un caso isolato o meno. La gravità di quello che è successo è enorme, tale da indurre dubbi esiziali sulla capacità dei vertici a 5 Stelle e quindi sulla attendibilità di una loro candidatura a guidare il Paese. Resta tuttavia il fatto che il M5S è riuscito, specie nella prima parte della sua esistenza recente, a smuovere e motivare un’enorme mole di energie e persone che in gran parte, tuttavia, se ne sono poi almeno attivamente allontanate. Al contempo il nostro paese necessita di profonde riforme che lo riconducano su una strada di sviluppo non solo economico ma anche civile, culturale e sociale. Le energie che il movimento ha smosso non dovrebbero essere disperse.

A mio avviso alcuni punti di partenza, oltre a quello sopra descritto circa il giustiazialismo, devono essere accettati:

  1. ad oggi il M5S è di fatto privo di una leadership con Grillo che si è più volte autoescluso e non è presentabile come candidato premier, Casaleggio David che non è infervorato dalle visioni del padre ma è al più un buon manager ed il Direttorio che ha dato modesta prova di sé;
  2. la classe 2013 ha sostanzialmente fallito. Ad oggi è la depositaria dell’esperienza maturata in questi tre anni ma non può pretendere, alla luce delle prove offerte, di non essere messa in discussione;
  3. il mito della democrazia online è, appunto, un mito: non è applicabile quando si tratta di prendere decisioni concrete, su scala ampia, su problemi complessi, quando c’è urgenza di decidere. Oltretutto è stato ampiamente disatteso anche in momenti più favorevoli come le Quirinarie e le nomine RAI e comunque sono mesi che non viene indetta una consultazione nazionale online. Occorre metterlo nella bacheca degli obiettivi senza considerarlo uno strumento attuale: ad oggi la politica è ancora relazione, scontro, sintesi che si realizzano in un ambito fisico;
  4. la visione grillina della politica deve essere precisata. In inglese “politica” ha una doppia traduzione: policy e politics. Con il termine policy si intende la politica pubblica, “reale”, contrapposta alla politics che invece soggiace a meri rapporti di forza, su basi ideologica, tra forze politiche e leader. La visione grillina originaria era molto schiacciata sulle policy, con particolare riferimento all’ambiente, alle tematiche di crescita e distribuzione ed al territorio, per le quali si davano risposte molto tradizionalmente poste nel filone della sinistra, per poi deviare decisamente su una “politics” fatta di piccolo cabotaggio, tatticismo ed attendismo opportunista nutrito degli errori altrui. Occorre riprendere in mano le tematiche relative alle policies sviluppandole ed aggiornandole alla luce delle esperienze di questi anni che, per esempio, hanno dimostrato la drammaticità della decrescita che non sarà mai equa e felice e la necessità di contemperare alcuni tempi ambientalistici con quelli economici e di attuare una strategia per l’immigrazione. L’Italia deve affrontare tematiche enormi (economiche, bancarie, immigratorie, belliche, sismiche) che hanno bisogno di una strategia pragmatica e chiara ma occorre anche delineare una prospettiva complessiva di sviluppo del paese che le contenga tutte e che non può essere l’attesa del febbraio 2018 come radde rationem che tutto risolve con la presa del potere da parte di un nuovo gruppo dirigente che nei fatti è diviso ed incapace;
  5. in questo ambito concettuale equivoco c’era un altro aspetto dubbio che era quello per cui la politica non doveva avvantaggiare nessuno. Questa è una contraddizione in termini: la politica è nata per dare alle comunità umane un percorso di vita e quindi necessariamente persegue degli obiettivi propri, diversi a seconda della forza politica dominante. Questa è la situazione fisiologica, mentre è patologico dire che la politica deve avvantaggiare il Signor X o la Signora X. Anche questo ambito deve essere precisato e diventare progressivamente senso comune dei penta stellati.

La risposta a queste situazioni ha un nome solo: CONGRESSO. Il movimento deve lanciare una stagione congressuale che smuova le energie dei simpatizzanti, elettori, iscritti e militanti con il triplice obiettivo di definire una piattaforma programmatica di rinnovamento del Paese che abbia il senso del recupero del percorso di  sviluppo nel senso ampio prima enunciato,  di selezione della classe dirigente del movimento e di formazione di strutture che possano promuovere la partecipazione concreta, anche se delegata, la formazione e la selezione dei dirigenti, lo sviluppo programmatico ed il coordinamento delle istanze ai vari livelli. Abbandonare una mitologia per cui il politico buono è “quello che ti serve”, come nelle recenti campagne elettorali, per dire che il politico buono è che quello che fa cose buone per il paese e che non approfitta della posizione per avvantaggiare se stesso o altri soggetti determinati. Che certamente non ruba ma che può sbagliare e ha il diritto di difendersi ed attendere gli esiti dei processi. Lo spazio politico per una forza del genere sarebbe enorme, con il centrodestra perso per la pista e Renzi ormai sulla strada della normalizzazione. E, last but not least, riattivare 100.000 iscritti il cui ruolo negli ultimi due anni è stato ridotto a quello di claque.

Questo post conclude una “trilogia romana”. I cui i primi due sono stati dedicati a Di Maio e Raggi. Average Joe, deluso ma speranzoso, continua a seguire il M5S nell’apposita sezione https://averagejoe3000.wordpress.com/category/m5s/

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